Io e Isidoro

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Sto dormendo e a un certo punto sento qualcuno che mi tocca. Penso sia il gatto quindi faccio dei gesti bruschi per mandarlo via, ma sento invece una mano che tiene la mia e la ferma. Apro gli occhi: davanti a me, nella penombra c’è Isidoro.
“Ciao venerandi” mi dice, mi fa un sorriso sincero e io mi stropiccio gli occhi dico ma che cazzo, ma con tenerezza. “Vieni venerandi, devo farti vedere una cosa” mi dice, e mi tira per la mano per farmi scendere. “Ma è notte” protesto e lui dice che apposta è venuto, è una cosa che si può vedere solo di notte. Sbuffo, prendo una maglietta alla pelle, scendo dal letto e lo seguo. Lui cammina davanti a me, ogni tanto si gira per vedere se lo sto seguendo e mi sorride. Scende fino al pianoterra e poi apre una botola che abbiamo in sala e che porta nelle vecchie cisterne della casa.
“Guarda che la scala è marcia, non riusciamo a scendere” dico, e lui mi sorride e dice, ci riusciamo, ci riusciamo e mi sorride. Si infila dentro con le gambe e lo vedo sparire nella botola. Sbuffo, lo seguo.
Sotto c’è buio, odore di umido. L’odore di umido mi entra nei polmoni, li riempie tutti. Isidoro è andato in un angolo e ha spostato dei detriti che erano lì da anni e sotto c’è una seconda botola che non avevo mai visto. Apre anche quella. “E questa dove va?” chiedo, ma Isidoro per tutta risposta si gira verso di me, sorride ancora e fa un gesto con la mano piatta, come dire, eh vedrai, vedrai.
Inziamo a scendere nelle seconda botola ma qua i gradini sono di pietra, è una scalinata che sembra infinita e che si perde nel buio, vedo solo la veste bianca di Isidoro. Deve avere qualcosa in mano che illumina debolmente gli scalini di una luce fioca e verde. Continuo a scendere guardando gli scalini per non inciamparmi, sembrano scavati nella roccia, a volte invece ricostruiti con pietre appoggiate le une sulle altre. Quando alzo la testa vedo solo il buio, non so dove sono non lo capisco. Camminiamo per ore.
Ad un certo punto la scala arriva davanti l’apertura di un tunnel, una specie di stretto cunincolo dove Isidoro di infila senza pensarci due volte. “Ma dove stiamo andando?” sussurro. Nessuna risposta. Continuo a seguirlo, ora siamo in un dedalo di cunicoli che si intrecciano: a volte sono delle grotte scoscese, a volte gallerie costruite ad arco. Mi batte il cuore, fa freddo e e caldo nello stesso tempo.
Dopo un periodo di tempo che mi sembra lunghissimo Isidoro si ferma. “Ecco, ci siamo” mi dice.
Siamo in una piccola galleria che termina in una apertura. Getto uno sguardo al di là e intuisco nell’oscurità un’enorme grotta: la debole luce verde di Isidoro riesce a malapena a illuminare una piccola parte delle pareti più vicine a noi. È circolare, come un cilindro immenso scavato nella terra, immerso nel buio.
“Ma cosa è?” chiedo girandomi verso di lui.
“Ora vedrai, ora arriva” dice.

Sento un rumore, prima lontano, lontanissimo, come un meccanismo in moto, come una frana di pietre che cadono le une sulle altre per sempre. Poi mi rendo conto che l’enorme grotta si sta illuminando, da uno dei due lati pare arrivare una qualche luce che mette in mostra il rilievo altissimo e lontanissimo delle pareti. È un processo lentissimo, più aumenta il suono più aumenta la luminosità della grotta.
“Ora stai indietro” mi dice Isidoro, tirandomi appena verso il piccolo tunnel in cui siamo rintanati.

Poi appare, il rumore si fa assordante, il tutto non dura più di cinque o sei secondi. Io urlo, credo, cerco di tenere gli occhi aperti mentre la luce mi entra dentro immensa, fortissima, dura: sento la pelle che si arroventa, l’odore delle mie ciglia bruciate, i capelli, Isidoro mi tira verso di sé mentre lingue di fuoco lambiscono l’apertura del tunnel in cui siamo e un getto d’acqua salmastra mi scroscia adosso frizzando improvvisa. Vedo la sfera apparire, tonante, immensa e poi rotolare via dalla parte opposta, in un frastuono di rocce che si frantuamano, di pietre che cozzano.

“Ma cosa era?” grido a Isidoro, adesso siamo immersi nel buio più completo.
Lo sento ridacchiare. “È il sole” mi dice.
Infatti, spiega, la sera il sole si getta nell’oceano ad occidente, va in profondità e per sconosciute vie sotterranee torna poi ancora ad oriente. “Questa è una di quelle vie” dice, e lentamente torna ad apparire quella fioca luce verde tra le sue mani. “Ci tenevo che tu la vedessi e potessi raccontarlo” aggiunge.

Mi tocco e mi rendo conto che sono tutto bagnato. “E l’acqua da dove viene?” chiedo ancora a Isidoro, mentre lui lentamente si muove per tornare indietro. “Il sole – mi spiega – è fatto di fuoco e si riscalda ancora di più per la grandissima velocità con cui ruota. Si nutre quindi di acqua e riceve dall’elemento contrario il potere di illuminare e riscaldare. Per questo spesso lo vedi come umido e come cosparso di rugiada”. Mi racconta poi che è il motivo per cui il sole si getta alla sera nell’oceano, per poter bere avidamente l’acqua necessaria il giorno dopo per brillare e dare forza alle piante del mondo.

Camminiamo a lungo, per giorni e giorni e poi Isidoro mi confessa che a risalire è più lunga che scendere.

signora meloni?

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– pronto ministra meloni?
– sì?
– sono venerandi
– io non…
– un amico di Elton John
– ah
– ho letto il suo invito a Elton John di candidarsi a sindaco di Venezia
– sì
– e mi chiedevo: ma è davvero possibile? cioè Elton John è inglese: la legge italiana permette davvero a uno straniero di diventare sindaco di…
– no, guardi la interrompo. non lo so, non credo. la mia era una provocazione
– ah. peccato.
– una provocazione per proteggere…
– avrei preso residenza a venezia
– capisco. la mia era una provocazione a protezione delle famiglie, dei valori italiani, della…
– ecco. perché, scusi eh, se ho capito bene il problema con i libri che avete ritirato è che insegnano ai bambini che possono scegliere il loro sesso
– esatto. inculcano ai bambini che possono scegliere tra una ampia gamma di possibilità
– invece, lei dice, se sei nato maschio, sei maschio
– e certo
– sei proprio obbligato – diciamo così – a essere maschio
– certo
– non ti deve venire in mente, chessò, che magari è bello baciare un altro uomo
– ma scusi, a lei piace baciare altri maschi?
– a me no. ma io non ho letto i libri gender da piccolo, ah ah
– ah ah
– ah ah. però. mettiamo che a un bambino, un ragazzino, piaccia baciare i maschi
– eh
– per ipotesi. cosa deve fare? deve dire eh no, ormai sono nato maschio ‘sta cosa me la tengo nascosta
– guardi, in natura esistono due soli sessi. maschio e femmina. è una cosa che fin da piccoli si capisce. le femmine sono in un certo modo, i maschi in un altro modo.
– ecco
– può capitare che uno abbia una confusione, ma poi la natura è quella. o sei maschio o sei femmina
– capisco. però, scusi eh. se io guardo alla natura, senza libri gender cose del genere, io gli animali che fanno sesso con lo stesso sesso li ho visti. una volta – per dire – il mio cane…
– eh ma quelle sono bestie
– ah ecco
– sono animali, appunto
– quindi quando lei parlava di natura intendeva la natura umana
– esatto
– una natura più alta di quella animale
– esatto
– potrei dire una natura angelica, se mi passa il termine, al di sopra delle cose terrene
– eh eh, angelica, io…
– però qui c’è un problema
– eh
– gli angeli non hanno sesso
– …
– in un certo senso sono sovra-gender. hanno scelto… ministra meloni?
– …
– ministra meloni?

SKODA 120 LS

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– venerandi
– mh
– ancora vivo?
– fa caldo, ma…
– vedi venerandi, te la ricordi la skoda?
– la skoda
– la skoda verde che tua padre aveva comprato negli anni ottanta
– la skoda. me la ricordo, verde grossa, squadrata. skoda ls. dove ls stava per “lusso sport”. credo
– lusso sport
– macchina dei paesi dell’est
– proletaria
– proletarissima, anche se scivolava sul ghiaccio
– ti ricordi i paraurti
– i paraurti
– i paraurti della skoda
– sì. erano di metallo. davanti e dietro, di metallo grigio
– esatto, all’epoca erano tutti così. l’idea all’epoca era che il paraurti dovesse proteggere la macchina. andavi a sbattere e la macchina non si rompeva, resisteva a tutto
– eh, non le fanno più così
– per fortuna venerandi
– uh
– eh sì, perché la macchina resisteva all’urto, ma lo trasmetteva a te che stavi dentro. ti ammazzava
– ah ecco
– ora invece le macchine si accartocciano, assorbono loro l’urto e ti salvano la vita
– ho capito
– ecco venerandi. dovresti fare uguale anche te
– uh?
– tu sei come la skoda ls, tutto ti succede attorno, ti vengono addosso, vai a sbattere e sembra che non sia successo niente. paraurti.
– io…
– ma dentro si è spappolato tutto, si è sfasciato
– dunque.
– invece dovresti lasciarti andare venerandi, quando ti arriva qualcosa addosso dovresti accartocciarti.
– accartocciarmi
– sì
– …
– …
– ora immagino che dovrei fare qualcosa tipo mettermi a piangere, abbracciarti e dire hai ragione, oh dannazione hai ragione. come in un film della sundance. singhiozzare
– ti piacerebbe. ma non puoi abbracciami
– e perché?
– perché sei da solo a scrivere davanti al computer, venerandi, e io sono tutto spappolato

01

wunderkammer & carcasse

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#1 Sto leggendo questo numero di Progetto Grafico che parla di come gestire il design dei dati scientifici e in un articolo Renato Bruni racconta di come le fotografie che dovrebbero spiegare la botanica vengano utilizzate con finalità da wunderkammer; in una didascalia in particolare di un polypodium virginianum Bruni dice: la possibilità di acquisire immagini oltre il confine del visibile e la loro rielaborazione cormatica sono elementi chiave della moderna rappresentazione botanica. La scelta dei falsi colori è una manipolazione del reale che amplifica e indirizza la comunicazione, ma al contempo la distorce: quel che la memoria eidetica acquisisce è un artefatto con una forte valenza emotiva, ma irreale. “Ah” penso io. “Come fa la letteratura con la vita”.

#2 Sono all’isola ecologica con una stampante tra le braccia, sono sudato marcio, una stampante rotta e chiedo alla donna nel gabbiotto dove posso buttarla, è una stampante rotta. La ragazza mi indica un grosso container rosa in lontananza e mi dice, là, nel container rosa, ma aspetta che il camion finisca la manovra. Mi dirigo verso il container rosa, supero il camion che sta manovrando nelle vicinanze, entro nel container, mi stringo alla stampante. Il cointainer è pieno di elettronica. dvd player, scanner A2, computer, portatili, stereo, tutto ammassato in un unico abbraccio: mi ricorda la skyline di certe foto che ho visto dell’africa. Faccio un gesto e butto la mia stampante lì in mezzo. Poi non resisto; entro dentro al container, inizio a camminare tra i cumuli, schiaccio circuiti, salto case color caffelatte, prendo in mano carcasse di portatili, calpesto hp, acer, ibm. Mi guardo attorno come una persona sopravvissuta in qualche film di fantascienza. Poi improvvisamente sento il camion rombare fuori, vedo il container che inizia a virbrare: corro verso l’uscita abbacinante del sole.

di tutto questo non resterà niente

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In questa foto, non pervenuta, potete vedere venerandi che beve un caffè al bar. Ma se spostate leggermente la testa potete vedere un uomo di cinquanta, cinquantacinque anni circa, che si avvicina alla giovane barista tatuata, non dal bancone dove venerandi immobile beve il caffè, ma sul lato di ingresso al retrobancone, dove la sua figura rimane seminascosta dall’imponente macchina del caffé. L’uomo, lo vedete, sta chiedendo qualcosa sottovoce alla barista, ripete questa cosa più volte, tenendo in mano due banconote da venti euro. La barista prende i quaranta euro e dice ad alta voce, “ho capito!” e si dirige verso la cassa. Se vi spostate ora sull’altro lato potete vedere la barista che prende un numero importante di monete da un euro e le mette in un contenitore semitrasparente. Il contenitore semitrasparente è un vecchio reggiuovo di pasqua, quelli che si trovano dentro ai pacchi di uovo di cioccolato per bambini. Rispostandovi alla destra del venerandi vedete la barista che torna dall’uomo e dà il porta uovo con le monete da un euro.
Se avvicinate l’occhio alla fotografia potete vedere l’uomo che sussurra qualcosa alla ragazza che – scazzata – ritira fuori le monete e le appila in quattro colonne da dieci, le mostra all’uomo, e poi le rimette nella ciotola. L’uomo allora dice ancora qualcosa a voce bassa e la ragazza riempie un piccolo calice di vino bianco, lo porge all’uomo che lo beve come assetato di una sete insaziabile.
Allontanando leggermente da voi la foto e guardandola da un certa distanza potete vedere l’uomo che prende la ciotolina di plastica usata delle uova di cioccolato, con le sue monete dentro, e lentamente si dirige verso le macchinette slot-machine che occupano tutto il retro del bar. Dalla parte opposta è invece la figura ingobbita del venerandi che esce dal bar: una didascalia mostra il suo pensiero che è: “di tutto questo non resterà niente”.

Il sold dell’avvenire

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Quando ero un ragazzino andavo al ginnasio, che a dispetto del nome non è una palestra ma sono i primi due anni del liceo classico. Andavo in uno dei licei più istituzionali e stantii di Genova, c’era più marmo lì dentro che al cimitero di Staglieno, per dire. Buona parte dei miei compagni veniva da Albaro, luogo di avvocati e medi imprenditori, ma io, più fortunato, venivo da Sant’Olcese che è un paese che se ci passate in auto faticate ad associare al mondo greco latino. Però ci fanno un ottimo salame se siete interessati a questo genere di porno. Anyway. Per riuscire ad arrivare in tempo al liceo classico dovevo svegliarmi ad ore antelucane (aka di notte) e prendere un treno a scartamento ridotto che da Sant’Olcese in un’oretta mi portava in una zona di Genova ragionevolmente vicina al liceo classico. Quest’ultima parte del percorso la facevo in genere da solo perché il venerandi era l’unico stronzo della vallata del santolcesino ad aver scelto la facoltà classica, ad eccezione di una ragazza bellissima dal nome bellissimo che prendeva anche lei il treno ma che andava in altro liceo e che in cinque anni cinque mi disse “ciao” una sola volta.

(Incidentalmente qualche anno dopo fui maestro dei novizi di sua sorella, ma questa non ve la racconto).

La sorella, una ragazza – quando la conobbi – ugualmente meravigliosa era capace, zaino in spalla camminando sotto la pioggia, di avvicinarsi a me e mettersi a declamare a memoria la divina commedia. Per ore. Una di quelle persone che pensi, ma allora l’essere umano ha un senso. E anche Dante. E la declamava a memoria a me, che a memoria ho difficoltà a ricordare anche i numerini del bancomat.
Anyway, ad un certo punto tenemmo in casa di questa ragazza una specie di cena di noviziato e mia meraviglia fu trovarmi di fronte la liceale che in treno, decenni prima, mi aveva detto una sola volta “ciao”.

Deglutii e non ricordo se dissi ciao, ma quello che avvenne di lì a poco lasciò senz’altro un ricordo perenne nella famiglia delle due ragazze.

In pratica si era deciso di fare una cena tutti assieme, io, la maestra dei novizi e i novizi, tutto in casa della novizia dantesca. Si era anche deciso di vedere un film assieme e dopo ampio dibattito si era scelto Animal House, famoso, ci tengo a precisarlo, famoso film con John Belushi. Forte della mia tessera di Video Ciak mi ero offerto volontario io per prendere la videocassetta in questione. Tutta questa storia l’ho già raccontata, ma chissà dove. Vabbé. Flashback: venerandi entra da videociak, all’epoca un enorme labirinto al piano terra di un magazzino priapico, gira per questa carnavalata fino a raggiungere il bancone dove chiede trafelato Animal House. Il commesso, lascivo, lo guarda, sparisce, torna dopo qualche secondo con una copia di Animal House, la dà al venerandi, gli tocca la mano, si prende i soldi, il venerando esce fischiettando. Pirla. Fine flashback. Ora siamo nella casa della novizia, abbiamo cenato, io ho occhi solo per le due classiciste, ma ho un ruolo educativo e dico quindi, coff coff, dobbiamo vedere il film, altrimenti si fa tardi e tiro fuori la copia di Animal House VHS e la do alla ragazzina dantesca che la mette nel videolettore. Tutti ci sediamo, parte Animal House, i genitori delle due ragazze intanto sparecchiano dietro di noi e parte il film che è diverso. Diverso da come tutti se lo ricordano. Eppure il titolo è Animal House dico io, l’ho preso io. Sono sicuro. I ragazzi dicono, mandiamo un po’ avanti il nastro per vedere se spunta fuori John Belushi, se c’è lui siamo sicuri che è quello giusto. I ragazzi mandano avanti il nastro, il video intanto diventa grigetto, i ragazzi premono play, riparte la visione. “O dio mio” dice la classicista vicino a me, io che le sorridevo giro gli occhi verso il video e vedo coiti. Tanti coiti. I suoni nella stanza cambiano completamente, oh oh oh sì sì oh cose così, un aura rosa carne copre i volti di tutti novizi. L’altra maestra dei novizi urla anche lei “O dio mio” ma con tono completamente diverso, scatta in piedi e si mette con il suo corpo tra noi e lo schermo. “Fermate!” urla, “spegnete tutto!” urla. Uno dei novizi si gira verso di me e mi dice, “ma venerandi hai preso un porno? Per la cena di noviziato?” e io balbetto qualcosa del tipo ma io, ma io, ma il commesso, e intanto il ragazzo continua e dice, grazie, venerandi grazie.

Anyway, essendo il solo a fare il classico, nessuno faceva a piedi con me la tratta stazione del treno – liceo classico, tranne un ragazzo simpatico ma stronzo, o stronzo ma simpatico, ora non ricordo, che non andava al classico ma a un istituto per diventare odontotecnici/dentisti che incidentalmente era sulla stessa linea d’aria del liceo classico dove andavo io. E per un periodo abbastanza lungo facemmo la strada insieme a passo molto veloce con lui che parlava male di tutto il mondo a lui conosciuto e io che ridacchiavo.
Un giorno gli chiesi, con grande innocenza, ma scusa, una cosa ti ho sempre voluto chiedere. Io ho fatto il classico perché mi piace la letteratura, i libri, la cultura. Tu che fai la scuola per odontotecnico, cosa ti piacciono, i denti?
E lui si girò verso di me, come se mi vedesse per la prima volta e mi rispose “venerandi, i soldi. A me piacciono i soldi, cazzo” e io rimasi affascinato di questa cosa che la scuola superiore potesse avere una funzione non tanto educativa/culturale quanto – come dire – pratica. Pratica.
Averlo saputo prima.
Subito dopo girammo per via XX Settembre che a quell’ora del mattino ci sparava negli occhi la luce abbagliante del sole nascente. “Preparati già ora il sorriso da pederasta”, mi aveva detto subito prima di prendere la svolta per via XX Settembre e tutti e due ora, guardaci, siamo con gli occhi socchiusi a fessura per non essere abbagliati e la bocca costretta in quel sorriso stretto da pederasta che va verso il sole dell’avvenire.

{di notte}

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– Schrödinger?
– mh, dimmi amore? non riesci a dormire?
– lo sento di nuovo
– amore, è solo la tua immaginazione. dormi
– sta miagolando. di nuovo
– non…
– apri. quella. dannata. scatola.
– amore, non…
– sta miagolando. da ore ormai. apri quella dannata scatola, perdio. è vivo!
– non puoi saperlo