Luca Caviglione intervista Fabrizio Venerandi su “Ezekias contro le donne gatto del pianeta smirt”

Si apre con questo post una serie interviste a Fabrizio Venerandi, autore di “Ezekias contro le donne gatto del pianeta smirt”, nonché padre fondatore di lamerotanti. Gli intervistatori cambieranno di volta in volta, oggi è il giorno di Luca Caviglione, vincitore del concorso Buitoni «fai anche tu un’intervista a fabrizio venerandi». Lo ringraziamo sentitamente.

9788867757251-ezekias-contro-le-donne-gatto-del-pianeta-smirtArrivo a casa e chiedo a Laura se mi presta il Kindle perché voglio comprare un libro. Lei mi dice che va bene, di darle il titolo così me lo regala lei. Sorrido. Le dico che vorrei “Ezekias contro le donne gatto del pianeta Smirt”, lei mi guarda, pensa cose che non posso sapere e poi risponde «cosa?» quindi le spiego che è un racconto di fantascienza di quello scrittore che abbiamo incontrato al bar sotto casa qualche mese fa. Annuisce e sparisce in corridoio.
Dopo qualche minuto torna, ha la faccia mogia e mi porge il Kindle dicendo che c’è qualche problema.
«In che senso, problema?»
«L’ebook che ti ho comprato, è arrivato corrotto» mi dice guardando in basso.
«Corrotto. Corrotto nel senso?»
«Non ci sono più lettere maiuscole, la punteggiatura è a casaccio e ci sono in mezzo parole senza senso» poi, indicando il display, dice «toh, guarda. Che cazzo vuol dire “vipistilli” e “lapaliscenti”?»
Leggo qualche riga e poi le strappo via il dispositivo dicendo che no, una cosa del genere non doveva farmela, di tornare da sua madre, dico quelle cose da maschio iracondo, scuoto la testa e le indico pure la porta di casa. In realtà è un pezzo di teatro che faccio per essere lasciato da solo con il mio essere più interno.
Vado in sala e mi sdraio sul divano e comincio a leggere di navicelle che si cappottano, di donne gatto e di un pianeta tormentato da un’atmosfera fatta di acqua che rende tutto perennemente bagnato. Finito il racconto mi addormento, ma riposo male e mi giro più volte. Il divano in pelle è stato uno dei miei maggiori incauti acquisti: è freddo d’inverno e caldo d’estate. Soprattutto, quando l’ho comprato, il negoziante mi aveva detto «è sicuro che ci passa dalla porta?» e io lo ho pure guardato come si guarda un poveraccio dicendo «ho preso le misure tre volte.»

Nel sogno mi vedo seduto su una vaporicella con Fabrizio Venerandi, cioè io sono io, lui è un po’ diverso, tipo che traffica su un Acer borbottando che i Mac costano e non valgono la spesa e che poi l’alluminio è proprio brutto. Io tossisco, allora lui alza la testa dal PC e mi fa un cenno, la mossa universalmente nota del “che cazzo guardi.” Balbetto, sono impreparato, però dalla bocca mi esce una domanda:
«Gentile Venerandi, visto che siamo entrambi in sogno, ne approfitterei per una rapida intervista su questo ebook che ho appena letto, che mi sembra un racconto di fantascienza, quindi devia un po’ dalla tua produzione standard. Eppure è molto “Venerandi”: sembra che tu ci abbia messo tutto il tuo repertorio e che ci siano diversi strati della tua poetica maturati e posati in tempi diversi. È così, oppure è nato tutto in una notte?»

Venerandi a questo punto sorride. Non c’è niente di più facile per titillare l’ego di una persona che mettersi a parlare delle cose che ha scritto. Si avvicina e mi abbraccia, forse, ma posso sbagliarmi, mi dà anche una strizzatina alla coscia, destra per chi guarda sinistra per me. Poi si allontana, si mette una mano a reggere il mento, posizione detta “dello scrittore con problemi a sorreggere il proprio cranio ossoso”, e poi dice che “Ezekias contro le donne gatto del pianeta Smirt” ha avuto una genesi molto particolare.
«Devi sapere che una quindicina di anni fa ero in una casa di vacanza alpina assieme a una ragazza bellissima di cui ero innamorato. Questa ragazza alpina, in quel periodo, leggeva Urania, tantissimi Urania. E io allora decisi di scrivere a getto una specie di Urania, solo un po’ diverso. La mia idea era di scrivere un romanzo di fantascienza come lo avrebbe scritto Aldo Nove, o qualcosa del genere. L’idea forte era di scriverlo a getto, velocissimo, in un mese doveva essere finito. Dovevo conquistare la ragazzina che – incidentalmente – aveva due piccole antenne che la facevano assomigliare a un gatto. Quando, quindici anni dopo, mi ritrovai a iniziare il terzultimo capitolo capii che qualcosa nel piano originario era andato storto. Avevo scritto un sacco di materiale e nel corso degli anni lo stile era cambiato radicalmente, da Aldo Nove a Harry Harrison. In più gli ultimi tre capitoli servivano a finire il romanzo, ma il cuore della storia era già scritto, quando raccontavo di Ezekias che scende su Smirt e ha un potente rapporto sessuale con una donna gatto. Questo capitolo l’ho estratto dal resto, ho cancellato alcuni collegamenti a prima e dopo, l’ho riletto da solo e mi è sembrato che funzionasse benissimo. Anzi, gli altri quattrocento kappa di scrittura potevo anche cancellarli, bastava quel capitolo per raccontare tutto. Non era un capitolo come gli altri: l’avevo scritto e riscritto diverse volte, sia per perfezionare al meglio lo stile, sia per una sfortunata incompatibilità tra due word processor diversi che mi avevano distrutto diverse scene salvate in rtf».
«È orribile» dico.
Venerandi annuisce, però dice che la cosa gli ha permesso di scoprire alcune particolarità del formato rtf e della definizione del suo standard. Tossisce. Guarda il soffitto come se lo vedesse solo in quel momento, si spaventa. Mi rivede, indica il soffitto facendo gli occhi grossi e poi riprende a parlare.
«Quel capitolo, che è poi “Ezekias contro le donne gatto del pianeta Smirt” come lo leggi ora, era partito come semplice snodo narrativo, ma nel corso degli anni era diventato una personale riflessione sull’uomo e sulla sudditanza. I vermi. Era diventato una cosa autonoma. Lo stile è molto particolare perché vuole mettere insieme la fantascienza giocosa e un po’ cazzona delle esplorazioni spaziali (e avevo in mente Planet Story di Harry Harrison, nella sua versione a puntate dell’Enciclopedia della fantascienza della del Drago, con quelle favolose illustrazioni di Jim Burns) con il mondo dei videogiochi, specie nelle descrizioni, con dei monologhi interiori che sono invece tutti di scrittura contemporanea, sono miei.»

Spalanco gli occhi e fisso la crepa dal braghettone della porta della sala. È larga due dita e mi ricorda che quando mi hanno consegnato il divano non c’era passato alla prima, così hanno dovuto spaccare tutto. Mi sento tutto bagnato, il rivestimento in pelle mi ha reso madido, cazzo di divano altro che Smirt.
Mi giro intorno e del Venerandi non c’è traccia, ma rimane un odore nella stanza, come di gatti affumicati.

***

Sono a casa, ho il pomeriggio libero così lo passo a scrivere, che in realtà è un modo che ho elaborato per dire che continuo a girovagare su Internet senza concludere nulla. Il mio iMac fa dei rantoli, deve avere qualche problema agli altoparlanti, ma io riconosco quel verso digitale, così controllo la posta. È un messaggio di Quintadicopertina che mi invita ad andare alla loro riunione di redazione a porte aperte: c’è pure l’ora e l’indirizzo, il civico è il numero tre. La probabilità che due genovesi conoscendosi la prima volta si stiano sui coglioni è 0.85, quindi mi dico «speriamo bene» e accetto ringraziando.
Arrivo con qualche minuto di anticipo e mi piazzo davanti al civico numero tre. La porta è sbarrata, le luci sono spente, allora mi accendo una sigaretta e aspetto. Sono quasi arrivato sul filtro quando intravedo Matteo Galiazzo: ci conosciamo solo di nome, così ci presentiamo, poi lui mi chiede se il posto è quello, gli dico di sì, ma aggiungo che non c’è ancora nessuno. Matteo non si fida, così bussa, quindi sbircia l’orologio e dice che quelli della redazione saranno in ritardo, strano. Allora penso che 0.85 è poco, io odio i ritardatari, quindi siamo già a 0.88 se non di più. Dopo quindici minuti da una scalinata scende Fabrizio Venerandi tendendomi la mano. Gliela stringo. Poi dice che manchiamo solo noi, che ci sono già tutti. Lo guardo e gli indico il numero tre che troneggia fiero sopra alla porta chiusa, e lui mi dice che non è quel numero tre, perché in quella via di numeri tre ce ne sono due. Scrollo la testa.
Visto dal vivo Venerandi è identico a quello che ho visto in sogno, solo che non parla quasi mai e non gli si illuminano le antenne.

Dopo una breve presentazione della serata, Fabrizio prende la parola, dice delle cose divertenti, addirittura ad un certo punto rido. Allora lui si ferma e chiede «chi è stato?», io alzo la mano, e lui dice che non era una cosa da ridere, quindi stiamo viaggiando verso 0.90 e siamo neanche a metà serata.
Finita la riunione, cominciamo a parlare della collana polistorie, in particolare del suo “Chi ha ucciso David Crane?” e che il titolo mette in luce il suo collegamento forte con il mondo dell’informatica e dei videogiochi. Però, aggiungo che, a parte Pitfall e Ghostbusters, Crane è ricordato per Little Computer People, un gioco altamente sperimentale ed avanti con i tempi ma rovinosamente poco interattivo e coinvolgente. Rido. Quindi gli chiedo «Ti senti un po’ David Crane?»
Venerandi ride anche lui e dice che di videogiochi non ho capito un cazzo. «Un cazzo» ripete facendo un gesto universale che non posso ripetere per iscritto. È tornato serio, rabbioso.
«Little Computer People – dice – è stato il capolavoro di Crane. Io ce lo avevo sull’Apple II, scrivevo al mio piccolo amico, davo il cibo al suo cane. Una ragazza un giorno è partita per una settimana di vacanze e non ha spento il suo computer e quando è tornata l’omino nel suo computer stava male, aveva la faccia verde, la ragazza era disperata, piangeva, come posso curarlo diceva. Letteratura. Comunque, per risponderti mi sono sentito un po’ David Crane quando ho scritto con Alessandro Uber Necronomicon o quando con Maria Cecilia abbiamo iniziato Quintadicopertina. Sono stati due momenti, completamente diversi, in cui ho camminato in terreni vergini in cui c’era l’impressione che si potessero fare cose divertenti e nuove. Succede uguale se dopo una nevicata va in cimitero, facci caso. È stato così e per alcuni aspetti lo è ancora. Sicuramente David Crane, e in genere il mondo dei videogiochi, mi ha spinto ad uscire dalla sperimentazione per la sperimentazione, pensando a come rendere le idee che avevo in testa dei prodotti commerciali. La collana della polistorie è un modo molto semplice e molto pratico per mettere alcuni paletti per quello che è interactive fiction oggi e contiene sia lavori letterari di grande spessore, sia modelli di gioco-lettura che raccolgono tradizioni di progettazione, gioco e scrittura decennali. Sti cazzi. Il mio obiettivo è trovare storie, giochi e idee che spingano i lettori a rimanere incollati allo schermo. Ora scusami.»

Si allontana per stappare una bottiglia di Lancers e offrirne un bicchiere a tutti i presenti sparpagliati in gruppetti, c’è brusio. Poco prima di mezzanotte, mi incammino verso il motorino pensando che, dopotutto, Fabrizio Venerandi è un tipo affabile e che magari 0.90 è una probabilità ingenerosa, forse ci stiamo simpatici. Comunque, da quella sera sono ormai passati otto mesi e quando possiamo mi vedo in pausa pranzo con Matteo, mentre con Venerandi non sono ancora riuscito a prendere nemmeno un’acqua minerale. Quando gliel’ho proposta, via sms, mi ha risposto con una cartolina. Il testo recitava “l’acqua minerale costa”. La cartolina proveniva da Bedonia e raffigurava la natività.

***

È un sabato mattina di settembre e io e Laura facciamo sfoggio di benessere facendo colazione in un bar scalcinato della Val Bisagno. Lei prende un latte macchiato, io una brioche. Mentre siamo al bancone, irrompe un tizio chiedendo un pacco di caffè. Si sporge oltre la cassa, indica qualche cosa e gesticola. Mi giro per guardarlo, ma lui scappa via. Quindi tiro una gomitata a Laura.
«Ma sei scemo? Mi hai fatto male!» dice posando la tazza.
«Hai visto chi era quello?»
«No, chi era?»
«Era Venerandi.»
«Chi?»
«Lo scrittore. A casa ti do della sua roba, c’ho quasi tutto»

Arrivati a casa comincio a rovistare tra i raccoglitori, così Laura mi chiede che cosa sto cercando. Senza fermarmi le dico che è un libro in versi, che è bello e aggiungo anche «che storia, dividiamo questo quartieraccio con Venerandi.» Rimanendo impassibile, lei mi indica una busta di Mediterranea delle Acque posata sulla scrivania, è una bolletta condominiale da 19.000€ protestata, l’ultimo baluardo prima dell’andarsi a lavare a casa dei rispettivi genitori, e sospirando dice «però che culo.» Finalmente trovo un mazzo di carta pinzato molto approssimativamente, glielo porgo. Laura sfoglia, guarda interessata e mi dice che dopo aver pulito casa lo leggerà. Poi aggiunge ridendo «la prossima volta che lo incontri digli che hai i suoi libri fotocopiati.» Allora le dico che è un libro raro, che non lo avevo trovato in libreria, però girava in rete e così me lo ero stampato da solo. Prima di rimetterlo a posto, noto che l’ultima pagina non c’entra nulla, devo aver fatto del casino con le stampe. C’è solo la fine di un’intervista di Andrea Cortellessa, inedita, che Venerandi deve avere messo per errore in mezzo ai materiali on-line del suo poemetto del razzo.

CORTELLESSA: “L’ultima Avventura del signor Buonaventura” è scritto in prima persona, e leggendolo è naturale immaginarti mentre mangi tartine scadenti ad una festa oppure stai stravaccato su un divano in attesa di declamare le tue poesie. Non voglio sapere se il “pompino arcobaleno” sia davvero esistito e nemmeno se hai davvero nascosto un cadavere a Bologna. Però, ora che sei al timone di Quintadicopertina (con Maria Cecilia), non è che il tuo vero alter ego è Ezekias?

VENERANDI: Buonaventura è stato un modo per raccontare un sacco di cose vere che mi sono successe, il sottobosco editoriale delle performance poetiche genovesi (e non solo), la mia esperienza a RicercaRe, il rapporto con Antonio Koch. Pensavo che un po’ di gente si sarebbe incazzata per quello che c’era scritto sopra, ma evidentemente ne hanno venduti troppo pochi.

CORTELLESSA: Oh oh oh

VENERANDI: È un testo in cui gioco con i piani temporali, i tempi verbali e anche la voce del narratore. Ha in comune con Ezekias (e con molti altri miei testi) il carattere del protagonista: è un indolente, privo della capacità di stare al mondo, di monetizzare le sue capacità e goffo nelle sue aspirazioni sociali. Più che un alter ego è una frustrazione.

***
Mi scrive Fabrizio su Facebook e mi dice che vuole parlare di scrittura, che magari possiamo fare qualche cosa per un suo blog. Gli rispondo che i libri li scrive lui, io non faccio leggere nulla di quello che scrivo, quindi parliamo delle sue cose. Discutiamo del suo stile, che nei libri è sempre fedele, mentre quando scrive in rete è più nervoso, usa le parentesi, sembra che scriva del software. Gli chiedo se alla fine è sceso anche lui a patti con il Web, dove il lettore è bombardato di informazione e se dopo 10 parole non ha ancora colto il senso chiude tutto e passa ad altro.

Lui mi risponde che di scrittura e rete non ho capito un cazzo. Che lui è vecchio, che scriveva romanzi telematici negli anni ottanta nelle bbs, che ha fatto fidonet, che ha fatto usenet. “Ho sudato sangue dalle dita” mi scrive in una impressionante immagine che manco Liala. Poi si calma. Dice che va bene. Che è calmo. Che la scrittura deve essere adatta al mezzo, che se scrive su Facebook, deve usare un certo tipo di scrittura, parlare di certe cose e non altre. Aggiunge che non crede che sia un male: riuscire a strappare l’attenzione del lettore è oggi il punto di non ritorno per la scrittura condivisa, qualunque cosa essa sia. Quello che ancora forse non è chiaro è cosa farsene di questa attenzione, specie nella media e lunga distanza.

Il discorso non è male, gli dico che potremmo fare qualche cosa insieme con queste considerazioni, ma lui mi dice che no, di farne QCCV. «Come sarebbe a dire QCCV?» e lui mi risponde che vuol dire fanne quel che cazzo vuoi. Sì, in rete è decisamente nervoso.
Dal vivo, invece, un pezzo di pane. Quelli con le cose verdi sopra.

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