La mia gioventù è stata la peggiore

Ogni tanto sono su facebook e girano questi meme, “condividi anche tu se da bambino giocavi a pallone nel fango e non stavi davanti a uno smartphone”, “condividi se anche tu avevi figure di riferimento forti come Actarus e l’Uomo Tigre”, “ai nostri tempi il computer si usava davvero, scrivendo codice esadecimale in Assembly. Condividi se lo facevi anche tu” e via dicendo a seconda del grado di nerditudo delle proprie cerchie di conoscenti.

La morale sottesa a questi meme è che esista una generazione, in genere la mia e quella immediatamente precedente, che avrebbe avuto una infanzia migliore di quella attuale grazie a valori forti come il giocare in ambienti malsani, la mancanza di informazione, la programmazione TV di anime giapponesi.

Ora, l’unica cosa reale di tutto questo è che la mia generazione aveva maggiori possibilità di annoiarsi e quindi di gestire la noia. I miei figli (ne ho alcuni che uso come casistica interna) invece hanno problemi con la noia, perché non sanno annoiarsi. Non sanno annoiarsi perché vivono in un regime di infanzia dove gli stimoli, le informazioni, specie provenienti dal digitale, sono incredibili.

Perché mai dovresti annoiarti quando puoi scaricare delle mod di Minecraft chattando con un ragazzino giapponese che ti rivela alcuni segreti delle red stone? Perché dovresti annoiarti in una giornata di pioggia quando puoi fare un torneo con i tuoi amici su Armagetron, in rete? Perché annoiarsi quando una tua idea messa su Reddit ha una ventina di commenti da gente che non hai mai visto e che vive in posti e migliaia di chilometri da casa tua?

Quei meme sono falsi: la mia generazione, eccetto me, era una generazione terribile. La mia generazione aveva come massima ambizione il cinquantino smarmittato. La mia generazione passava le serate seduta sul muretto della piazza a fare terrorismo sociale e incrementare i feromoni dei maschi alpha della zona. La mia generazione salutava come un miracolo culturale Drive In sulla Fininvest.

La mia generazione, una volta ottenuto quello che voleva, uno stipendio, una casa, un cane, una televisione a schermo piatto, una connessione flat, Facebook, si è seduta sul divano per sempre, ha continuato il suo ruolo di spettatore rumoroso ma devoto.

Quei meme sono la ricerca di un background comune, sono la volontà di dare valore a posteriori a qualcosa che non l’aveva avuto.

Quando ero un ragazzino mi dicevo, chissà come andrà a finire e poi aggiungevo, “tanto non lo saprò mai”. Invece – cazzi miei – non sono morto, sono invecchiato e se mi volto a destra e sinistra posso vedere come è andata a finire. Pensavo che succedesse solo nei romanzi e nei film, invece posso davvero sapere come andava a finire la storia, andare a prendere per un orecchio tutti quelli che stavano sul muretto, entrare nel loro indirizzo IP, vedere tutti i loro metadati. Vedere quello che sono oggi, i loro meme nostalgici di cose che non sono mai successe davvero, i loro sorrisi da qualche posto di vacanza.

Io li guardo, li saluto con la mano e poi – nei giorni più fortunati – scrivo dei post su lamerotanti pensando di non esistere, di non essere mai stato.

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