Horizon V

Sto andando in auto da Genova a Treviso o da Treviso a Genova, ormai non mi ricordo più. È notte. Ho il cellulare android che agonizza, un cavo audio analogico penzola dall’autoradio al buchetto per le cuffie e un secondo cavo va dalla sua porta usb all’accendisigari. Così sembra perforato da parte a parte da cavi elettrici che gli danno e tolgono energia nello stesso tempo.
Dalle casse arriva la voce mutante di qualche cantante pop americano invecchiato, di tanto in tanto interrotto dalla voce sintetica della donna di google che mi dice che tra cinquecento metri dovrò svoltare a destra e poi proseguire per altri centoventotto chilometri.

È a quel punto improvvisamente che arriva: fiocchi grossi di neve che creano davanti al parabrezza della mia auto che va ai centoventi all’ora, una specie di neve spaziale. Mi sento come i protagonisti di guerre stellari quando d’un tratto saltano nell’iperspazio o qualcosa del genere, solo che ora sta succedendo a me, ed è vero, è una cosa reale, la luce dei fanali illumina queste stelle gelide che appaiono all’avvicinarsi delle luci dell’auto, abbaglianti, e poi mi scivolano tutt’intorno: finisce tutto nel vuoto nero che mi sta dietro e mi insegue con il ruggire della notte.

È così difficile riuscire a meravigliarsi, eppure eccomi, lo sto facendo, rimango incantato con il volante in mano a tenere dritto, a tenere duro. Continuo a precipitare in questo gorgo spaziale, l’Horizon V a cui giocavo da ragazzino con l’Apple II, e mi sento così letterario, starei benissimo in qualche romanzo americano provinciale.

Horizon V era un videogioco vettoriale, uno dei primi a cui abbia giocato con il mio Apple II. Ricordo questa landa prospettica resa con linee orizzontali e linee verticali. C’era una mappa, c’erano nemici, si sparava, si veniva sparati.

La filososia base dei videogiochi anni ottanta: quello che non ingrassa, ammazza.

Ma ad un certo punto in Horizon V c’era l’estasi. Non Ricordo esattamente come si arrivasse in questo momento d’estasi, bisognava andare in un determinato luogo della mappa, superare un tunnel spazio-temporale o qualcosa del genere, allora cambiava tutto.

Niente più landa infinita, niente piani prospettici. Onde concentriche, invece, che partivano e ondeggivano verso l’infinito.

Ricordo ancora la prima volta che arrivai nell’estasi, la meraviglia, prima di capire che era un gioco anche quello, c’era uno scopo da raggiungere per passare al livello successivo.

C’è sempre, nei videogiochi, un livello successivo da raggiungere.

Storia è quello che siamo stati e la nostra capacità di raccontare quello che ci è successo e raccordarlo con quello che siamo oggi. Horizon V, io davanti a Horizon V con il mio Joystick a potenziometri in mano, anche quello sono io, sono le mie radici. La prima volta di fronte all’estasi elettronica, assorbirla, accettarla, spostare i paletti del proprio povero stupore.

Essere in una narrazione digitale, con davanti a me l’infinito e la meraviglia che mi veniva addosso, all’improvviso, è una parte di me, adesso verso Treviso o verso Genova, mentre entro in questo Horizon V del mondo reale su cui slitto infinitamente nella memoria e nell’asfalto.

Dove cerco ancora di capire lo scopo, il movimento giusto per passare di livello.

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