Il sold dell’avvenire

Quando ero un ragazzino andavo al ginnasio, che a dispetto del nome non è una palestra ma sono i primi due anni del liceo classico. Andavo in uno dei licei più istituzionali e stantii di Genova, c’era più marmo lì dentro che al cimitero di Staglieno, per dire. Buona parte dei miei compagni veniva da Albaro, luogo di avvocati e medi imprenditori, ma io, più fortunato, venivo da Sant’Olcese che è un paese che se ci passate in auto faticate ad associare al mondo greco latino. Però ci fanno un ottimo salame se siete interessati a questo genere di porno. Anyway. Per riuscire ad arrivare in tempo al liceo classico dovevo svegliarmi ad ore antelucane (aka di notte) e prendere un treno a scartamento ridotto che da Sant’Olcese in un’oretta mi portava in una zona di Genova ragionevolmente vicina al liceo classico. Quest’ultima parte del percorso la facevo in genere da solo perché il venerandi era l’unico stronzo della vallata del santolcesino ad aver scelto la facoltà classica, ad eccezione di una ragazza bellissima dal nome bellissimo che prendeva anche lei il treno ma che andava in altro liceo e che in cinque anni cinque mi disse “ciao” una sola volta.

(Incidentalmente qualche anno dopo fui maestro dei novizi di sua sorella, ma questa non ve la racconto).

La sorella, una ragazza – quando la conobbi – ugualmente meravigliosa era capace, zaino in spalla camminando sotto la pioggia, di avvicinarsi a me e mettersi a declamare a memoria la divina commedia. Per ore. Una di quelle persone che pensi, ma allora l’essere umano ha un senso. E anche Dante. E la declamava a memoria a me, che a memoria ho difficoltà a ricordare anche i numerini del bancomat.
Anyway, ad un certo punto tenemmo in casa di questa ragazza una specie di cena di noviziato e mia meraviglia fu trovarmi di fronte la liceale che in treno, decenni prima, mi aveva detto una sola volta “ciao”.

Deglutii e non ricordo se dissi ciao, ma quello che avvenne di lì a poco lasciò senz’altro un ricordo perenne nella famiglia delle due ragazze.

In pratica si era deciso di fare una cena tutti assieme, io, la maestra dei novizi e i novizi, tutto in casa della novizia dantesca. Si era anche deciso di vedere un film assieme e dopo ampio dibattito si era scelto Animal House, famoso, ci tengo a precisarlo, famoso film con John Belushi. Forte della mia tessera di Video Ciak mi ero offerto volontario io per prendere la videocassetta in questione. Tutta questa storia l’ho già raccontata, ma chissà dove. Vabbé. Flashback: venerandi entra da videociak, all’epoca un enorme labirinto al piano terra di un magazzino priapico, gira per questa carnavalata fino a raggiungere il bancone dove chiede trafelato Animal House. Il commesso, lascivo, lo guarda, sparisce, torna dopo qualche secondo con una copia di Animal House, la dà al venerandi, gli tocca la mano, si prende i soldi, il venerando esce fischiettando. Pirla. Fine flashback. Ora siamo nella casa della novizia, abbiamo cenato, io ho occhi solo per le due classiciste, ma ho un ruolo educativo e dico quindi, coff coff, dobbiamo vedere il film, altrimenti si fa tardi e tiro fuori la copia di Animal House VHS e la do alla ragazzina dantesca che la mette nel videolettore. Tutti ci sediamo, parte Animal House, i genitori delle due ragazze intanto sparecchiano dietro di noi e parte il film che è diverso. Diverso da come tutti se lo ricordano. Eppure il titolo è Animal House dico io, l’ho preso io. Sono sicuro. I ragazzi dicono, mandiamo un po’ avanti il nastro per vedere se spunta fuori John Belushi, se c’è lui siamo sicuri che è quello giusto. I ragazzi mandano avanti il nastro, il video intanto diventa grigetto, i ragazzi premono play, riparte la visione. “O dio mio” dice la classicista vicino a me, io che le sorridevo giro gli occhi verso il video e vedo coiti. Tanti coiti. I suoni nella stanza cambiano completamente, oh oh oh sì sì oh cose così, un aura rosa carne copre i volti di tutti novizi. L’altra maestra dei novizi urla anche lei “O dio mio” ma con tono completamente diverso, scatta in piedi e si mette con il suo corpo tra noi e lo schermo. “Fermate!” urla, “spegnete tutto!” urla. Uno dei novizi si gira verso di me e mi dice, “ma venerandi hai preso un porno? Per la cena di noviziato?” e io balbetto qualcosa del tipo ma io, ma io, ma il commesso, e intanto il ragazzo continua e dice, grazie, venerandi grazie.

Anyway, essendo il solo a fare il classico, nessuno faceva a piedi con me la tratta stazione del treno – liceo classico, tranne un ragazzo simpatico ma stronzo, o stronzo ma simpatico, ora non ricordo, che non andava al classico ma a un istituto per diventare odontotecnici/dentisti che incidentalmente era sulla stessa linea d’aria del liceo classico dove andavo io. E per un periodo abbastanza lungo facemmo la strada insieme a passo molto veloce con lui che parlava male di tutto il mondo a lui conosciuto e io che ridacchiavo.
Un giorno gli chiesi, con grande innocenza, ma scusa, una cosa ti ho sempre voluto chiedere. Io ho fatto il classico perché mi piace la letteratura, i libri, la cultura. Tu che fai la scuola per odontotecnico, cosa ti piacciono, i denti?
E lui si girò verso di me, come se mi vedesse per la prima volta e mi rispose “venerandi, i soldi. A me piacciono i soldi, cazzo” e io rimasi affascinato di questa cosa che la scuola superiore potesse avere una funzione non tanto educativa/culturale quanto – come dire – pratica. Pratica.
Averlo saputo prima.
Subito dopo girammo per via XX Settembre che a quell’ora del mattino ci sparava negli occhi la luce abbagliante del sole nascente. “Preparati già ora il sorriso da pederasta”, mi aveva detto subito prima di prendere la svolta per via XX Settembre e tutti e due ora, guardaci, siamo con gli occhi socchiusi a fessura per non essere abbagliati e la bocca costretta in quel sorriso stretto da pederasta che va verso il sole dell’avvenire.

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