ci vorrebbero infiniti venerandi

Ci vorrebbero nel mondo diversi venerandi. Non dico i miei figli che già invece sono fin troppo impegnativi, dico tanti venerandi fabrizio, e non parlo nemmeno di omonimi, ce ne sono già abbastanza in emilia romagna ed è anche imbarazzante quando ci mandiamo messaggi via facebook, si incazzano pure se gli dico, allora come va giù nelle marche, e loro rispondono, sono di cattolica, marche un paio di balle, niente omonimi: parlo espressamente di cloni, fisici, perché purtroppo i cloni mentali sono già dentro di me.

I cloni mentali sono creati dai sensi di colpa, ogni senso di colpa crea in pratica un clone mentale di venerandi che cerca di prendere possesso del corpo di venerandi. Da ora in poi parlerò di me in terza persona. I sensi di colpa di venerandi, da ora in poi SDCDV, scattano in maniera improvvida e senza senso. I sensi di colpa di venerandi, che avevo detto che avrei definito SDCDV ma invece non ci riesco, preferisco scriverlo per lungo sono sostanzialmente di due tipi:

a) sensi di colpa per colpe reali
b) sensi di colpa per colpe immaginarie
c) sensi di colpa per colpe reali da un certo punto di vista, ma immaginarie se consideriamo i fatti secondo una diversa prospettiva
d) sensi di colpa per non sapere preventivamente dire quanti saranno gli elementi di una tabella o elenco ordinato, tipo ho detto due tipi e siamo già a quattro

I sensi di colpa reali sono le cose che devo fare davvero. Bollette. Lavoro. Calcolo dei tempi. Impegni. Appuntamenti. Gestione del denaro. Cose che ho – pare – detto che avrei fatto entro una certa data. La vita reale. Questi sensi di colpa germinano dentro di me di giorno e – in genere – sbucano fuori Quando Non Ci Posso Fare Niente, da ora in poi QNCPFN. Tipo alle quattro di notte: vorrei avere incubi con adolescenti con il volto coperto dai capelli lisci neri, che aprono come un ventaglio e sotto c’è l’orrore, arti mandroformi e zampe a snodo nel palato che scavano, ecco, incubi di questo tipo sarebbero acquetta fresca rispetto a di SDCDV tipo a) sbucati in pieno QNCPFN. Magari.
Faccio un inciso: quando ero piccolo balbettavo. Affrontavo le parole una per volta e vincevano loro. Ero nel silenzio prima del momento della mia parola, tipo in coda al negozio di alimentari e dentro la mia testa già si costruiva una realtà con questo ennesimo venerandi che avrebbe dovuto chiedere un chilo di papere, costruivo la frase un chilo di papere e poi quando dovevo parlare l’affrontavo con un coraggio che oggi mi sembra incredibile. Perdevo, regolarmente, vinceva il chilo di papere. Ma ero molto più coraggioso all’epoca, lottare nel silenzio contro ogni parola che mi germinava dentro e perdere, non avere il controllo. Ancora adesso, raramente, balbetto, e quando mi succede lo considero come uno starnuto, una cosa estranea che mi è entrata in bocca. Una specie di tradimento improvviso di uno dei venerandi che gestisce la successione degli anni del mio corpo che si sbaglia e inverte i piani di livello con cui sono costruito (hint: usate sempre un fondo invisibile, non bianco e usate con grazia le percentuali). Cosa ci insegna questo inciso: niente, era per dare un certo tono al post.
No, in realtà l’inciso nasce perché oggi a pranzo sono andato a mangiare e mentre mangiavo leggevo un romanzo di quelli con un sacco di pagine, non so quante perché variano a seconda del font, ma comunque tante, e a un certo punto ci sono due personaggi che balbettano, viene raccontato, e tutto sommato questa cosa della balbuzie io la vedo come una specie di metadata personale, una percentuale sostanziosa dei venerandi mentali che vivono dentro di me, balbetta, parlo di una percentuale sostanziosa ma non maggioranza, la maggioranza ha disimparato a balbettare o chissà, ha fatto fuori con il passare degli anni i venerandi mentali che balbettavano e che un tempo erano maggioranza assoluta dentro di me, ma la balbuzie resta comunque una sorta di metadata, una specie di balbuzie=””, che afferma la sua semplice esserci stata e mi chiedo se e quanto del mio essere venerandi oggi, dei miei mille errori, dei miei mille vizi, tipo scrivere questo che sto scrivendo, quanto anche del mio bene, del mio infilare le mani sotto le cose e sentire tutto il ridere che c’è, quanto di questo che sono io che osservo – adesso – il calabrone che è entrato nello studio e agita il suo ventre gialloscuro derivi da questa mia identità di balbuziente: il calabrone si è alzato. I miei genitori mi hanno anche portato in una scuola, ci sono stato per due o tre volte, per diversi giorni. Era una specie di colonia per balbuzienti. Pensate, entrare in una villa con decine e decine di persone e tutti balbettano. E tutti balbettano in maniera diversa, non esiste una sola balbuzie, come gli odori. Ognuno ha il suo. Ti parli, saluti, vai a dormire, mangi, giochi solo con persone che balbettano. E tu balbetti. Ci riunivano in salette e parlavamo, a turno balbettavamo assieme. Poi ci insegnavano il metodo. Dovevamo parlare usando il metodo. Il metodo impediva di parlare. Volevo scrivere di balbettare, ho sbagliato.

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