Questa mattina stavo ascoltando in cucina l’ultimo cd di Bowie, ad un certo punto esco dalla cucina, vado a fare una cosa e poi torno. Non spengo la radio, tanto torno subito.
Quando torno c’è sempre Bowie che canta, sta cantando Dollar Days, e nel mezzo della cucina c’è terzogenita che balla. Lo fa con tutto l’impegno dei quattro anni, muove le mani, gira in tondo per tempi lunghissimi, come i sufi di battiato. È da sola, nessuno la guarda, lo fa perché le piace la musica, e intanto dalla radio scatarra la sua voce da quasi-settantenne, Bowie.
Ecco lì ho pensato quante generazioni di ragazzine bambine si siano mosse a ballare per il piacere di farlo sentendo la voce di Bowie e ho visto questa mia quattrenne che anche lei si univa alla grande danza di centinaia e migliaia di femmine che dagli anni sessanta ballavano mentre lui, intanto, invecchiava spietatamente anno dopo anno, canzone dopo canzone, wow dopo wow, yeah dopo yeah.
Poi niente, l’incanto si è mosso, mi ha visto, mi ha sorriso e ha continuato a danzare con tutta la grazia fragile di chi sa che ora c’è qualcuno che ti spia.

(10 gennaio 2016)

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