L’urlo

Di notte si svegliò all’improvviso per il grido. Era un grido ripetuto, all’inizio sembrò ad Alessio una donna che urlava ma poi, man mano che si svegliava, nel buio della stanza, capiva. Era una donna che godeva.
L’urlo trattenuto, forte, ripetuto di una donna che stava godendo, di chi grida per non potersi trattenere. Nessuna parola, nessuna frase, il puro urlo bestiale di godimento ripetuto. Non era un grido vittorioso o compiaciuto, ma animale, angelico, eterno. Discreto ma fermo, deciso.
Alessio rimase immobile nel materasso buttato per terra, fissava il buio ed era circondato dal suono di quella donna che godeva, come se fosse intorno a lui, nell’ombra nera della stanza. Non capiva da dove venisse il suono, era dappertutto.
Dopo un po’ l’uomo che si stava scopando la donna, o qualcuno infastidito di sentire una donna godere nel cuore della notte, qualcuno comunque, non sapeva chi, qualcuno accese una radio. Nella sua testa la donna che godeva era orientale, non sapeva perché pensasse una cosa del genere, ma nella sua testa la voce era di una donna orientale, una cinese. La musica che si sentiva, di una radio leggermente distorta, era musica russa, almeno così sembrava ad Alessio.
Alessio abbassò la mano sotto al pigiama, per sentire se gli era venuto duro.
Inizialmente gli sembrava freddo, alieno. Una appendice estranea; talvolta gli capitava, si tirava giù i pantaloni e si ritrovava quel pezzo di carne grossolano appeso tra le gambe. Restava – in quelle occasioni – stupito di quella escrescenza carnosa, quell’organo interno cresciuto contronatura verso l’esterno. Oppure altre volte pensava di avere un cazzo non suo. Non ne riconosceva la natura, la memoria. Era come se un mattino si fosse svegliato con un cazzo di chissà chi, gonfio, tranquillo, medico.
Quella notte la mano toccò questa cosa fredda, ma che piano piano prendeva forma, si articolava in sbocchi. Quel grido ripetuto, sommesso, lo aveva conquistato. Fantasticava, cercava di immaginarsi una situazione simile a quella in cui era, ma non perfettamente uguale. Perché la sua vita era una merda, rifletté all’improvviso, e quindi non era bene eccitarsi. Quel pensiero, arrivato come uno scarico di adrenalina, ovvero quello del fatto che la sua vita era una merda, quel pensiero passò come un brivido rapido in tutto il corpo. E ogni cosa che toccava prendeva vita, perdeva le illusioni della notte e – nel caso del cazzo – si ammosciava inesorabilmente.
Ritirò la mano come se qualcuno o qualcosa l’avesse morsicata. La tirò lentamente verso l’alto fino a raggiungere il naso e sentirne l’odore.

Rimase così a fissare la luna. Gli pareva che ne mancasse un pezzo, in basso a sinistra, come se le avessero tirato un morso. Un piccolo morso.

[da “Bisanzio”, opera in scrittura, 2016]

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