wunderkammer & carcasse

Standard

#1 Sto leggendo questo numero di Progetto Grafico che parla di come gestire il design dei dati scientifici e in un articolo Renato Bruni racconta di come le fotografie che dovrebbero spiegare la botanica vengano utilizzate con finalità da wunderkammer; in una didascalia in particolare di un polypodium virginianum Bruni dice: la possibilità di acquisire immagini oltre il confine del visibile e la loro rielaborazione cormatica sono elementi chiave della moderna rappresentazione botanica. La scelta dei falsi colori è una manipolazione del reale che amplifica e indirizza la comunicazione, ma al contempo la distorce: quel che la memoria eidetica acquisisce è un artefatto con una forte valenza emotiva, ma irreale. “Ah” penso io. “Come fa la letteratura con la vita”.

#2 Sono all’isola ecologica con una stampante tra le braccia, sono sudato marcio, una stampante rotta e chiedo alla donna nel gabbiotto dove posso buttarla, è una stampante rotta. La ragazza mi indica un grosso container rosa in lontananza e mi dice, là, nel container rosa, ma aspetta che il camion finisca la manovra. Mi dirigo verso il container rosa, supero il camion che sta manovrando nelle vicinanze, entro nel container, mi stringo alla stampante. Il cointainer è pieno di elettronica. dvd player, scanner A2, computer, portatili, stereo, tutto ammassato in un unico abbraccio: mi ricorda la skyline di certe foto che ho visto dell’africa. Faccio un gesto e butto la mia stampante lì in mezzo. Poi non resisto; entro dentro al container, inizio a camminare tra i cumuli, schiaccio circuiti, salto case color caffelatte, prendo in mano carcasse di portatili, calpesto hp, acer, ibm. Mi guardo attorno come una persona sopravvissuta in qualche film di fantascienza. Poi improvvisamente sento il camion rombare fuori, vedo il container che inizia a virbrare: corro verso l’uscita abbacinante del sole.

di tutto questo non resterà niente

Standard

In questa foto, non pervenuta, potete vedere venerandi che beve un caffè al bar. Ma se spostate leggermente la testa potete vedere un uomo di cinquanta, cinquantacinque anni circa, che si avvicina alla giovane barista tatuata, non dal bancone dove venerandi immobile beve il caffè, ma sul lato di ingresso al retrobancone, dove la sua figura rimane seminascosta dall’imponente macchina del caffé. L’uomo, lo vedete, sta chiedendo qualcosa sottovoce alla barista, ripete questa cosa più volte, tenendo in mano due banconote da venti euro. La barista prende i quaranta euro e dice ad alta voce, “ho capito!” e si dirige verso la cassa. Se vi spostate ora sull’altro lato potete vedere la barista che prende un numero importante di monete da un euro e le mette in un contenitore semitrasparente. Il contenitore semitrasparente è un vecchio reggiuovo di pasqua, quelli che si trovano dentro ai pacchi di uovo di cioccolato per bambini. Rispostandovi alla destra del venerandi vedete la barista che torna dall’uomo e dà il porta uovo con le monete da un euro.
Se avvicinate l’occhio alla fotografia potete vedere l’uomo che sussurra qualcosa alla ragazza che – scazzata – ritira fuori le monete e le appila in quattro colonne da dieci, le mostra all’uomo, e poi le rimette nella ciotola. L’uomo allora dice ancora qualcosa a voce bassa e la ragazza riempie un piccolo calice di vino bianco, lo porge all’uomo che lo beve come assetato di una sete insaziabile.
Allontanando leggermente da voi la foto e guardandola da un certa distanza potete vedere l’uomo che prende la ciotolina di plastica usata delle uova di cioccolato, con le sue monete dentro, e lentamente si dirige verso le macchinette slot-machine che occupano tutto il retro del bar. Dalla parte opposta è invece la figura ingobbita del venerandi che esce dal bar: una didascalia mostra il suo pensiero che è: “di tutto questo non resterà niente”.

Il sold dell’avvenire

Standard

Quando ero un ragazzino andavo al ginnasio, che a dispetto del nome non è una palestra ma sono i primi due anni del liceo classico. Andavo in uno dei licei più istituzionali e stantii di Genova, c’era più marmo lì dentro che al cimitero di Staglieno, per dire. Buona parte dei miei compagni veniva da Albaro, luogo di avvocati e medi imprenditori, ma io, più fortunato, venivo da Sant’Olcese che è un paese che se ci passate in auto faticate ad associare al mondo greco latino. Però ci fanno un ottimo salame se siete interessati a questo genere di porno. Anyway. Per riuscire ad arrivare in tempo al liceo classico dovevo svegliarmi ad ore antelucane (aka di notte) e prendere un treno a scartamento ridotto che da Sant’Olcese in un’oretta mi portava in una zona di Genova ragionevolmente vicina al liceo classico. Quest’ultima parte del percorso la facevo in genere da solo perché il venerandi era l’unico stronzo della vallata del santolcesino ad aver scelto la facoltà classica, ad eccezione di una ragazza bellissima dal nome bellissimo che prendeva anche lei il treno ma che andava in altro liceo e che in cinque anni cinque mi disse “ciao” una sola volta.

(Incidentalmente qualche anno dopo fui maestro dei novizi di sua sorella, ma questa non ve la racconto).

La sorella, una ragazza – quando la conobbi – ugualmente meravigliosa era capace, zaino in spalla camminando sotto la pioggia, di avvicinarsi a me e mettersi a declamare a memoria la divina commedia. Per ore. Una di quelle persone che pensi, ma allora l’essere umano ha un senso. E anche Dante. E la declamava a memoria a me, che a memoria ho difficoltà a ricordare anche i numerini del bancomat.
Anyway, ad un certo punto tenemmo in casa di questa ragazza una specie di cena di noviziato e mia meraviglia fu trovarmi di fronte la liceale che in treno, decenni prima, mi aveva detto una sola volta “ciao”.

Deglutii e non ricordo se dissi ciao, ma quello che avvenne di lì a poco lasciò senz’altro un ricordo perenne nella famiglia delle due ragazze.

In pratica si era deciso di fare una cena tutti assieme, io, la maestra dei novizi e i novizi, tutto in casa della novizia dantesca. Si era anche deciso di vedere un film assieme e dopo ampio dibattito si era scelto Animal House, famoso, ci tengo a precisarlo, famoso film con John Belushi. Forte della mia tessera di Video Ciak mi ero offerto volontario io per prendere la videocassetta in questione. Tutta questa storia l’ho già raccontata, ma chissà dove. Vabbé. Flashback: venerandi entra da videociak, all’epoca un enorme labirinto al piano terra di un magazzino priapico, gira per questa carnavalata fino a raggiungere il bancone dove chiede trafelato Animal House. Il commesso, lascivo, lo guarda, sparisce, torna dopo qualche secondo con una copia di Animal House, la dà al venerandi, gli tocca la mano, si prende i soldi, il venerando esce fischiettando. Pirla. Fine flashback. Ora siamo nella casa della novizia, abbiamo cenato, io ho occhi solo per le due classiciste, ma ho un ruolo educativo e dico quindi, coff coff, dobbiamo vedere il film, altrimenti si fa tardi e tiro fuori la copia di Animal House VHS e la do alla ragazzina dantesca che la mette nel videolettore. Tutti ci sediamo, parte Animal House, i genitori delle due ragazze intanto sparecchiano dietro di noi e parte il film che è diverso. Diverso da come tutti se lo ricordano. Eppure il titolo è Animal House dico io, l’ho preso io. Sono sicuro. I ragazzi dicono, mandiamo un po’ avanti il nastro per vedere se spunta fuori John Belushi, se c’è lui siamo sicuri che è quello giusto. I ragazzi mandano avanti il nastro, il video intanto diventa grigetto, i ragazzi premono play, riparte la visione. “O dio mio” dice la classicista vicino a me, io che le sorridevo giro gli occhi verso il video e vedo coiti. Tanti coiti. I suoni nella stanza cambiano completamente, oh oh oh sì sì oh cose così, un aura rosa carne copre i volti di tutti novizi. L’altra maestra dei novizi urla anche lei “O dio mio” ma con tono completamente diverso, scatta in piedi e si mette con il suo corpo tra noi e lo schermo. “Fermate!” urla, “spegnete tutto!” urla. Uno dei novizi si gira verso di me e mi dice, “ma venerandi hai preso un porno? Per la cena di noviziato?” e io balbetto qualcosa del tipo ma io, ma io, ma il commesso, e intanto il ragazzo continua e dice, grazie, venerandi grazie.

Anyway, essendo il solo a fare il classico, nessuno faceva a piedi con me la tratta stazione del treno – liceo classico, tranne un ragazzo simpatico ma stronzo, o stronzo ma simpatico, ora non ricordo, che non andava al classico ma a un istituto per diventare odontotecnici/dentisti che incidentalmente era sulla stessa linea d’aria del liceo classico dove andavo io. E per un periodo abbastanza lungo facemmo la strada insieme a passo molto veloce con lui che parlava male di tutto il mondo a lui conosciuto e io che ridacchiavo.
Un giorno gli chiesi, con grande innocenza, ma scusa, una cosa ti ho sempre voluto chiedere. Io ho fatto il classico perché mi piace la letteratura, i libri, la cultura. Tu che fai la scuola per odontotecnico, cosa ti piacciono, i denti?
E lui si girò verso di me, come se mi vedesse per la prima volta e mi rispose “venerandi, i soldi. A me piacciono i soldi, cazzo” e io rimasi affascinato di questa cosa che la scuola superiore potesse avere una funzione non tanto educativa/culturale quanto – come dire – pratica. Pratica.
Averlo saputo prima.
Subito dopo girammo per via XX Settembre che a quell’ora del mattino ci sparava negli occhi la luce abbagliante del sole nascente. “Preparati già ora il sorriso da pederasta”, mi aveva detto subito prima di prendere la svolta per via XX Settembre e tutti e due ora, guardaci, siamo con gli occhi socchiusi a fessura per non essere abbagliati e la bocca costretta in quel sorriso stretto da pederasta che va verso il sole dell’avvenire.

{di notte}

Standard

– Schrödinger?
– mh, dimmi amore? non riesci a dormire?
– lo sento di nuovo
– amore, è solo la tua immaginazione. dormi
– sta miagolando. di nuovo
– non…
– apri. quella. dannata. scatola.
– amore, non…
– sta miagolando. da ore ormai. apri quella dannata scatola, perdio. è vivo!
– non puoi saperlo

la colonna destra di repubblica

Standard

– ciao venerandi
– chi sei, io…
– sono la colonna destra di repubblica
– oddio, vattene
– scherzi. vuoi finire come il pd?
– il pd
– perdere il contatto con la parte più vera dell’italia?
– uh
– guarda questo cagnolino che si è innamorato di un criceto e cinque papagallini. c’è anche il video
– colonna destra, non so come dirtelo
– abbiamo anche un video di erri de luca
– oddio di nuovo
– che si fa il bidé
– ma no
– di notte però, infatti il video è tutto nero
– ecco
– ma si sente l’acquetta
– sai che non sei nemmeno nei miei preferiti?
– fesso te, ti perdi i nostri folgoranti neologismi
– tipo
– tipo grexit
– grexit
– grecia + exit = grexit
– è molto neologismo. tipo “cogliorotti”
– vuoi vedere una gallery sulle grotte più belle d’italia?
– dopo l’andropausa volentieri
– comunque questa cosa della grecia fuori dall’europa stiamo per lanciare un sondaggio
– ah. favorevoli e contrari?
– no, stiamo pensando qualcosa del tipo “ok, greci fuori dall’europa: ma dove li mettiamo?”
– uh. io non credo che…
– e lo facciamo a scelta multipla: tipo a) massachusetts; b) kamciatka; c) li aiutiamo, ma a casa loro; d) molise
– io credo che grexit abbia un significato più economico/politico che geografico
– eccone un altro
– io…
– leggono due numeri di limes e tah, tutti esperti di geopolitica
– davvero, io…
– personalmente, venerandi, io sceglierei a. stati uniti d’america. land of freedom. vaste zone inesplorate. cowboy. gente con il fucile. scuole pubbliche. stragi
– ecco
– e, oh sempre detto fra noi, io a fianco della grecia, pat, ci metterei anche israele. o la palestina. risolto anche quello. spazio ce ne è in abbondanza
– israele o palestina credo ci sarebbero dei problemi. per via della terra
– uh, che terra?
– la terra promessa da dio
– il massachusetts terra di dio? non lo sapevo. è un problema?
– no, no dove stanno ora è terra di dio.
– ah, ecco. beh scusa, e allora i greci? loro hanno l’olimpo. lì altro che terra di dio
– è un po’ diverso
– certo, certo, l’hai letto su limes
– i dei greci dopo un po’ i greci si sono resi conto che erano un po’ di fantasia
– anvedi
– gli dei greci vanno meglio come nomi di prodotti di mercato
– ah
– tipo io avevo una lampada da tavolo “artemide”
– i dei cristiani invece…
– più rigidi
– ecco
– molto più rigidi. e anche nomisticamente una lampada da tavolo “abramo” non me la metterei
– quella prende e parte
– ma infatti, non la ritrovi più

suicidio

Standard

– hai mai pensato di ucciderti?
– sì, qualche volta sì
– e perché non l’hai fatto?
– per non perdere la priorità acquisita

Eros Ramazotti non esiste

Standard

Fra i grandi misteri della natura annovero la non-esistenza di categorie di persone che invece dovrebbero palesarsi facilmente nella mia vita di tutti i giorni. Mi riferisco a coloro che acquistano le opere di Eros Ramazzotti. Eros Ramazzotti è uno dei tanti punti interrogativi della mia vita. Ricordo la sua comparsa negli anni ottanta. Nella mia facile categorizzazione adolescenziale lo collocai tra i bellocci disco estate, ovvero quelli che uscivano in versione poster a petto nudo su cioé o altra rivista ormonale, per due o tre mesi restavano appesi al muro e poi sparivano nel nulla da cui erano emersi.
Eros Ramazzotti, pur avendo tutti gli stilemi del caso, no. Ogni tanto ero in un bar sentivo la sua canzone, ma un po’ cambiata. Erano passati anni e lui era ancora lì, aveva fatto una nuova canzone. Ogni tanto pensavo, oh magari è bravo davvero e ho avuto un abbaglio, e provavo a sentire un pezzo ma no, il giudizio degli anni ottanta manteneva ancora tutta la sua giustificazione estetica.
Eppure lui continuava, negli anni, grandi successi, passaggi alla radio, la sua vocetta un po’ nasale che mi ricordava battisti quando aveva la sinusite e non poteva cantare. Piaceva e continuava a vedere i suoi dischi, magari c’erano ancora i poster a petto nudo per le versioni adulte di cioè. Chessò, intimità. Tv sorrisi e canzoni.
Il vero mistero per me – comunque – è che in tutti in questi anni, mai e dico mai per significare il mai più assoluto, il deserto completo, mai dicevo ho incontrato una persona che ascoltasse Eros Ramazzotti. Mai. Uno che in auto accendesse la sua autoradio e si sentisse la vocetta di Eros, trovassi in casa di amici un cd, una vecchia musicassetta, o parlando di musica italiana qualcuno che mi dicesse, no, certo, bravo Ligabue, però anche Eros Ramazzotti in fondo. Mai. In trent’anni mai una volta che io abbia incontrato uno dei milioni di acquirenti di opere di Eros Ramazzotti.
Eppure esistono. Comprano. Ascoltano, non penso che lo passino solo in radio. Da qualche parte si vedranno, metteranno il cd nell’asola elettronica per sentire la nuova/vecchia/eterna canzone di Eros Ramazzotti. Dove sono? Inizio a pensare che ci siano delle specie di comunità, che vivono al di fuori del consesso umano, dove si riuniscono gli ascoltatori di Eros Ramazzotti. Gruppi di autoaiuto. Talvolta, ed è il pensiero più dolce, mi viene da pensare che in realtà Eros sia davvero sparito dopo quell’estate degli anni ottanta, e che rimanga solo come una proiezione mentale della mia memoria, una sorta di bug tra le variabili che gestiscono il casino della mia vita. Basterebbe che qualcuno posasse un dito sugli elettroni che galleggiano sulla mia scheda madre, facendo ponte con il suo corpo con la terra, e con una breve scarica anche Eros Ramazzotti tornerebbe a dare energia al mondo e alla storia.