iPhone 9: la recensione

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In molti hanno parlato del grande evento di presentazione dell’iPhone 8 e dell’iPhone X ( che – per inciso – si pronuncia “ten”, dieci, e non “ics”), evento allestito nel nuovo Steve Jobs Theatre, interno all’Apple Park, e allietati dalle note di All You Need Is Love dei Beatles. Basterebbe questo per finire la recensione. Cioè arrivare per me all’Apple Park, entrare dentro una cosa chiamata Steve Jobs Theatre e sentire i Beatles, voglio dire. Cosa ho fatto di male? Sono un pubblicista, ok, ma cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo. Anni sui banchi a studiare Seneca, Lucrezio, Ariosto, Joyce, ottenere la mia laurea umanistica, entrare nel mondo del giornalismo, fare la fame e tutto per cosa? Entrare nel Steve Jobs Theatre e vedere degli impresari vestiti come attori indie anni settanta muovere le mani per sfregarsele e mostrare meraviglie tecnologiche. Merde che parlano. Tavoli vuoti che se li inquadri con l’iPhone c’è gente invisibile che gioca. Sensori a infrarossi che ti guardano di notte mentre dormi.

Comunque, lamerotanti paga bene e quindi sono andato, ho ingoiato l’amaro calice come diceva il nostro amato ex. pres. de. cons. e sono rimasto a vedere tutta la presentazione dei due smartphone della linea Apple. Ma poi, incuriosito, a evento finito, palle ferme, sono andato dietro, ho preso uno del gruppo e ho chiesto ma scusate, iPhone 8, iPhone 10, ok bellini: ma il nove? Siete passati dall’otto al dieci, ma il nove non lo avete fatto?

Il mio interlocutore, un simpatico ragazzo olandese che lavora da Apple da long, long time, per dirla con le sue parole, cioè da sei mesi, e che – ho scoperto poi a notte inoltrata – quando dorme parla nel suo tormentato idioma e odora di capra appena appena fermentata, bravo comunque di lingua, l’olandese dicevo, capelli corti e biondi, occhi azzurri come quelli di un cielo elettrico e sconsolato, mi ha portato in un piccolo cubicolo dove ha tirato fuori diverse cose, tra cui il prototipo dell’iPhone 9.

Tra un sospiro e l’altro mi ha spiegato che quella sera avrebbero dovuto presentare anche l’iPhone 9, il fratello malato degli altri due, come lo ha definito il giovane olandese (che – per inciso – fa camminata nordica ogni mattina dalle sei alle otto, ecco il perché del suo fisico scultoreo), ma alla fine Apple non se l’è sentita. iPhone 9 era nello stesso tempo troppo avanti e troppo a lato per diventare davvero un prodotto commerciale.

Dopo aver usato per qualche minuto iPhone 9, beh, ragazzi, la mia vita non è più stata la stessa. iPhone 9 non è soltanto uno smartphone, è una vera e propria filosofia di vita fatta oggetto. Mentre l’olandese, parole sue, mi metteva a mio agio, e iniziava a slacciarmi alcune cose che avevo addosso, la mia attenzione era tutta per l’oggetto che avevo in mano, la destra.

Innanzitutto iPhone 9 è costruito interamente in creta. Non parlo di stabilimenti insediati nella famosa isola dei labirinti, ma del materiale. iPhone 9 si presenta al tatto come una delicata mistura argillosa lavorata, fragile, che si scalda per il solo tocco. Mi ha ricordato un’ocarina, se avete presente. Sbuffi di sirene e protuberanze sinuose e morbide, benché sicure, rendono l’esperienza del tocco assolutamente unica. Lo schermo, mi spiegava l’olandese tra una riemersione e l’altra,  è costituito da una particolare lavorazione del corallo: i piccoli esseri mono e pluricellulari venivano allevati in grosse vasche allestite nelle fondamenta dell’Apple Park. Attraverso una sorta di micromigrazione e successiva colonizzazione marina, il corallo viene introdotto in un intercapedine salina, riproducendo l’habitat che permette la riproduzione per via sia sessuata che assessuata rilasciando le planule, larve che – dopo una flase panctonica della durata di circa un mese, si fissano al substrato dello schermo dell’iPhone 9.

Quando il dito del consumatore tocca lo schermo, le planule reagiscono con vibrazioni sottili che vanno a solleticare sia i gangli nervosi e le terminazioni del consumatore, (e si  prova un brivido inarrestabile – ve lo assicuro) sia il nuovo microprocessore made in Apple. È infatti questa la seconda grande novità covata da tempo in Cupertino: il Real Bionic Processor ™ è il primo microprocessore costruito interamente con – scusate la parola – carne. Silicio e carne unite in un incastro elettrico/osmotico per il primo device composto significativamente di diverse entità viventi, tra di loro connesse in una ghirlanda sinergica biotecnologica.

Sticazzi, ho mormorato all’olandese che in quel momento pensava a tutt’altro, bontà sua. Ma perché? Perché questo splendore non è stato commercializzato, ho chiesto ancora al mio Virgilio, avvicinando la mia bocca alla sua, e quello ha chinato il capo. Ha poggiato la fronte contro le mie labbra e ha detto, fucking lines. Proprio così, fucking lines, e poi ha preso a spiegare, tra un singhiozzo e un rigurgito.

Le planule, una volta adulte, hanno una crescita di circa 3–4 cm l’anno in altezza e di 0,25-0,60 mm l’anno in diametro e questo satura rapidamente la colonia costituita sotto al vetro dello schermo dell’iPhone. Inoltre il corallo ha bisogno di condizioni di vita particolari:  salinità dell’acqua costante (tra il 28% ed il 40‰), ridotto movimento dell’acqua e illuminazione attenuata. Il tasso di sedimenti in sospensione nell’acqua, se troppo elevato, ne limita la sopravvivenza. Ormai la mia guida lacrimava leggera. Questo iPhone soffre.

“Chi comprerebbe un iPhone che sta male? Chi vorrebbe una tecnologia ferita, like you?” mi ha poi chiesto alzando lo sguardo e infilandomi una delle sue due lingue (quella retrattile) in bocca.

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