I meravigliosi anni settanta

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se ci pensate, amici dell’intelligenza, amici della parola, amici della satira stiamo parlando degli anni settanta, i magici anni settanta, non so se vi ricordate, il problema della droga, la fica, il male, i cannibali (non giovani graziaddio), frigicoso, etc. tutti i geniacci che hanno creato la nuova etc., grazie ai quali il panorama italiano si è etc., ect. tutto quest’humus allucinogeno cosa ci ha dato a noi generati per gli anni ottanta del novecento, padri di cosi nati negli anni duemila, roba venuta fuori due generazioni dopo: actarus, il supertelegattone, milano in ogni città d’italia, i righeira, gino latino, i creativi, il campari. tutto questo per sandy marton? ne valeva davvero la pena?

la colonna destra di repubblica

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– ciao venerandi
– chi sei, io…
– sono la colonna destra di repubblica
– oddio, vattene
– scherzi. vuoi finire come il pd?
– il pd
– perdere il contatto con la parte più vera dell’italia?
– uh
– guarda questo cagnolino che si è innamorato di un criceto e cinque papagallini. c’è anche il video
– colonna destra, non so come dirtelo
– abbiamo anche un video di erri de luca
– oddio di nuovo
– che si fa il bidé
– ma no
– di notte però, infatti il video è tutto nero
– ecco
– ma si sente l’acquetta
– sai che non sei nemmeno nei miei preferiti?
– fesso te, ti perdi i nostri folgoranti neologismi
– tipo
– tipo grexit
– grexit
– grecia + exit = grexit
– è molto neologismo. tipo “cogliorotti”
– vuoi vedere una gallery sulle grotte più belle d’italia?
– dopo l’andropausa volentieri
– comunque questa cosa della grecia fuori dall’europa stiamo per lanciare un sondaggio
– ah. favorevoli e contrari?
– no, stiamo pensando qualcosa del tipo “ok, greci fuori dall’europa: ma dove li mettiamo?”
– uh. io non credo che…
– e lo facciamo a scelta multipla: tipo a) massachusetts; b) kamciatka; c) li aiutiamo, ma a casa loro; d) molise
– io credo che grexit abbia un significato più economico/politico che geografico
– eccone un altro
– io…
– leggono due numeri di limes e tah, tutti esperti di geopolitica
– davvero, io…
– personalmente, venerandi, io sceglierei a. stati uniti d’america. land of freedom. vaste zone inesplorate. cowboy. gente con il fucile. scuole pubbliche. stragi
– ecco
– e, oh sempre detto fra noi, io a fianco della grecia, pat, ci metterei anche israele. o la palestina. risolto anche quello. spazio ce ne è in abbondanza
– israele o palestina credo ci sarebbero dei problemi. per via della terra
– uh, che terra?
– la terra promessa da dio
– il massachusetts terra di dio? non lo sapevo. è un problema?
– no, no dove stanno ora è terra di dio.
– ah, ecco. beh scusa, e allora i greci? loro hanno l’olimpo. lì altro che terra di dio
– è un po’ diverso
– certo, certo, l’hai letto su limes
– i dei greci dopo un po’ i greci si sono resi conto che erano un po’ di fantasia
– anvedi
– gli dei greci vanno meglio come nomi di prodotti di mercato
– ah
– tipo io avevo una lampada da tavolo “artemide”
– i dei cristiani invece…
– più rigidi
– ecco
– molto più rigidi. e anche nomisticamente una lampada da tavolo “abramo” non me la metterei
– quella prende e parte
– ma infatti, non la ritrovi più

suicidio

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– hai mai pensato di ucciderti?
– sì, qualche volta sì
– e perché non l’hai fatto?
– per non perdere la priorità acquisita

Eros Ramazotti non esiste

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Fra i grandi misteri della natura annovero la non-esistenza di categorie di persone che invece dovrebbero palesarsi facilmente nella mia vita di tutti i giorni. Mi riferisco a coloro che acquistano le opere di Eros Ramazzotti. Eros Ramazzotti è uno dei tanti punti interrogativi della mia vita. Ricordo la sua comparsa negli anni ottanta. Nella mia facile categorizzazione adolescenziale lo collocai tra i bellocci disco estate, ovvero quelli che uscivano in versione poster a petto nudo su cioé o altra rivista ormonale, per due o tre mesi restavano appesi al muro e poi sparivano nel nulla da cui erano emersi.
Eros Ramazzotti, pur avendo tutti gli stilemi del caso, no. Ogni tanto ero in un bar sentivo la sua canzone, ma un po’ cambiata. Erano passati anni e lui era ancora lì, aveva fatto una nuova canzone. Ogni tanto pensavo, oh magari è bravo davvero e ho avuto un abbaglio, e provavo a sentire un pezzo ma no, il giudizio degli anni ottanta manteneva ancora tutta la sua giustificazione estetica.
Eppure lui continuava, negli anni, grandi successi, passaggi alla radio, la sua vocetta un po’ nasale che mi ricordava battisti quando aveva la sinusite e non poteva cantare. Piaceva e continuava a vedere i suoi dischi, magari c’erano ancora i poster a petto nudo per le versioni adulte di cioè. Chessò, intimità. Tv sorrisi e canzoni.
Il vero mistero per me – comunque – è che in tutti in questi anni, mai e dico mai per significare il mai più assoluto, il deserto completo, mai dicevo ho incontrato una persona che ascoltasse Eros Ramazzotti. Mai. Uno che in auto accendesse la sua autoradio e si sentisse la vocetta di Eros, trovassi in casa di amici un cd, una vecchia musicassetta, o parlando di musica italiana qualcuno che mi dicesse, no, certo, bravo Ligabue, però anche Eros Ramazzotti in fondo. Mai. In trent’anni mai una volta che io abbia incontrato uno dei milioni di acquirenti di opere di Eros Ramazzotti.
Eppure esistono. Comprano. Ascoltano, non penso che lo passino solo in radio. Da qualche parte si vedranno, metteranno il cd nell’asola elettronica per sentire la nuova/vecchia/eterna canzone di Eros Ramazzotti. Dove sono? Inizio a pensare che ci siano delle specie di comunità, che vivono al di fuori del consesso umano, dove si riuniscono gli ascoltatori di Eros Ramazzotti. Gruppi di autoaiuto. Talvolta, ed è il pensiero più dolce, mi viene da pensare che in realtà Eros sia davvero sparito dopo quell’estate degli anni ottanta, e che rimanga solo come una proiezione mentale della mia memoria, una sorta di bug tra le variabili che gestiscono il casino della mia vita. Basterebbe che qualcuno posasse un dito sugli elettroni che galleggiano sulla mia scheda madre, facendo ponte con il suo corpo con la terra, e con una breve scarica anche Eros Ramazzotti tornerebbe a dare energia al mondo e alla storia.

innamorarsi di un computer

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quando ero giovane compravo riviste per apple, quella che mi piaceva di più si chiamava superapple. ci scriveva sopra enrico colombini, luca accomazzi mica cazzi. colombini spiegava come entrare nel linguaggio macchina dell’apple II, accomazzi scriveva che ci si poteva innamorare di un computer due pagine per spiegare che non c’era niente di male e che il computer di cui si era innamorato era l’apple //c. era il 1985, io avevo quindici anni. il fatto di essere nato in un anno con lo zero finale mi ha reso sempre molto facile fare di questi calcoli, ma devo dire che dopo i quaranta è diventato drammaticamente facile.
anyway. il computer di cui mi sono innamorato io non l’ho mai posseduto, era un computer della apple che avrebbe dovuto sostituire il mio Apple ][+ compatibile, voi non avete idea di quanto tempo io abbia passato a guardare le sue linee designed in california, letto e riletto le sue specifiche tecniche, guardato con un po’ di ludibrio, la parola giusta non è ludibrio, ora non mi viene, diciamo con un po’ di concupiscenza, eccitazione, incontintenza, lascivia, licenziosità, lussuria. 2. (estens.) [desiderio smodato di qualcosa, anche con la prep di: l. di potere] ≈ avidità, brama, bramosia, cupidigia io osservassi il listino prezzi che in italia era all’epoca impensabile per uno studente qual me che – se i ricordi non mi ingannano – all’epoca stavo per toccare giusto la pubertà o giù di lì.
ho visto per due volte questo computer aka Apple IIgs, che per me era la modernità e il futuro ma anche una sana tradizione di smanettamento onanistico/informatico, la prima volta allo SMAU di milano, dove andavo tipo in pellegrinaggio a vedere le vagonate di computer che arrivavano e sparivano come ghiaccio: il bbc acorn, ora mentre scrivo ricordo una volta che mi sono trovato davanti a questi bbc acorn, che avevo solo visto in patinata, all’epoca c’erano più microcomputer che oggi app, altro che standard, comunque io andavo allo SMAU per vedere questi computer nuovissimi, computer con gli schermi touch, nel 1986, comunque, e anche per copiare software, vagonate di software illegale che giravano, si copiava con disk copy 3.1 e soprattutto con locksmith 5.0 che era una scheggia, umberto eco dice che quando si invecchia invece che innovare di va avanti di aneddoti, prot, comunque, lì vidi l’apple IIgs, lo toccai, ce ne era solo uno allo stand Apple, lo toccai e fine così.
la seconda volta che vidi un Apple IIgs ero al museo Apple e lo toccai come una cosa remota, una specie di futuro anteriore di come si chiamano. non mi viene il nome. i futuri possibili. niente non mi viene. un nome greco. ucronie, ecco, devo altri venti euro ai greci. il patto è, ogni parola greca 20 euro per i diritti di autore della grecia. ucronia, toh altri venti. comunque, ho guardato questa macchina con la nostalgia di un futuro anteriore che non avevo mai avuto, una ucronia in cui avrei vissuto con l’apple IIgs fino ad oggi sfidando ogni innovazione con la perseveranza della morte, della dissoluzione della memoria, con l’umidita, il verde che si crea sui circuiti elettrici e li rende alla fine – finalmente – pietra/

Quindi ad un certo punto mi viene voglia di un computer

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Leggo riviste, li vedo apparire come dei mostri, inizialmente arrivano con il loro lato più suadente: i videogiochi. Io non volevo un computer volevo un videogioco, un atari, un intellevision, in casa mia, nel mio tinello, nel mio paese di provincia, sedermi in sala, accendere e entrare nei labirinti con il mio joystick, con la mia pad, è questo quello che voglio e vedo anche foto di schermi, tastiere, gente che scrive comandi al computer per me il computer in quel momento è capace di ogni cosa, a mio padre dico che voglio un computer poi dico un videogioco poi dico non lo so cosa voglio, voglio il digitale che ancora non si chiama così si chiama informatica e poi in casa arriva il mio primo computer. È verde, ha scritte in americano ed è fatto tutto a taiwan, il manuale dice cose improbabili, se premo un tasto lui scrive comandi, non ci sono videogiochi, c’è solo un BASIC residente, un registratore a cassette, uno schermo nero senza limiti spaziali.

Voi che oggi accendete un ipad, un android, un windows, un macintosh, non avete idea di cosa significhi uno schermo nero senza nessuna idea di spazio. Tutto può esistere. Tutto può apparire e scomparire in un attimo. Non esiste geometria, non esiste scrivania, finestra, non esistono icone. Non c’è nessuna semplificazione da abbecedario da prima elementare. Una finestra nera e un cursore che lampeggia. Il livello di astrazione richiesto per pensare che stai usando davvero un computer è completo: ti senti perso, immerso, protetto. Sei in un ambiente che non vedi, interroghi.

Avete presente di notte i bambini che hanno paura del buio perché si immaginano quello che non possono vedere? Era la stessa cosa: riempivo l’informatica che non potevo vedere con la sua mitologia privata.

Imparai il BASIC perché non potevo fare altro. La rom del mio computer era compatibile con un modello creato solo un USA, non esistevano programmi per il mio computer. Era un BASIC scarno, ogni linea poteva contenere una sola istruzione. Quando terminavo un programma potevo provare a salvare sul registratore a cassette. Nessun suono, nessuna immagine: salvare era un puro atto di fede. Come ogni fede, spesso malriposta. I tasti erano di gomma, soffici. Con keystroke speciali si potevano attivare alcune immagini speciali: un alieno preso paro paro da space invaders; un fantasmino del PACMAN. Si potevano fare dei suoni. Non ero molto bravo a programmare, ma mi piaceva.

Era come leggere, all’incontrario.

il mio primo computer