Ho un videogioco dentro di me

Quindi, circa 1988, sono seduto nel tinello di casa mia. Sul tavolo di formica finto legno del tinello c’è il mio compatibile Apple ][ europlus e i due floppy disk girano caricando quello che è uno dei classici dei cave-videogame, Boulder Dash. In Boulder Dash, wikipedia dice, ‘occorre guidare il protagonista, chiamato Rockford, all’interno di caverne per raccogliere diamanti. Il terreno viene mostrato di profilo, in sezione, con scorrimento multidirezionale dello schermo, ed è composto da una griglia invisibile di caselle che possono essere occupate da terra, da pareti fisse o da oggetti mobili come i diamanti e le rocce. Quando la terra nelle caselle sottostanti viene rimossa, gli oggetti cadono pericolosamente’.

Io ho questo ricordo distinto di quando giocavo a Boulder Dash, i suoi suoni vividi, il triste tavolo di formica finto legno, i fosfori ambra del mio finto Apple ][+. Ricordo che mettevo a fianco dell’Apple ][+ una grossa radio nera con cassetta e mettevo la musica mentre giocavo. Il multitasking dell’epoca. Fountain of Salmacis. In quel periodo ascoltavo Fountain of Salmacis dei Genesis e il ricordo della canzone ormai è indissolubilmente legato a Rockford e alla sua furiosa sete di diamanti e di gallerie sotterranee digitali.

Questo pomeriggio, luglio 2017, ho aperto il mio browser e ho scritto boulder dash osx e ho scaricato non so quanti pacchetti open per poter rivivere per un momento quel gioco. Per poter tornare in quel posto: come – alzandosi – prendere un libro letto in gioventù, aprirlo e rileggerne alcuni passi.

Non era un gioco per Apple ][, Boulder Dash, era un porting. Porting voleva dire che il gioco era nato per qualche altra macchina, spesso un Atari, e qualche software house lo riscriveva da zero per il tuo computer. Quando riuscivo a mettere le mani su un porting, Pitfall II, The Hobbit, Dig Dug mi sentivo di entrare in comunicazione con una collettività. Facevo parte di coloro che in quel momento, nel mondo, come me stavano giocando a quello splendore di idee, di racconto, di gaming.

Per me poi che avevo un Apple ][, ovvero un computer da elite sfigata, avere un videogioco uguale a quello dei miei amici commodoriani e sincleriani era un grosso passo in avanti in termini di socializzazione.

Quando oggi, 2017, riapro Boulder Dash, viaggio nei primi livelli e mi sento far parte di un diverso gruppo di persone. Un collettivo che ha girato la testa al passato. E nutro questo doppio sentimento: da un lato quello dello storico che vuole lasciare testimonianza e letteratura di quello che è stato e di cui non esiste una letteratura; dall’altro il fastidio di sapere che si sta morendo. Così poco tempo e ancora tante cose che ci sono oggi, sbocciano in ogni secondo, e hanno bisogno della mia attenzione e della mia esperienza.

C’è un videogioco dentro di me, è vero, ma ha germinato in tutto il mio corpo.

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