Una breve verità sui libri di informatica e l’amore

La cosa che mi scoccia dei libri tecnici di settore informatico è l’abitudine di partire spiegando cose che ormai anche le saponette le sanno, e queste cose spiegarle con un linguaggio che anche mia zia, che ha difficoltà con il microonde, comunque ce la farebbe. Poi appena giri pagina e si iniziano a vedere cose un po’ interessanti, il libro diventa un elenco telefonico condensato in cui sono raggruppate tutte le specifiche del substrato terreno in cui viviamo spiegate con lo stesso linguaggio con cui te le spiegherebbe un laureato in ingegneria che ti odia perché gli hai fregato la ragazza ed era quella buona per lui per tutta la sua vita, mettere su una famiglia, eccetera, comprare una station wagon, eccetera, fare figli e vivere programmando java per il resto della sua vita, e invece tu gliel’hai fregata e allora lui si vendica spiegandoti questa cosa delle variabili sticazzi con un linguaggio – corretto eh – ma sgradevole come la morte e con degli esempi presi da alcuni essoterici numeri della settimana enigmistica prima della morte del tenero giacomo che funzionano eh, ma sono esempi di come farti del male a te e alla tua ragazza la quale, se giri la testa, è seduta a un tavolino che ti aspetta mangiando con un certo fastidio delle olive nere denocciolate e sorseggiando un black russian, inciso sul black russian: va bene giusto fino ai quindici anni, poi basta, ma scherziamo, il black russian, e quindi tu, perché è di te che stiamo parlando, resti lì a sentire parlare di questa cosa della curva di bezier, non capisci nulla, osservi ora lo sguardo sudato del tipo di ingegneria, ora la ragazza che con gli occhi ti sta dicendo eh che palle andiamooo, ora – fuori dalla finestra – la tua auto con le gomme tagliate da qualche altro stronzetto di ingegneria, in più – cerchiamo di risalire da questa ipotassi che ci ammazza – in più se hai la sfortuna di leggerlo in digitale, poi ti dimentichi tutto quello che hai letto, il secolo xix dixit.

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