milano + sirene

Scendo dal treno a Milano e la prima cosa che vedo è un enorme cartello pubblicitario con donne etniche che maneggiano alberi di caffé, una grossa frase motivazionale e sotto il logo di una azienda transnazionale e rimango immobile a pensare a come sia possibile che chi ha pensato una reclame del genere creda che il *messaggio* che passi sia diverso dal “ciao pirla” che mi risuona nella testa, mi chiedo effettivamente se mentre io guardo questo finto cartello social e chiudendo gli occhi vedo il copy e il grafico che ridacchiano in qualche studio dell’hinterland, altri, quelli che scendono dal treno con me, associno invece davvero quella immagine a qualche valore etico di questa o altra multinazionale, riapro gli occhi sono a Milano.
Supero i gate, le facce cortesi ma ferme dei controllori dei biglietti, vedo la stazione tagliata in due dal possesso; alcuni negozi sono nella zona rossa, altri restano fuori, un taglio infilato lì come la versione povera del muro di Berlino, con i suoi paradossi: ora per andare dalla polizia devi avere il biglietto, è rimasta dentro la zona rossa, poi penso a Dio. Lo guardo e anche lui è rimasto dentro la zona rossa, la cappella della stazione adesso è a beneficio di chi è in regola con il pagamento del titolo di viaggio. Ma i milanesi si abitueranno anche a questo, perché è produttivo, i milanesi lavorano, i milanesi ricostruiscono, i milanesi innovano. Guardo i gate, penso a quanto sarà costato farli, penso alle sei o sette persone impegnate full day a controllare ogni singola persona che passa e penso che tutto questo è stato fatto per spostare l’improduttività, gli irregolari, gli immigrati senza titolo di viaggio e magari con altro Dio, un po’ più in là. Rogoredo, Pavia.
Se dovessi fare un’elenco delle persone che danneggiano la mia vita, esclusi i presenti, quelli che non passano i gate occuperebbero un posto molto basso nella mia personale casistica. Non che mi siano simpatici, alcuni lo sono altri no, ma ci sono persone molto simpatiche che mi danneggiano infinitamente di più, e passano il gate.
A Genova è tutto un altro mondo: tutto rallenta, la produttività qua non è di casa. Per sbaglio prendo anche le scale mobili lato brignole, e mi tocca poi farle a piedi che hanno anche gli scalini più alti di quelle normali. Sono spente da sempre. Se l’EXPO lo avessero fatto a Genova, penso camminando verso il lungobisagno, si sarebbe risolto in maniera molto più semplice: avrebbero aperto piazza banchi, messo alcuni pannelli informativi sui benefici del cibo, installato un omino in costume genovese a vendere basilico e bien, finita lì. Rido da solo e continuo a rotolare verso marassi, come certi cespugli nei fumetti di linus.
A casa mia figlia mi annuncia di essere spugna e mi chiama papitano. Capisco di essere capitan uncino. Papitano, papitano ride e mi si butta addosso. Le dico che è un pendaglio da forca, lei non capisce ma ride sulla fiducia, fa bene. Poi cambia idea, mi guarda negli occhi e dice che sono peter pan. “Oh dico” e tu chi sei, Trilli? Campanellino? Lei fa gli occhi grossi, guarda nel vuoto e dice no, sono Wendy. Ah, penso, mica scema.
Fossi in te sceglierei le sirene, le sirene nel libro di peter pan sono degli esseri pesci antropomorfi che gli umani li divorano. Prima che venisse disney a normalizzarle erano esseri con una certa dignità ferina.
Poi niente, viene la sera, cose serali camminando, cose notturne, pezzi già vissuti venti, trenta anni fa che riemergono come certe balene dicono facciano.

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