Intervista ai personaggi di “Chi ha ucciso David Crane” #4: la vergine

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INTERVISTATORE: quindi questo libro…
VERGINE: io non ero pronta
INTERVISTATORE: capisco
VERGINE: volevo la parte
INTERVISTATORE: e la richiesta del copione…
VERGINE: si chiedeva espressamente un personaggio vergine
INTERVISTATORE: vergine nel senso
VERGINE: nel senso
INTERVISTATORE: e – mi scusi la domanda – lei all’epoca era…
VERGINE: parliamoci chiaro
INTERVISTATORE:
VERGINE: io non me lo ricordo
INTERVISTATORE: ecco
VERGINE: ero vergine? non ero vergine? non me lo ricordo
INTERVISTATORE: ma voleva entrare nel romanzo
VERGINE: come non mai. come non mai. vede, scrivere sono capaci tutti. oggi con il digitale tutti pubblicano qualcosa, cosa ci vuole.
INTERVISTATORE:
VERGINE: ma essere un personaggio di un romanzo, beh, è una cosa diversa. tutto un altro paio di maniche
INTERVISTATORE: è più seduttivo
VERGINE: no, è proprio un campo diverso. lo scrittore deve affermare il proprio ego, fa errori di valutazione, deve andare a proporre qualcosa che – in sostanza – nessuno vuole
INTERVISTATORE:
VERGINE: il personaggio è già oltre. è dentro alla storia, dentro al romanzo. se fa errori non sono errori, è già narrativa
INTERVISTATORE: capisco
VERGINE: nel futuro non avremo più lettori e scrittori, si sarà creato un grande pastume, saremo tutti personaggi
INTERVISTATORE: addirittura
VERGINE: sì, lo credo veramente. passeremo ore a leggere quello che dicono altri personaggi e scrivere quello che dovrebbero dire i nostri. un grande gioco sociale
INTERVISTATORE: parla della rete
VERGINE: parlo di tante cose. cosa era quella cosa che mi ha dato da bere?
INTERVISTATORE: pastis
VERGINE: beh, picchia
INTERVISTATORE: torniamo alla verginità
VERGINE: magari (ride)
INTERVISTATORE: (ride)
VERGINE: eh, ormai dopo l’ebook la verginità è andata
INTERVISTATORE: leggendola sembra una scena divertente. lei è legata, imbavagliata, eppure riesce a…
VERGINE: (tra sé e sé) è andata
(…)
INTERVISTATORE: ancora una domanda: cosa ne pensa dell’undici settembre?
VERGINE: di cosa?

(scopri l’ebook di “Chi ha ucciso David Crane?”)

Pastis

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Nel tempo della crisi bevevamo Pernod.
Era così bello stare sul divano
affacciati sulle immagini di persone che si lamentavano
di chissà quale disagio.
Poi sarebbe arrivato il tempo in cui saremmo morti,
noi come loro,
e questo avrebbe fatto la differenza.

Non bisogna mai pensare di notte

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È notte. Sono le quattro di notte. Guarda il buio. In questa casa non si vede niente, quando si abbassano le tapparelle viene il nero più completo. Potrebbe essere in qualsiasi posto. Aveva anche letto un libro di uno che di notte pensava di essere in luoghi del passato e con la mente ricostruiva nel buio le architetture delle camere. Chi era? David Foster Wallace. No. Non era lui, ma avrebbe potuto. Proust. Era Proust.
I romanzi e la distribuzione del libro erano perfetti per la ristretta elite di lettori borghesi. I tempi cambiano, anche i dinosauri. Un tempo i dinosauri divoravano incauti viaggiatori del tempo, ora fanno pulcini.
Le quattro di notte, la sveglia ha suonato per mezz’ora, poi Enzo l’ha spenta. Segnava le ventuno e dieci, ma erano le quattro di notte. Era sballata, era di suo figlio. Si era messo la sveglia per ricordarsi di vedere The Mentalist. Il nostro giudizio critico sulle cose nasce dalle rose.
Allunga la mano per sentire se accanto a lui c’è ancora qualcosa. Sente, tocca. Una parte interna del suo cervello è ancora abbagliata dai led dei due cellulari. Per quanto ne sa potrebbe essere su una navicella orbitante attorno a saturno. I rumori dell’ambiente. L’astronave non fa suono. Anche il de-gravitatore gira all’interno di cerchi bagnati in olio. Uno scroscio lontano: qualcuno, da qualche parte, ha cessato.
Allunga ancora la mano. One piece. Il brizzolato dei fantastici quattro. Anche loro allungavano gli arti se non ricorda male. Allunga ancora la mano.

Fa freddo.

Enzo si stringe nel piumone. Sente il suo odore che sale da sotto. Lasciamo più denti, capelli, odori che pensieri, post mortem. La sua ambizione si è scontrata con quella degli altri. Espressione latina: vaso di coccio circondato da vasi di rame. Forse non era rame. Non se la ricorda. Di lui diranno:[ ]*. Saranno le cinque ormai, pensa.
Essere felici non è difficile, se sei nello stato d’animo adatto. Tipo se sei vivo. Le ginocchia sbucciate. Perché da ragazzo si sbucciava sempre le ginocchia, la terra dentro. Il gusto del sangue quando inizia a raddensarsi. Era felice da ragazzo? Non lo so, era come adesso. Enzo pensa. Sono cambiato come i dinosauri. Come il tempo. Come il dolore.
Non bisogna mai pensare di notte. Di notte non si pensa, si aprono le falle. Immaginatevi una nave, un bianco fuscello che salta sulel o

rifaccio: immaginatevi una nave, ampia, grande rugginosa, che va diritta con difetto di bussole, ampie vetrate e equipaggio scomparso da tempo. Di notte qualcuno scende nelle fondamenta della nave, nel cemento armato incastrato nel fondo marino e apre le finestre sotterranee. Le lavatrici oceaniche. Così Enzo. Entra acqua sporca, cadaveri di girini e altri piccoli rettili, vestiti di gente mai vista sui cui galleggiano insetti dentati, pronti a saltare e succhiare ogni cosa per sopravvivere fino all’alba.

Saranno le cinque di notte, le quattro. Enzo ha freddo, tanto vale che mi alzo, pensa. Se mi alzo il freddo aumenta. Pensa. Si alza, pensa, e va a sbattere contro un mobile che non c’era. Scopre di essere in un altra casa. Nella camera da letto di Proust. Piante marce, quadri, odore di chiuso e spezie. L’ottocento, l’arrivo del novecento. Fa un freddo bastardo, pensa. I klingon. Enzo pensa a come potrebbe scaldato.

Vidi una donna, alta, nobile in viso e in aspetto, di fragile fattura, con gamba sinistra parzialmente mutila e leggero strabismo, che reggeva in mano una bilancia e in seconda mano una cornucopia di profilassi varie. Ella, vestita di radi lenzuoli azzurri che più mostravano che coprivano, venne verso Enzo con un sorriso che mostrava numero due lingue parzialmente retrattili e denti incidentalmente tutti canini. Che cazzo. Ella disse parole oscene che non posso riportare ma che Enzo comprese con lieve inchino. Sangue si sposta. Chissà perché siamo fatti così, pensa Enzo. Le estremità del corpo. La riproduzione. Ella, mostro lui una piaga suppurosa. Enzo non distoglie lo sguardo. Lo sventurato rispose.

Intervista a Pino, seconda parte

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Prosegue l’impegno sociale di Lamerotanti con la pubblicazione della seconda parte dell’intervista a Pino del nostro inviato sul campo Enrico Gattamorta. Speriamo che adesso che comincia a venir freddo Pino tenga botta, noi anche noi nei locali di Lamerotanti il riscaldamento sarà un problema ma oh, ci procureremo del gore-tex, dei ciocchi di legna cui dar fuoco coi nostri accendini scarichi, del felpato.

ENRICO GATTAMORTA: […] sai cosa me ne faccio?
PINO: Allora stai imparando a leggere, vecchio gnorri… Ne sono felice. D’altronde, questo è il mio apporto, di più non posso fare… E va bene, cedo. Però la retribuzione la scelgo io.
EG: Eh, ti piacerebbe. Ogni trenta secondi scatta la sigaretta. E’ un buon compromesso, potresti sempre rifornirti per mezza giornata…
P: Allora sei proprio cattivo!
EG: No, secondo me sei tu che sei cattivo, che cerchi sempre di infarloccarmi riempiendomi di belle parole, anche affascinanti, ma prive di contenuto.
P: Prive di contenuto non direi proprio, visto che ti vedo meglio…
EG: Sì ma sono io che ti vedo peggio! Hai cercato lavoro? Ti sei dato da fare?
P: Certo, ho aiutato te! Ti sembra poco?
EG: Sì ma non hai aiutato te stesso! Stai aiutando me, ma per te non hai fatto nulla!
P: Eh, come no?
EG: Eh come no!
P: Eh come, noo!
EG: Eh come, noo?

E’ un dialogo tra sordi, ma non tra ciechi.

EG: Scusa, mi ripeti il tuo nome?
P: Mi chiamo Pino, perché?
EG: Nulla di preoccupante, stai sereno. Ecco, volevo capire soltanto il motivo per cui ti trovi qui, seduto sotto un porticato a chiedere monete ai passanti. Non intendo inquadrarti come persona.
P: La tua domanda mi piace molto. Sai, le mie giornate sono vuote e ogni tanto mi fa piacere parlare di me con qualcuno che si interessa alla mia situazione. A proposito, ti interessa di me come persona o la mia situazione? Te ne parlo molto volentieri, anzi mi piace essere inquadrato e squadrato. Però voglio capire le tue finalità.
EG: Hai capito bene, Pino: la seconda. Però, guardandoti bene in faccia sento che tra di noi c’è un certo feeling.
P: Per forza! Siamo due disperati!
EG: Ma tu che ne sai di me?
P: Sono un vecchio saggio, no? Sono un barbone, ma ci vedo bene. A mio avviso solo i disperati si fermano a chiedere cose simili. I ficcanaso, peggio.
EG: Ma come, ma…
P: Sì, ti prendo in giro. O semplicemente ho cambiato idea, ci può stare. Non voglio parlare con nessuno, e non sopporto di essere invaso.
EG: Ah sì? Guarda, capisco il tuo disagio e la tua frustrazione, ma non hai alcun diritto di prenderti gioco di me. Io reagisco, attenzione. Così forse impari. Dei soldi ne puoi anche fare a meno, ma delle sigarette no. Ricordi il filo di cui mi parlasti? Sai cosa me ne faccio?

Qui c’è un pezzo illeggibile causa sostanza marrone, probabilmente caffè, versata sui fogli.

P: […] comunque ok, visto che godi tanto nel corrompere.
EG: E tu nell’esserlo.
P: Cosa?
EG: Cosa!
P: Cosaa!!
EG: Cosaa??
P: Dài, diciamolo insieme così magari facciamo il giochino del mignolo, o il gioco del mignolino.
EG: Sì ok, io godo nel corrompere ma tu nell’essere corrotto. Faccio partire il cronometro?
P: Eh no mio caro, per così poco… Visto che critichi il mio modo di parlare (oltre ad averlo cambiato, come vedi) ti dico anche: vai a fare un giro e torna con forbici più affilate!
EG: Va bene, me ne vado. Ma me ne vado a testa alta, se non altro perché sto imparando che la vita non è una gara, non te ne renderai conto ma lo sto imparando anche grazie a te.
P: Fila! Eravamo due amanti delle gare, e guarda dove siamo finiti… Ti ripeto, vai a fare un giro e torna con delle tronchesi!

ci vorrebbero infiniti venerandi

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Ci vorrebbero nel mondo diversi venerandi. Non dico i miei figli che già invece sono fin troppo impegnativi, dico tanti venerandi fabrizio, e non parlo nemmeno di omonimi, ce ne sono già abbastanza in emilia romagna ed è anche imbarazzante quando ci mandiamo messaggi via facebook, si incazzano pure se gli dico, allora come va giù nelle marche, e loro rispondono, sono di cattolica, marche un paio di balle, niente omonimi: parlo espressamente di cloni, fisici, perché purtroppo i cloni mentali sono già dentro di me.

I cloni mentali sono creati dai sensi di colpa, ogni senso di colpa crea in pratica un clone mentale di venerandi che cerca di prendere possesso del corpo di venerandi. Da ora in poi parlerò di me in terza persona. I sensi di colpa di venerandi, da ora in poi SDCDV, scattano in maniera improvvida e senza senso. I sensi di colpa di venerandi, che avevo detto che avrei definito SDCDV ma invece non ci riesco, preferisco scriverlo per lungo sono sostanzialmente di due tipi:

a) sensi di colpa per colpe reali
b) sensi di colpa per colpe immaginarie
c) sensi di colpa per colpe reali da un certo punto di vista, ma immaginarie se consideriamo i fatti secondo una diversa prospettiva
d) sensi di colpa per non sapere preventivamente dire quanti saranno gli elementi di una tabella o elenco ordinato, tipo ho detto due tipi e siamo già a quattro

I sensi di colpa reali sono le cose che devo fare davvero. Bollette. Lavoro. Calcolo dei tempi. Impegni. Appuntamenti. Gestione del denaro. Cose che ho – pare – detto che avrei fatto entro una certa data. La vita reale. Questi sensi di colpa germinano dentro di me di giorno e – in genere – sbucano fuori Quando Non Ci Posso Fare Niente, da ora in poi QNCPFN. Tipo alle quattro di notte: vorrei avere incubi con adolescenti con il volto coperto dai capelli lisci neri, che aprono come un ventaglio e sotto c’è l’orrore, arti mandroformi e zampe a snodo nel palato che scavano, ecco, incubi di questo tipo sarebbero acquetta fresca rispetto a di SDCDV tipo a) sbucati in pieno QNCPFN. Magari.
Faccio un inciso: quando ero piccolo balbettavo. Affrontavo le parole una per volta e vincevano loro. Ero nel silenzio prima del momento della mia parola, tipo in coda al negozio di alimentari e dentro la mia testa già si costruiva una realtà con questo ennesimo venerandi che avrebbe dovuto chiedere un chilo di papere, costruivo la frase un chilo di papere e poi quando dovevo parlare l’affrontavo con un coraggio che oggi mi sembra incredibile. Perdevo, regolarmente, vinceva il chilo di papere. Ma ero molto più coraggioso all’epoca, lottare nel silenzio contro ogni parola che mi germinava dentro e perdere, non avere il controllo. Ancora adesso, raramente, balbetto, e quando mi succede lo considero come uno starnuto, una cosa estranea che mi è entrata in bocca. Una specie di tradimento improvviso di uno dei venerandi che gestisce la successione degli anni del mio corpo che si sbaglia e inverte i piani di livello con cui sono costruito (hint: usate sempre un fondo invisibile, non bianco e usate con grazia le percentuali). Cosa ci insegna questo inciso: niente, era per dare un certo tono al post.
No, in realtà l’inciso nasce perché oggi a pranzo sono andato a mangiare e mentre mangiavo leggevo un romanzo di quelli con un sacco di pagine, non so quante perché variano a seconda del font, ma comunque tante, e a un certo punto ci sono due personaggi che balbettano, viene raccontato, e tutto sommato questa cosa della balbuzie io la vedo come una specie di metadata personale, una percentuale sostanziosa dei venerandi mentali che vivono dentro di me, balbetta, parlo di una percentuale sostanziosa ma non maggioranza, la maggioranza ha disimparato a balbettare o chissà, ha fatto fuori con il passare degli anni i venerandi mentali che balbettavano e che un tempo erano maggioranza assoluta dentro di me, ma la balbuzie resta comunque una sorta di metadata, una specie di balbuzie=””, che afferma la sua semplice esserci stata e mi chiedo se e quanto del mio essere venerandi oggi, dei miei mille errori, dei miei mille vizi, tipo scrivere questo che sto scrivendo, quanto anche del mio bene, del mio infilare le mani sotto le cose e sentire tutto il ridere che c’è, quanto di questo che sono io che osservo – adesso – il calabrone che è entrato nello studio e agita il suo ventre gialloscuro derivi da questa mia identità di balbuziente: il calabrone si è alzato. I miei genitori mi hanno anche portato in una scuola, ci sono stato per due o tre volte, per diversi giorni. Era una specie di colonia per balbuzienti. Pensate, entrare in una villa con decine e decine di persone e tutti balbettano. E tutti balbettano in maniera diversa, non esiste una sola balbuzie, come gli odori. Ognuno ha il suo. Ti parli, saluti, vai a dormire, mangi, giochi solo con persone che balbettano. E tu balbetti. Ci riunivano in salette e parlavamo, a turno balbettavamo assieme. Poi ci insegnavano il metodo. Dovevamo parlare usando il metodo. Il metodo impediva di parlare. Volevo scrivere di balbettare, ho sbagliato.

Quello

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Esco dalla doccia, apro la porta, faccio qualche passo verso il mondo passandomi l’asciugamano sulla testa, segno che c’è ancora, cosa, nell’ordine: il mondo, poi la testa e poi l’asciugamano, lettore non dare niente per scontato, tipo ti fai la doccia, allunghi la mano per prendere l’asciugamano e non c’è, imprechi, fai i passetti veloci spandendo acqua per terra e rischiando di cadere fino al porta asciugamani, prendi altro asciugamano e lo passi sulla testa e lo senti cadere: passi le mani altezza faccia e non c’è, rimangono: tronco e estremità del corpo, comunque non mi lamenterei, aprirei la porta del bagno e fuori il nulla. Niente, il mondo andato, perso, mentre ti facevi la doccia l’infinito niente ha preso spazio e si è ciucciato tutto il conoscibile tranne te e il vano doccia. Cose che possono anche succedere. Tipo apri l’acqua calda, ti infili sotto la doccia e in quel momento un tipo nella grande golia bianca del CERN dice ‘cazzo’ e un piccolo buco nero inizia a vorticare e masticare brani di realtà in maniera sempre più violenta fino a divorare nel suo nulla l’esistente tutto, tranne te e il tuo vano doccia, grazie eternit. Sei tossico, mi abbassi il valore dell’immobile ma tieni duro contro i buchi neri. Comunque, cose che possono anche succedere, dico, ma non a me che esco dalla doccia, asciugamano in mano, mani nella testa, il mondo tutto ancora con il sole, pianeti, polvere, sporco, lordume, orrore e lì, a pochi metri da me, lei, terzogenita. Che mi guarda, allunga la sua manina, dalla manina parte un ditino in particolare, l’indice, e lei dice con voce duenne, “cosa è quello?”
L’indice come un dito laser fora l’aria e arriva fino alle mie parti intime, che in questo momento post doccia non sono particolarmente intime, insomma, “quello” è quello che alcuni di voi possono facilmente immaginare stia lì da quelle parti altezza pube, anche se per sicurezza io abbasso la testa per vedere che effettivamente ci sia ancora, vai a sapere che con il mondo, l’asciugamano, la testa non sia poi il suo turno di svanire nel nulla.
“Eh quello” dico osservandolo con falso interesse. Le prime due risposte si affacciano nella mia testa ma non le dico e sono “un tempo lo sapevo ma non mi ricordo più” e “google è tuo amico”, non le dico per onestà verso di lei e perché la sua acquisizione del sarcasmo è ancora ai livelli base, una volta, cambio discorso, è successa una cosa buffissima, stava ascoltando, parlo sempre di terzogenita, stava ascoltando, non mi ricordo. Belìn mi sento come Beckett quando scriveva quei romanzi e ogni tanto si fermava e diceva “non posso proseguire”. Come lo capisco. E si fermava davvero e non finiva la storia. Come vorrei poter fare come lui.