Quindi ad un certo punto mi viene voglia di un computer

Leggo riviste, li vedo apparire come dei mostri, inizialmente arrivano con il loro lato più suadente: i videogiochi. Io non volevo un computer volevo un videogioco, un atari, un intellevision, in casa mia, nel mio tinello, nel mio paese di provincia, sedermi in sala, accendere e entrare nei labirinti con il mio joystick, con la mia pad, è questo quello che voglio e vedo anche foto di schermi, tastiere, gente che scrive comandi al computer per me il computer in quel momento è capace di ogni cosa, a mio padre dico che voglio un computer poi dico un videogioco poi dico non lo so cosa voglio, voglio il digitale che ancora non si chiama così si chiama informatica e poi in casa arriva il mio primo computer. È verde, ha scritte in americano ed è fatto tutto a taiwan, il manuale dice cose improbabili, se premo un tasto lui scrive comandi, non ci sono videogiochi, c’è solo un BASIC residente, un registratore a cassette, uno schermo nero senza limiti spaziali.

Voi che oggi accendete un ipad, un android, un windows, un macintosh, non avete idea di cosa significhi uno schermo nero senza nessuna idea di spazio. Tutto può esistere. Tutto può apparire e scomparire in un attimo. Non esiste geometria, non esiste scrivania, finestra, non esistono icone. Non c’è nessuna semplificazione da abbecedario da prima elementare. Una finestra nera e un cursore che lampeggia. Il livello di astrazione richiesto per pensare che stai usando davvero un computer è completo: ti senti perso, immerso, protetto. Sei in un ambiente che non vedi, interroghi.

Avete presente di notte i bambini che hanno paura del buio perché si immaginano quello che non possono vedere? Era la stessa cosa: riempivo l’informatica che non potevo vedere con la sua mitologia privata.

Imparai il BASIC perché non potevo fare altro. La rom del mio computer era compatibile con un modello creato solo un USA, non esistevano programmi per il mio computer. Era un BASIC scarno, ogni linea poteva contenere una sola istruzione. Quando terminavo un programma potevo provare a salvare sul registratore a cassette. Nessun suono, nessuna immagine: salvare era un puro atto di fede. Come ogni fede, spesso malriposta. I tasti erano di gomma, soffici. Con keystroke speciali si potevano attivare alcune immagini speciali: un alieno preso paro paro da space invaders; un fantasmino del PACMAN. Si potevano fare dei suoni. Non ero molto bravo a programmare, ma mi piaceva.

Era come leggere, all’incontrario.

il mio primo computer

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