Le vere foto di quello che Israele ha fatto ai palestinesi

Avete presente Facebook, è un posto dove tutti vanno a cazzeggiare, scrivono cose, condividono, si indignano. In questo periodo due cose si sono incrociate, le azioni militari di Israele ai danni di Gaza e i mondiali di calcio: su Facebook è scattato il cortocircuito.
Nel senso che ho iniziato a leggere commenti di gente che parlava del conflitto tra Israele e Palestina con gli stessi toni con cui avrebbe commentato al bar una partita di calcio, dicendo – ad esempio – che i palestinesi si sono presi “varie batoste nel ’56, ’67, ’73, ’82, ’06…”. Ma si rifaranno nel prossimo campionato.
L’indignazione è equamente distribuita.

La cosa che mi ha fatto pensare sono state le foto, decine di foto condivise di bambini estratti dalle macerie, con le gambe staccate dal corpo, sanguinanti e circondati da militari. Benché fosse sgradevole ho tagliato quelle immagini e ho cercato le fonti, per vedere se effettivamente si trattasse di immagini reali. In genere le immagini erano reali, ma spesso non avevano niente a che fare con il conflitto attuale. Alcune erano di due, tre anni fa. Alcune, molto dolorose, non erano nemmeno relative a Gaza.

I pensieri sono stati diversi. Erano comunque immagini reali, gente davvero morta sotto altri bombardamenti, ma non erano legate al fatto di cui si parlava nel post. Il loro utilizzo era deformato nella forma, non nella sostanza, ma ne inficiava anche la sostanza: perché c’è bisogno di usare dolore di repertorio al posto di quello reale di questi giorni? Forse perché sono immagini più vendibili, più esemplari e condivisibili in rete, sui social.

E la dietrologia: chi mi dice che quelle immagini decontestualizzate non siano messe in rete da chi vuole farne successivamente emergere la falsità per indebolire la portata dell’indignazione? Nel momento in cui cede l’autorevolezza di una fonte, tutto è possibile.

Ma la cosa che mi ha più amareggiato è legata alla Siria. Una foto in particolare mostrava un bambino con le gambe recise di netto. Il bambino vivo, insaguinato. Ho cercato l’immagine, e non è di ieri e non è nemmeno di Gaza. È un immagine di un anno e mezzo fa e il bambino è siriano, di Aleppo. Qui il cortocircuito mediatico e sociale è spesso: io quell’immagine sui social, un anno e mezzo fa, non l’ho vista circolare. La Siria non è un prodotto mediatico capace di entrare nel gioco delle tifoserie contrapposte, perché è un argomento più complesso, meno immediato. Non entra in 140 caratteri. Fa ancora più male pensare che quell’immagine, il bambino con le gambe recise, funzioni meglio a Gaza, oggi, che in Siria un anno e mezzo fa.
Gente che non condividerebbe la foto legata ad Aleppo, la usa oggi per Gaza perché è infinitamente più facile indignarsi per questo, invocare la pace, mostrare l’infanzia distrutta.

Siamo più generazioni, i nostri padri, parte di noi, molti nostri figli, che hanno ancora una coscienza collettiva catodica. Riesciamo a focalizzare la nostra attenzione solo su un fatto alla volta, per un tempo non troppo lungo, e solo se è qualcosa in cui non siamo soli. Ci troviamo rassicurati nelle grandi partite del mondiale o nell’indignazione contro il male, finché questo ci rende meno soli e finché i concetti di questo ambiente in cui ci muoviamo restano a livello disneyano. I buoni, i cattivi, l’ingiustizia, il bene. Ogni altra cosa, ovvero il 90% del reale, ci confonde, ci richiede un tempo e una capacità decisionale meno chiara e pulita.
Ci annoia.

E allora cambiamo canale, c’è sempre la fiction e la nera, per sopravvivere fino a lunedì.

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