Diario di viaggio #4

Stiamo attraversando la normandia in auto e vediamo un cimitero americano. Non diciamo niente, andiamo avanti e più avanti troviamo un cimitero tedesco. Penso a quello che subiscono i popoli, migrazioni, spostamenti di massa, omicidi formalizzati in tempi di eterna pace eterna guerra. Passami la coca cola, metti in ricarica il cellulare, due minuti e siamo lontani secoli di storia.

A Calais ci avviciniamo al porto, e quando siamo quasi arrivati la strada viene circondata a destra e sinistra da un muro con in cima il filo spinato. Dietro al muro con il filo spinato si vede un secondo muro più alto con il filo spinato. I popoli si muovono ancora e ancora cozzano. Ogni cozzo, morti.

La prima cosa che imparo dell’inghilterra è che il mio bancomat non è supportato. Sono cose che ti cambiano il viaggio. Giro come un rabdomante con la bacchetta dell’acqua rotta e il terrore di uscire dal consesso civile dei consumatori.

In Inghilterra niente è compatibile: carreggiata di guida, attacco della pompa del GPL, prese della corrente. Sembra di usare un macintosh con roba comprata da Saturn.

Porto i figli a un parco giochi a Dover, guardo gli altri ragazzini di età del secondogenito. Sembrano tutti usciti da un video new wave anni ottanta. Sguardo incazzato, vestiti post-gotic, fumo. Mi aspetto di veder apparire Jimmy Sommerville o Robert Smith e iniziare a girare qualche outtake.

Cerchiamo di vedere le scogliere di Dover dall’alto. Ci riusciamo. Mi avvicino passo passo pensando di provare l’emozione della vertigine e la provo. Mi sento così conforme. Quando sono sul bordo mi sento come nel video di just like heaven, cerco i sassi finti messi per farli cadere con il piede, ma qua non ci sono. Ogni volta che un figlio si mette a correre ho paura che si inciampi e precipiti nel vuoto. In un’ora nella mia testa sono già morti una ventina di volte.

Google maps in inghilterra inizia a dare indicazioni in piedi e miglia. “Proseguire per mille piedi”. Panico e risate in auto. Che figata anche questo niente che succede e che ci stravolge.

Alla mattina io e Maria Cecilia camminiamo per una promenade sotto un cielo e colori azzurri e grigiastri. Lungo la promenade, panchine. Su ogni panchina una piccola etichetta. Mi fermo a leggere. Sono iscrizioni funeree. Ogni panchina è una specie di lapide. Il nome, data di nascita e di morte, e poi una breve frase. “Saranno morti sulle panchine” dico, ma poi capisco che è impossibile. Penso cosa deve significare andare a sedersi, tutti i giorni. “Oggi vado a sedermi dal vecchio George, pace all’anima sua”. Sono cose che ti cambiano. Penso a Joyce. Penso che è su queste cose che si forgia una nazione. Suggestioni.

Su ogni moneta la faccia della regina. Mi tornano alla mente i muri con il filo spinato. Il folklore di essere umani.

Per strada ogni tanto appaiono cartelli “queues likely” e io ogni volta leggo “queries likely” e per un attimo mi batte il cuore.

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