Una breve verità sui libri di informatica e l’amore

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La cosa che mi scoccia dei libri tecnici di settore informatico è l’abitudine di partire spiegando cose che ormai anche le saponette le sanno, e queste cose spiegarle con un linguaggio che anche mia zia, che ha difficoltà con il microonde, comunque ce la farebbe. Poi appena giri pagina e si iniziano a vedere cose un po’ interessanti, il libro diventa un elenco telefonico condensato in cui sono raggruppate tutte le specifiche del substrato terreno in cui viviamo spiegate con lo stesso linguaggio con cui te le spiegherebbe un laureato in ingegneria che ti odia perché gli hai fregato la ragazza ed era quella buona per lui per tutta la sua vita, mettere su una famiglia, eccetera, comprare una station wagon, eccetera, fare figli e vivere programmando java per il resto della sua vita, e invece tu gliel’hai fregata e allora lui si vendica spiegandoti questa cosa delle variabili sticazzi con un linguaggio – corretto eh – ma sgradevole come la morte e con degli esempi presi da alcuni essoterici numeri della settimana enigmistica prima della morte del tenero giacomo che funzionano eh, ma sono esempi di come farti del male a te e alla tua ragazza la quale, se giri la testa, è seduta a un tavolino che ti aspetta mangiando con un certo fastidio delle olive nere denocciolate e sorseggiando un black russian, inciso sul black russian: va bene giusto fino ai quindici anni, poi basta, ma scherziamo, il black russian, e quindi tu, perché è di te che stiamo parlando, resti lì a sentire parlare di questa cosa della curva di bezier, non capisci nulla, osservi ora lo sguardo sudato del tipo di ingegneria, ora la ragazza che con gli occhi ti sta dicendo eh che palle andiamooo, ora – fuori dalla finestra – la tua auto con le gomme tagliate da qualche altro stronzetto di ingegneria, in più – cerchiamo di risalire da questa ipotassi che ci ammazza – in più se hai la sfortuna di leggerlo in digitale, poi ti dimentichi tutto quello che hai letto, il secolo xix dixit.

milano + sirene

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Scendo dal treno a Milano e la prima cosa che vedo è un enorme cartello pubblicitario con donne etniche che maneggiano alberi di caffé, una grossa frase motivazionale e sotto il logo di una azienda transnazionale e rimango immobile a pensare a come sia possibile che chi ha pensato una reclame del genere creda che il *messaggio* che passi sia diverso dal “ciao pirla” che mi risuona nella testa, mi chiedo effettivamente se mentre io guardo questo finto cartello social e chiudendo gli occhi vedo il copy e il grafico che ridacchiano in qualche studio dell’hinterland, altri, quelli che scendono dal treno con me, associno invece davvero quella immagine a qualche valore etico di questa o altra multinazionale, riapro gli occhi sono a Milano.
Supero i gate, le facce cortesi ma ferme dei controllori dei biglietti, vedo la stazione tagliata in due dal possesso; alcuni negozi sono nella zona rossa, altri restano fuori, un taglio infilato lì come la versione povera del muro di Berlino, con i suoi paradossi: ora per andare dalla polizia devi avere il biglietto, è rimasta dentro la zona rossa, poi penso a Dio. Lo guardo e anche lui è rimasto dentro la zona rossa, la cappella della stazione adesso è a beneficio di chi è in regola con il pagamento del titolo di viaggio. Ma i milanesi si abitueranno anche a questo, perché è produttivo, i milanesi lavorano, i milanesi ricostruiscono, i milanesi innovano. Guardo i gate, penso a quanto sarà costato farli, penso alle sei o sette persone impegnate full day a controllare ogni singola persona che passa e penso che tutto questo è stato fatto per spostare l’improduttività, gli irregolari, gli immigrati senza titolo di viaggio e magari con altro Dio, un po’ più in là. Rogoredo, Pavia.
Se dovessi fare un’elenco delle persone che danneggiano la mia vita, esclusi i presenti, quelli che non passano i gate occuperebbero un posto molto basso nella mia personale casistica. Non che mi siano simpatici, alcuni lo sono altri no, ma ci sono persone molto simpatiche che mi danneggiano infinitamente di più, e passano il gate.
A Genova è tutto un altro mondo: tutto rallenta, la produttività qua non è di casa. Per sbaglio prendo anche le scale mobili lato brignole, e mi tocca poi farle a piedi che hanno anche gli scalini più alti di quelle normali. Sono spente da sempre. Se l’EXPO lo avessero fatto a Genova, penso camminando verso il lungobisagno, si sarebbe risolto in maniera molto più semplice: avrebbero aperto piazza banchi, messo alcuni pannelli informativi sui benefici del cibo, installato un omino in costume genovese a vendere basilico e bien, finita lì. Rido da solo e continuo a rotolare verso marassi, come certi cespugli nei fumetti di linus.
A casa mia figlia mi annuncia di essere spugna e mi chiama papitano. Capisco di essere capitan uncino. Papitano, papitano ride e mi si butta addosso. Le dico che è un pendaglio da forca, lei non capisce ma ride sulla fiducia, fa bene. Poi cambia idea, mi guarda negli occhi e dice che sono peter pan. “Oh dico” e tu chi sei, Trilli? Campanellino? Lei fa gli occhi grossi, guarda nel vuoto e dice no, sono Wendy. Ah, penso, mica scema.
Fossi in te sceglierei le sirene, le sirene nel libro di peter pan sono degli esseri pesci antropomorfi che gli umani li divorano. Prima che venisse disney a normalizzarle erano esseri con una certa dignità ferina.
Poi niente, viene la sera, cose serali camminando, cose notturne, pezzi già vissuti venti, trenta anni fa che riemergono come certe balene dicono facciano.

sarà successo anche a voi

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(I strofa)

sarà successo anche a voi
di fare una cosa come tante altre volte
e di ottenere inaspettato successo
tra la gente

vedere la fortuna salire tra i social
il vostro nome portato di sito in sito
persone che vi salutano per strada

(ritornello)

sarà successo anche a voi
di fare i soldi
così inaspettatamente, naturalmente

sarà successo anche a voi
di fare i soldi
in un modo semplice e pulito

(II strofa)

sarà successo anche a voi
una volta nella vita di premere
il gusto giusto della macchinetta
del caffè

e vederlo scendere come le monete nel famoso
film di ivan il terribile, non so se avete
presente quello di Ėjzenštejn

(a solo di chitarra)

quindi dio è entrato

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quindi dio è entrato e ha fatto fuoco. era seduto a un tavolo del bar della scuola. poi si è alzato e ha fatto fuoco alle sue creature. è entrato con il suo fucile e ha ucciso un giovane, oltre a ferirne almeno sei. tre di loro sono stati colpiti alla testa, uno alla guancia. dio ha usato una pistola Beretta calibro 40. su Instagram aveva postato una foto che lo ritraeva con un fucile che gli era stato regalato. “E’ il più bel regalo che abbia mai ricevuto. Amo le mie creature”, aveva scritto.

testimoni dell’accaduto raccontano che dio era seduto tranquillamente, quando ha tirato fuori una pistola di piccolo calibro e ha iniziato a fare fuoco. non si sa ancora come si sia procurato l’arma. dio avrebbe voluto ricaricarla e continuare a sparare, ma la pistola si è inceppata e le creature sono riuscite a fuggire. dio era popolare tra le creature, giocava a calcio ed era molto ben inserito.

secondo una prima ricostruzione, dio è entrato lasciando i documenti all’ingresso ed è salito al quarto piano dell’edificio sparando alcuni colpi di pistola in aria. tra il panico dei presenti, è poi entrato in uno degli uffici e in rapida successione ha fatto fuoco contro due creature [GUARDA LA GALLERY FOTOGRAFICA]. successivamente è uscito da quella stanza ed è entrato in un’altra, ha puntato la pistola contro se stesso e ha premuto il grilletto, inutilmente.

dio era entrato all’interno del palazzo con un’arma semiautomatica, vestito di nero, e con un casco e un giubbotto anti proiettili. come sempre in questi casi, immediatamente dopo i primi spari, all’interno e all’esterno del palazzo è scattato l’allarme. attraverso gli altoparlanti o con dei messaggini, le creature sono state esortate a mettersi al riparo. contemporaneamente decine di creature, anche delle squadre speciali, hanno circondato l’edificio, in cui hanno poi fatto irruzione.

ore 11 circa. la raffica li ammazza in una sala al primo piano del civico 10. dio si era fatto aprire minacciando per strada una creatura che aveva fornito il codice segreto dell’accesso blindato. prima aveva già ucciso una creatura, lasciando l’auto nelle vicinanze con le portiere aperte per facilitare la fuga. i secondi corrono velocissimi. un secondo morto falciato al pianterreno. è l’addetto alla manutenzione del palazzo. dio sale, strattonando la donna che poi si salverà rifugiandosi sotto un tavolo. l’ingresso nella redazione. quasi una fucilazione. corpi crivellati uno dopo l’altro. la fuga, con le creature che cercavano di reagire travolte dai proiettili. e ammazzate mentre erano a terra [GUARDA IL VIDEO]. erano lì, schierate proprio per proteggere il palazzo. una seconda sparatoria con le creature è esplosa in una via, tra la macchina di dio e un’auto senza insegne delle creature crivellata dai proiettili. da una ricostruzione non confermata, sembra che le creature siano scese, abbiano risposto al fuoco. però indietreggiando. e sono state falciate.

dio successivamente è fuggito, cercando di disperdere le proprie tracce. centinaia di creature lo stanno attivamente cercando.

The Walking Dead ci ha salvato la vita

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In questo periodo sto guardando con parte della famiglia The Walking Dead, esce in DVD ogni martedì. È un telefilm, americano. La storia di The Walking Dead parla sostanzialmente di zombie, anzi di americani che vivono in un mondo popolato da zombie. Perché il mondo è popolato da zombie? Non si sa. Agli americani evidentemente non piace la storia, quindi non si fanno tante domande.
Ci sono i dannati zombie e niente è come prima.

Come dice zerocalcare in The Walking Dead non succede mai una ceppa. La storia tipo è di gente che fa cose, poi sembra che si mettano bene, poi sta per succedere una grana e finisce la puntata. E tu guardi quella dopo: le cose sembrano risistemarsi, poi sta per succedere una grana e finisce la puntata. E tu guardi quella dopo, le cose dopo un po’ sembrano risistemarsi, ma poi succede ancora una grana, gente muore, gente arriva, finisce la puntata. E tu guardi quella dopo e vabbé il gioco è chiaro, ogni volta che sembra che i personaggi inizino ad avere un minimo di tranquillità succede una grana e tu sei costretto a continuare a stare lì davanti a vedere come va a finire.

Identico a una installazione di un pacchetto su Ubuntu, se avete presente.

Comunque ieri camminavo con terzogenita sulle spalle, sentivo briciole e muco cadermi sui radi capelli e pensavo perché, perché siamo così attirati dalle storie di non-morti. E poi ho pensato che tutto sommato l’umanità si è evoluta sui propri cadaveri. L’uomo ha iniziato a uscire dalla barbarie nel momento in cui si è chinato sul proprio simile, sulla propria carogna, e con un arnese atto a fare danno ha sventrato un suo simile e si è messo a tirare fuori le interiora, vedere come sono fatte, capire.

L’evoluzione umana si basa sul fatto che siamo usciti dallo stato naturale e siamo passati a quello di zombi, gente viva ma che ha bisogno di arti, sangue, placebi, carne, organi. Va in giro, sorride, e custodisce dentro di sé la più grande ricchezza: un budello di roba bagnata che lentamente macera, come una duracell progettata da David Cronenberg.