Mission Impossible – Rogue Nation

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recensione di Fabrizio Venerandi

Fabrizio Venerandi, blogger di successo, è uno dei critici cinematografici più seguiti in rete. Dopo anni di tirocinio in Francia presso Le boucher côté du cinéma fermé, scopre che si tratta in realtà di una macelleria e decide di tornare in Italia, dove fonde un animato circolo intellettuale a causa di un improprio uso del termostato. Dal 1995 ad oggi ha scritto più di trentamila recensioni, la quasi totalità inedite. Alfiere del copia&incolla, torre del wtf, cavallo del voltagabbana, la recensione tipo del Venerandi è lunga, verbosa e assillante.

«Acclamato nel 2015 come l’attore che ha saputo portare il cinema ai massimi vertici della Settima Arte». Così il critico cinematografico francese Jacques Mandelbaum apre il suo volume dei Cahiers du Cinéma dedicato a Tom Cruise. Un autore «complesso e difficile» che ha saputo portare sullo schermo il suo universo interiore, il suo disagio esistenziale, creando intorno ai (suoi) sogni la struttura portante del suo cinema. I motivi iconografici (la moto, il doppio, la maschera), gli accorgimenti stilistici (primi e primissimi piani, incidenti frontali, addominali), la riflessione sulla formazione dell’identità dell’Io e la messa in scena della memoria, del ricordo, dello sguardo, del tempo e dello spazio sono alcuni degli elementi su cui Tom Cruise riflette attraverso la pellicola de “Mission Impossible – Rogue Nation“.

Partendo da queste considerazioni vogliamo proporre un lavoro di analisi focalizzandoci sulle sequenze significative in cui Tom Cruise “mette in scena” il sogno, il ricordo, la memoria, l’irreale, ecc. che non si limiti alla ricerca di un dato documentato e concreto che conduca a un risultato certo e univoco. In questa sede ci volgeremo piuttosto alla comprensione e all’accettazione di una dimensione alquanto debole e fragile del reale, definita dalla possibilità dell’intrusione del fantastico, dell’irruzione dell’ir-reale o del sur-reale. Lo speciale clima enunciativo e comunicativo che lega lo spettatore, l’autore e i personaggi a quell’ambiente vivo e magico dell’immaginario e del sogno, che caratterizza tutto il cinema Tom Cruiseiano, rende “Mission Impossible – Rogue Nation” una vera e propria “stronzatona in movimento”.

Vivere come sognatori in una fiaba. Prendere la propria sospensione dell’irrealtà e indossarla come una maschera. Questa sembra essere la richiesta che fa Tom Cruise al suo spettatore durante la visione del film. Gli occhi sfiorano le immagini e noi spettatori riviviamo le stesse sensazioni ed emozioni che tutti abbiamo provato da bambini quando, ascoltando la voce del narratore, ci sentivamo come per magia abitanti di quel mondo ovattato che è la fiaba. Agenti segreti. Giocattoli stupefacenti. Donne seminude. Di questa magia Tom Cruise dipinge il protagonista Ethan Hunt. Infatti (paradossalmente) proprio attraverso l’inossidabile agente segreto si svela la concezione Tom Cruiseiana dell’infanzia intesa come capacità di percepire e comprendere il fantastico e il meraviglioso al di là dei limiti del reale. Solo in tale condizione privilegiata è possibile cogliere pienamente il cinema dell’attore americano, che io ancora di tanto in tanto confondo con John Travolta.

La “stronzatona” de “Mission Impossible – Rogue Nation” diventa poco per volta il confine tra mondo onirico e mondo reale che si alternano e dissolvono l’uno nell’altro riflettendosi, rendendosi “visibili” (in senso metacinematigrafico) attraverso la messa in scena di esperienze, sogni, ricordi irreali, dichiaratamente fittizi. Un mondo costruito sia a livello narrativo-diegetico (nella definizione della storia e soprattutto dei personaggi, si pensi alle tette di Rebecca Ferguson) che a livello estetico-stilistico; sia a livello scenografico che fotografico. Dal punto di vista narrativo-diegetico notiamo come queste marche enunciative si svelino innanzitutto grazie alll’uso della tecnica dell’effetto speciale, ridotto ad una normalità dall’artificio dell’eccesso e dell’autoironia.

Pensiamo al ruolo di Ethan Hunt (lo vedremo meglio tra poco) che è certamente in primo luogo il protagonista del film di Tom Cruise ma allo stesso tempo, su un diverso piano del racconto, è anche lo stunt man di se stesso. È chiaro allora come il precipitare sull’asfalto di Ethan Hunt (vero leit-motif di tutto il film: la mancata ridiscesa agli inferi) non sia un semplice commento corporeo e carnale al film, ma assuma quasi lo “spessore” di un vero e proprio personaggio altro o, per usare un’immagine cara a Tom Cruise, un tamarro, ma con i soldi. Nella prima scena del film infatti vediamo l’anziano agente segreto inquadrato di spalle mentre corre e sentiamo la sua voce che interrompe il suono delle trasmissioni radio degli altri agenti. Una voce narrante (e nello stesso tempo una voce mentale) che raccontando indirettamente allo spettatore la storia-fiaba diventa anche la sua “presa di coscienza” ricordandogli che quello a cui assiste è una narrazione nella narrazione, ovvero una «rievocazione verbale di un’esperienza vissuta in un tempo altro a quello fissato in quel prologo». L’aereo è carico di bombe: ma da dove vengono quelle bombe? Dove andranno?

A livello estetico e stilistico invece è importante sottolineare come Tom Cruise separi nettamente lo spazio in due grandi poli contrapposti: da un lato l’Impossible Missions Force, ovvero quel luogo lontano fatto di una natura libera e (quasi) incontaminata della burocrazia e dalla modernità, illuminato dalla falsa apparenza della morale e della tradizione; dall’altro “Il Sindacato”, la capitale dominata dalla confusione dei chiaroscuri, pervasa dall’irruenza dell’illusione e della contemporaneità. Presi per mano siamo calati poco per volta all’interno di un mondo in cui il tempo e lo spazio sono isolati e “distanti” dalla realtà. Ma tale “distanza” non va però confusa. Infatti se è vero che Tom Cruise costruisce il suo cinema come una sorta di “protezione” dalla realtà e rifugio nell’immaginario, è anche vero che le angosce, i fantasmi del passato e le paure del futuro che vivono nell’animo umano sono ben presenti nel film.

E su di essi siamo costantemente invitati dall’attore americano a riflettere attraverso quella “presa di coscienza” alla quale accennavamo prima. L’Impossible Missions Force è in realtà il luogo senza spazio e tempo in cui l’essere umano fa i conti con se stesso, “intrufolandosi” in quella lieve e sottile discontinuità che separa bene e male, materia e spirito, memoria e concretizzazione (talvolta tragica) del ricordo. La rappresentazione di questo complesso mondo “sospeso” deriva da una concezione del tempo altrettanto complessa e articolata. Il tempo che talvolta è ordinato secondo la lineare ricostruzione del racconto, in altri momenti precipita, si “stacca” dal naturale scorrere della storia in una sorta di sospensione acronica che scompone la linearità cronologica degli eventi.

Si pensi alla scena magistrale, circa 20 minuti, nell’Opera viennese. Quante volte abbiamo visto scene di tensione durante concerti di classica o l’opera? Troppe. Quante di queste citano “L’uomo che sapeva troppo”? Tutte. Tom Cruise ne interpreta una praticamente identica a quella di Hitchcock solo pompata, come se le avesse somministrato della droga. La realtà fa posto all’onirico, dicevamo. C’è un omicidio da sventare ma i cecchini sono due, ci sono le botte sopra il palco, ma c’è anche una confusione totale delle parti e una gestione dei tempi inusuale. Invece che correre come un matto, Tom Cruise riesce in mezzo alla sequenza a fermarsi più volte, sfrutta la musica, non ha intenzione di fare solo delle botte ma di nuovo vuole raccontare qualcosa in mezzo. Come fosse sotto anfetamine alterna momenti di esaltazione pura ad attimi in cui rimane imbambolato davanti ad un’apparizione quasi eterea tra le scenografie, con in sottofondo la più banale delle Turandot. Qui non ho messo niente in grassetto.

Le visioni dei killer di Ethan diventano delle “parentesi” spazio-temporali che ci allontanano dal racconto principale: il viaggio verso il Marocco viene interrotto dai viaggi mentali di Ethan Hunt nell’Impossible Missions Force. È chiaro allora come la pratica di Tom Cruise dimostri non solo la volontà di utilizzare il dispositivo cinematografico come mezzo attraverso cui lavorare il tempo, ma vi sia soprattutto la possibilità di sottoporre il cinema a una metamorfosi continua tramite l’acquisizione, la padronanza e la ri-significazione di strutture narrative convenzionali della rappresentazione dello spazio e del tempo.

Proprio attraverso il lavoro diretto sullo spazio (e gli spazi, reali o immaginari) e sul corpo dell’attore Tom Cruise perviene a nuove e diverse possibilità di rappresentazione del tempo: esso infatti assume una concretezza fisica, emotiva e spirituale. Il tempo diventa corpo. Un corpo che l’attore mette in mostra spudoratamente nel suo (dis)farsi: i personaggi feriti (nel corpo,nelle ossa e nell’anima) sono sintomo di un dolore privato che si fa universale, un dolore che attraverso la tortura, il soffocamento e il rovinare a terra da velocità prodigiose scandisce lo scorrere inesorabile del tempo. In tal modo Tom Cruise fa percepire il tempo insistendo sulla fisicità dell’attore e del personaggio: lo mette a nudo e lo guarda, lo osserva da vicino attraverso il primo e primissimo piano, lo cattura nello specchio (della propria e dell’altrui coscienza) e lo ritaglia da tutto il resto. Il cinema permette di astrarre e isolare il volto rendendolo completo nell’istante dell’inquadratura. Ma il tempo per Tom Cruise non è solo legato alla messa in scena dell’istante. Vi è una ricerca (quasi ossessiva) di sintesi tra passato e presente, memoria e ricordo che, come sostiene Deleuze, sente «il desiderio di esplorare direttamente il tempo».

Quest’idea di lavorare il tempo e lo spazio liberamente, senza cioè “rispettare” del tutto le regole di reale verosimiglianza permette a Tom Cruise di considerare il primo e primissimo piano come mezzi con cui sperimentare da un lato le possibilità di un cinema svincolato dal necessario confronto con il reale; dall’altro rende i confini di tale realtà sempre più sfocati e indefiniti, fino ad arrivare a forme estreme di astrazione e di irrazionalità. E su questi diversi livelli spazio-temporali Tom Cruise basa l’intera struttura narrativa de “Mission Impossible – Rogue Nation”. Infatti abbiamo da un lato il mondo reale, esteriore (quello a cui appartengono Ilsa Faust, Alan Hunley (il direttore CIA), Benji Dunn e William Brandt); dall’altro il mondo onirico, interiore, carico di rancore e odio, incarnato da Solomon Lane.

In questo caso specifico il tema del tempo(i) e del doppio hanno un ruolo centrale per tutto il film. Doppio dignifica anche “doppio gioco”, ovvero mascheramento: Tom Cruise è circondato da doppi: Solomon Lane è il suo doppio morale, Ilsa Faust è il suo doppio sessuale. Emerge quindi per Ethan l’opportunità di vivere il tempo che gli resta proseguendo il recupero della dimensione affettiva dei suoi rapporti con gli altri, i colleghi della rinata Impossible Missions Force, ma anche la possibilità di nuovo inizio con Ilsa Faust e con la nascita di una nuova vita. E riguardo la possibile interpretazione del gesto finale di Ethan (le corna propiziatorie) come anticamera della morte, resta comunque la sensazione di serenità acquisita da Ethan, che può chiudere gli occhi in uno stato emotivo completamente differente da quello del salto sull’aereoplano con cui si è aperto il film.

Cruise ci lascia quindi un capolavoro sull’importanza fondamentale degli affetti e della disponibilità ed apertura verso l’altro, incoraggiandoci a conservare sempre dentro di noi la propria Impossible Missions Force e magari a guardarci allo specchio più spesso per capire il tragitto che stiamo percorrendo e – soprattutto – per vedere se stiamo ancora indossando la maschera messa per entrare nel cuore dei segreti del mondo.

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