Leaving vanessa

Raffaello_012

Racconto allegorico/cerebrale di amore e passione tra il protagonista nonché, tanto per cambiare, narratore e una donna dello schermo detta Vanessa. Detto racconto, benché fortemente umoristico, non è adatto a un pubblico occasionale. Il racconto si intitola leaving vanessa o, secondo altre lezioni, Pantasofisticon. Tanto era dovuto, in fede.

“Ogni cosa scrocchia” mi confidò vanessa che in quanto a tette ci sapeva fare.
Fuori c’erano i soliti gabbiani, la forma angolare del vento: quel modo tutto particolare di formare delle carezze che -partendo dal niente- arrivassero almeno alla sua testa. Alcuni dati di fatto intanto: alla radio c’era vent’anni fa oggi e davano i duran duran che facevano wild boys che risentirlo adesso ti immagini appena le facce dei video.
Vanessa camminava sul lungomare con la testa dolcemente abbassata: dagli occhi si potevano scorgere come delle particolarità della pelle, ad esempio una volta si era vista come attraverso un vetro e questa è la danimarca pensava non conoscendola: qualdove si sarebbe potuti andare e invece no.
Vanessa le dissi poi continuai raccontando che m’ero finalmente innamorato di due francobolli. Lei sorrise e mi chiese che cazzo.
Erano su una busta ammisi. Si trattava di una lettera indirizzata all’ufficio economato e nel catalogarla m’ero perso per quei due volti femminili, così differenti l’uno dall’altro.

Il primo volto, color ciano, mostrava il viso gelido d’una ragazza ardente, dai capelli tirati all’indietro, la bocca leggermente aperta , gli occhi gettati verso qualcosa di invisibile che la stupiva, la meravigliava o forse un incanto che non sapeva spezzare. La seconda mi fissava, con la sua bellezza geometrica, stampata in magenta, all’interno della cui fronte si celavano formule enigmatiche e calcoli finitesimali: questa è la mia bellezza di oggi.
– c’è gente che ci azzecca, geometra, ci stanno dietro anni ed anni e ci azzeccano -c’è quello che sta giù in portineria che si è mangiato tutto dicono e rispondono mentre vanessa chiede che ne ho fatto di quelle donne, ed io ammetto un fondo di scrivania: scanner, photoshop, un bel fondo nero ed il gioco è fatto.

– non puoi trascurarmi così
– non l’ho mai fatto
– oggi ho qualcosa di nuovo
– le scarpe?
– neppure
– perdonami sono senza occhiali
– facciamo un cruciverba assieme?
– costruirlo o risolverlo?
– tutti e due
– non mi piacciono le invenzioni
(…)
– un tempo badavi a tutto
– non capivi niente, eri innamorata
– vuoi dire che…
– quella volta che ti dissi sei atletica pensavo ad una canzone
– che canzone era?
– forse era una statua, più facilmente una statua
– che statua?
– un francobollo allora
– quello destro o sinistro?

Alla fine le confesso che è la donna magenta quella che mi rapisce con il suo intelletto: la paragono a quei volti senza tempo, in china nera, dei rebus della settimana enigmistica.

– potrai dilazionare il nostro distacco, ma non il vuoto che ci separerà
– sicura?
– hai ragione: riuscirai a dilazionare anche quello

Vanessa non mi conosce bene e tutte queste verità le dice con la semplice innocenza della ragazzina che prova a buttarle lì, a vedere che effetto fanno. Prova sempre un sorriso sulle labbra e mi lascia vedere il suo maglioncino che si rigonfia ancora all’altezza del seno. Glielo dico che gliele leccherei, le tette, e lei acenna col capo ai nuvoloni, al suo giubbottino. Con ‘sto freddo, mi dice e poi: sei sempre il mio ataru morobosci, affettuosa. Adesso alla radio è cambiato tutto un tempo era passato adesso presente: un tipo parla degli scandali, delle corruzioni: della carne immangiabile e di malattie che ammazzano chi non viene ucciso.
Vanessa raccolse un ortensia e la gettò nel mare che si lasciò cadere all’indietro verso l’alto, tanto che ci trovammo tutti e due negli spruzzi a fissarci negli occhi. Eri bellissima maria in quella foto le dissi, ed intendevo un’altra donna bagnata. La prima rispose gioconda che non c’era niente di vero: tutte quelle chiacchere, quelle storie sugli idioletti: scempiaggini.

– quante donne amasti?
– vere?
– o false
– vere direi tre: la donna dello specchio che chiamerò patrizia, la donna dello specchio che dirò vanessa e mia moglie
– e false?
– sempre tre: candy candy ai tempi delle medie, nadia del mistero della pietra azzurra, e la donna magenta del francobollo
– e quella ciano?
– con lei solo storie di bocca

Alla fine del lungomare noi ci si avvicinava tanto che sognavo ad occhi aperti: come nel finale di un film essere sepolto per metà nella sabbia con la mia donna, in primavera. Invece nella sabbia apparve un’entrata misteriosa nella quale mi ci buttai estraendo il mio vaporizzatore. Premetti il pulsante che chiudeva l’accesso alle vie respiratore e dissi a vanessa di stare indietro che poteva essere pericoloso. Dentro al tunnel vidi:

Stanza miracolosa
Sei in una stanza miracolosa dove alcune forme si spostano e si ricompongono nell’attesa della tua venuta. Il pavimento è coperto da un sottile strato di sabbia mentre il cielo è roccia calcarea stratificata, le cui ombre mandano onde timbriche inintelleggibili.
Oltre a questo vedi: una spada nella roccia

Cosa fai?

>io dissi prega ma lui

Non capisco

> rispose ed io guarda vanessa oppure uccidi

Non capisco

> ed io mi rilasciai e nel contempo mi rividi bambino scuotermi per la donna dello schermo che chiamerò patrizia.

All’improvviso mi resi conto che quella che credevo essere una stanza miracolosa, era una parte della mia coscienza che divideva le persone in cose e le cose in ulteriori sottogruppi, fintanto che la stessa cosa perdesse di significato: ovvero riacquistasse il suo vero ordine. Da tempo avevo compreso che ogni cosa visibile è semplicemente una rappresentazione di una serie di organi esterni, gonfi e rimolli.
Vanessa dice che non capisce.
Vanessa direbbe che tutti questi sono sotterfugi per portarla a letto, ma tutto questo l’ho scritto io dissi voltandomi verso l’indietro dove stavano impronte e segni sulla sabbia. Ero orgoglioso anche di quelli già spariti sotto il mare.

– non posso non pensare di quando ti presi da dietro, tu poggiata ad uno scoglio
– non era da dietro, era da davanti: me ne feci un graffio che serbai con molta malinconia

Vanessa vanessa. Quante sono le cose che possiamo ricordare soltanto noi due e soltanto quando siamo assieme. Una mia parte di memoria è indissolubilmente legata a te e diventa, per comune accordo, una sorta di favolina, di parabola educativa per quelli che ci stiano a sentire. Quella volta che noi, ma non è vero niente, ci stiamo inventando ancora una volta un posto in cui non siamo mai stati a fare atti tesi a eccetera.

– Che miseria l’uomo

Dico a Vanessa, ma intanto penso pereppeppè.

Nella stanza miracolosa non fui miracolato: vidi oggetti e forme e decisi di scriverne alcuni poemi in versi, tipo endecasillabi e m’accorsi, guardando la televisione, di come chi ha le palle ha le palle. Alla fine della partita le cose le sai o non le sai. Dico a vanessa che voglio ritornare indietro, ricominciare ad avere vent’anni e lei mi chiede se veramente ci credo. A vent’anni -ammetto- vivevo di merdetta e tornando indietro, mi conosco, rifarei gli stessi errori: li faccio ancora adesso. Allora mi rimetto a fare le medesime cose di dieci anni fa: mi iscrivo a kung fu ma questa volta la magia si stempera. Mi accorgo di come il mio maestro sia privo di preveggenza, di come voglia ingannarmi con parole e con il suo bel corpo. I miei compagni dell’anno passato sorridono e per la terza volta mi ritrovo ancora all’inizio. Sono caduto per due volte e la terza mi sono rialzato. A questo punto le scelte che faccio iniziano ad essere definitive: non posso pascolare i porci e venderne le perle. Tra dieci anni non avrò più modo di cominciare da zero discipline interne, non avrò più scuse per chiedere di chi è che si sta parlando. Tra dieci anni, spiego a vanessa che non capisce, dovrà essere da dieci anni che mi sbatto a fare, a leccare.
Il mio dramma personale è quello di essere una sfiancata vescica che deve millantare il suo essere bella piena, pronta pronta per riempirsi. Non mi ricordo le cose, la mattina non ho memoria di ciò che mi accadde il giorno prima. Avrei dovuto fare ingegneria.

– non ci vedremo più quando sarai a Verona?
– se è una giornata come ieri un salto potrei farlo
– mai più allora
– non credo

Camminammo a lungo per quel corto budello che congiungeva la camera magica ad una sorta di anfiteatro romano, notturno, pronto di belve e cacciatori. C’ero già stato in forma femminile e mi chiamai lara. Paludati alberi s’immettevano da ogni dove e non credevo ai miei occhi quando rividi quei luoghi che dicevo dimenticati. Si prega di dare benevolo assenso. Correvo sui gradoni ridendo e preparando le mie pistole, quando vidi che vanessa s’era fermata: fissava sul bordo del precipizio qualcosa nel vuoto e temevo per lei per la sua vita. Le avrei detto di stare attenta, ma sapevo che s’incazzava sempre quando dicevo cose sacrostante. Così diversa da lara, vanessa, avvolta nel suo maglioncino di lanaccia, probabile acquisto della madre alla standa, ovvero alla upim, ovvero megli’ancora all’oviesse. Un paio di jeans del mercato del sabato mattina, e due scarpe che ci stavano male, sia col maglione che coi pantaloni: a tacco alto, marca, come sempre, made in italy. Trentanovemilalire. Mai più con una proletaria pensai.
Gesti sciocchi di vanessa: regalarmi una cassetta di terence trent d’arby e non ricordarsi che fine avesse fatto terence l’altro, l’attore amante di candy della casa di pony. Che tenerezza quando candy si arrabbia perché al mercato la chiamano signora, lei probabilmente vergine, e albert ride in una mattinata che non dimenticherò mai. I sacchetti della spesa sono quanto di più civile possa esserci e tanto basta.
Nonostante questo, con i suoi capelli stanchi di essere ricci, vanessa appare in tutta la sua bellezza rinascimentale: avvolta nel sudario da grandi magazzini, aspetta che il vento le caschi addosso, muovendola nei dettagli. E comunque è bella lo stesso, per quanto possa esserlo una bestia. Mi si è rotta l’unghia le sussurro appena da un chilometro di distanza e lei non mi ascolta e sorride beata del paesaggio. Dopo una mezz’oretta ritorno da lei e la ritrovo ancora viva che mi dice che ha freddino. Sul palco, intanto, sono saliti due attori che urlano delle battute che comprendiamo appena:

DARIO: questo (…) che non (…) d’amore
LEONESSA: io (…)
DARIO: ah (…) delittuosa
LEONESSA: io (…) uomo (…)

Vanessa mi confida che l’attrice femminile ha bell’abito da fiera mentre io alzo le spalle. Tra la luna ed il cielo intravvedo una sottile striscia che -ho studiato- si chiama lumen secondarium. Una riga sottile, di strana luminescenza, che si forma per la particolare forma di riflessione della differenza e della distanza tra i due corpi. Ci risiamo con le distanze. D’altronde credo che il futuro sia tutto nel calcolo delle distanze, approssimative. Ricordo come da ragazzino m’impressionai pensando come quella stradina del santolcesino fosse un tutt’uno d’asfalto con quella che proseguiva per genova e quella a sua volta fosse tutt’uno con una altra che proseguiva per eccetera, fino al pensiero di un budello d’asfalto universale dove io, calcando quella mistura grigiastra, avevo i piedi contemporaneamente in sant’olcese e praga o amsterdam, pechino. La riflessione che partendo e camminando quelle strade d’asfalto sarei potuto giungere a betlemme, mi riempiva di una certa universalità: l’internet dei poveri insomma.
Il mio primo computer aveva luci ambra e mi parlava nella notte sembrava di avere la luna in camera.

Come potevo non innamorarmi se fosti scesa in terra a miracolo mostrare? Lo schermo nero e quelle luci ambra. M’innamorai della tecnologia quando ancora aveva il fascino di farmi credere alla sua magia. Passai due o tre ore come un imbecille a cercare di far venire fuori l’hal2000 del grillo parlante, la coscienza da wargames del programmatore clementoni. Clem clem.
Poi persi diottrie, denti, capelli, e mi trovai davanti a quello scheletro di riccio che mandava bagliori elettrici e poi si spegneva lasciandomi al buio.
Vanessa chiede se possiamo tornare indietro, ma io credo sia meglio andare ancora avanti.

– cosa c’è oltre questa siepe?
– l’inferno o l’infinito
(vanessa si muove fino alla siepe e si alza sulle gambette per vedere oltre la fresca verzura, sopra la sua testa. Poi si riabbassa e mi sorride con mestizia. E parla)
– t’inganni, né inferno né infinito
– un infinito inferno?
– no, un ipermercato

Allora capiva che c’era qualcosa che non andava. Non era quello il paradiso promesso.
Restiamo immobili a farci attraversare dal vento e poi decidiamo di entrare dentro, di andare proprio all’ipermercato, abbiamo tutti e due bisogno di yogurt.

Oh quale tripudio di colori e di luci, che potenza di watt quanta luminescenza che, rimbalzando di schermo in schermo, mostra la grande potenza di amore, amore per la carne, amore per il petto, non tanto di vanessa, quanto quello di pollo e di tacchino, e sogliole congelate e filetti di platessa e anodini in riccioluti aspetti, tra insaccati di gozzoviglie e purea di patate in salamelecchi corchiuti e patefatti in salmì, dove, tra latticini e cremerie, si aprono chiuse confetture sotto venereo aspetto e vanessa disse oh che bengodi e io risposi questo è il purgatorio e indicavo la gente che si muoveva lenta tra scaffale e scaffale a tendere braccia afferrare mani comprendere numerazioni babilonesi e vanessa disse oh quanto avrei voglia anche io di fare quelle cose e io allora le afferrai le dita di una mano, poniamo la sinistra e le dissi che belle mani da pianista non sprecarti per del liquido detergente, avevo occhi solo per lei e lei era tanto bellamente strabica, per tacer delle unghie mordicchiate, pezzi di vanessa che vanessa ingurgita instupidita fissando qualche topos letterario, tipo un tramonto.
Oh mio paride dice la vanessa rapita sono piena d’amore, e uno yogurt non mi sazierà di certo.
Non farlo la imploro, non cedere a queste tentazioni.
Cosa otterrò in cambio della mia rinuncia, chiede lei senza smettere di fissare gli insaccati.
Una nuova verginità dopo la quarantina faccio io sospirando.
Oh, la verginità esclama vanessa facendo un gesto per aria.
In effetti niente vanessa, smetterai soltanto di peccare, per poi pentirti di non aver peccato. L’uomo ha bisogno di perdonarsi, concludo.
L’uomo l’uomo, fa lei, io sono una donna e si indica l’incavo dolce del seno.

Vanessa aveva le tette all’incontrario, forse questo era da dire subito.

“E’ arrivata la poesia” dice intanto Vanessa e intende gli a-capo.

Leggere attenta-
mente le avverten-
ze e le modalità
d’uso.

“La poesia è così poca cosa” commento io.
“La poesia è un fortunato effetto collaterale” sentenzia lei, e io penso quanto è intelligente.
In un libro che sto leggendo.

Usciti dal supermercato sono passati dieci anni, potenza della letteratura. Dovete sapere che la fabula viene estrusa in accessi casuali chiamati intrecci. Dieci anni non sono niente se non hai niente da dire. Flashback e anticipazioni, qua anticipiamo la morte. Vanessa si guarda intorno tutto è cambiato, anche lei. Nomi, loghi, jingle. Vanessa fa due passi fino alla sommità di una ipotetica scogliera e poi butta lo sguardo verso l’infinito: faccio notare che per ora non ha spiccicato parola. Un salto temporale di dieci anni e lei manco un “bah”. Potenza dei personaggi nei romanzi, anche quando non fanno un cazzo è letteratura.
Vista da dietro ricorda un famoso quadro. Mancano le onde e l’odore di destino.
Poi sento che mormora. Mi avvicino.

– cosa amore?
– (mormorio inintelleggibile)
– amore?
– (mormorio)
– vanny?
– bella merda
– ah, ecco

Pare che Vanessa non sia soddisfatta del panorama. In dieci anni la città non è mutata, è invecchiata. Hanno chiuso cose. È aumentato l’abbandono. Lo avessi saputo prima, dice vanessa, avrei evitato di fare anticipazioni. Annuisco. La donna del francobollo ora è adesiva. Lecco molto di meno.

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