Adesso siamo nel boh

[esperimento di scrittura in diretta senza rilettura e senza editing. durata dell’esperimento: 3 ore]

boh

Non so proprio cosa scrivere. Non l’ho mai saputo in verità. Per cominciare posso dire dove sono e perché sto scrivendo e soprattutto come sono entrato. Sono al Salone del Libro di Torino a scrivere in diretta. Poi dico anche perché. Anzi lo dico subito, il fatto è che devo dei soldi a Venerandi e non li ho e allora lui mi costringe a fare cose come scrivere in diretta al Salone del Libro. Come sono entrato. Ho telefonato a Venerandi e mi è venuto a prendere presso una grata in un punto poco lontano dalla biglietteria. Ha manomesso la grata e da lì siamo penetrati in un cunicolo illuminato da una luce soffusa, tubi correvano sul soffitto, faceva un po’ paura. Alla fine del tunnel c’era una luce, era il padiglione 1 del Salone del Libro. Venerandi ha detto beh benvenuto Koch.

C’erano due vecchi che bevevano birra. Uno di loro parlava di un certo Dario, aspettiamo che arrivi Dario, quando arriva Dario poi ci pensiamo. Dario Fo? ha chiesto l’altro. No, Dario Franceschini. Allora l’altro ha detto ah sì, Dario Franceschini, ho in mente un piano per tirarlo dalla nostra parte. Poi sono rimasti zitti a finire la loro birra. Poi una cosa che salta all’occhio del Salone del Libro è che ci sono pochi posti per sedersi. Ci sono tipo due panchine dove ci stanno tre persone max per ogni padiglione, ma in ogni padiglione ci sono molto di più che 3+3 persone che necessitano di sedersi. Poi ci sono molti alunni, le scuole, portano i ragazzi a vedere gli editori. Il giovedì e il venerdì è giorno di visita delle scuole. Oggi è giovedì. Comunque. Venerandi mi porta allo stand di quintadicopertina e attacchiamo il pc al monitor e sono costretto a scrivere per tre ore senza interruzione. Non posso nemmeno andare al bagno. Quando l’ho detto a Venerandi lui ha detto ringrazia che non ti faccio stare in piedi, a reggere il pc con una mano e a scrivere con una mano sola. Va bene. Gli devo dei soldi che non ho perciò non posso dire niente. Ma la performance non può iniziare finché non portano il monitor. Deve essere un monitor grande perché la gente che passa deve vedere quello che scrivo man mano che lo scrivo. Allora dico vabbè, vado a farmi un giro intanto che aspettiamo il monitor. E’ l’una, poi l’una e mezza, poi le due. Vedo un assembramento, mi avvicino. Non c’è niente, la gente è assembrata senza motivo. Passo oltre. Vedo un altro assembramento, mi avvicino. C’è Cacciari che parla del linguaggio ai ragazzi delle medie, dice che il linguaggio è una cosa del corpo, poi che il corpo è una cosa del linguaggio, e i ragazzi delle medie hanno elastici attorno alle braccia e sono tutti assiepati ovunque, fuori, siedono per terra e cacciano autografi. Di chi? Non so. Chiunque sia dicono che è dentro, lì vicino, che fa una cosa per RTL. Il monitor non è ancora arrivato. Faccio un giro per gli stand dei libri, nessuno sfoglia i libri. Poi mi sento stanco per cui cerco un posto tranquillo dove sedermi con Kafka. Ho il mio zaino con dentro il castello di Kafka, è sempre una buona cosa avere un libro di Kafka nello zaino. Adesso ne approfitto per scrivere un po’ del castello di Kafka, che è una cosa che non ho mai fatto. Nell’introduzione dice che il castello di Kafka ormai è diventato così famoso che è entrato nel linguaggio comune dire che una cosa è come il castello di Kafka per indicare una cosa lontana, irraggiungibile. Poi fa un esempio, dice: i ragazzi a scuola hanno preso l’abitudine di dire cose tipo: “ah, quest’anno la promozione mi sembra proprio il castello di Kafka”. Io a dire il vero, pur avendo letto e riletto Kafka, non mi sono mai sognato di dire una cosa del genere, né l’ho mai sentita dire da nessun mio compagno di classe. Comunque. All’inizio del castello di Kafka c’è questo tipo, il protagonista, che arriva di notte in un villaggio senza nome perché è stato assunto come agrimensore al castello del villaggio. Il castello sta sopra una collina sopra il villaggio ed è un posto dove ci sono uffici, roba amministrativa, gente importante che regola la vita della gente semplice del villaggio. Solo che la nomina dell’agrimensore non risulta negli archivi del castello, e l’agrimensore, K., è un tipo che rompe un po’ le palle, va in giro a fare domande, la gente del villaggio è ostile, prende alloggio nella locanda. Poi arriva un tizio che lo sveglia e gli dice chi è lei, cosa ci fa qui. K. gli spiega la faccenda, il tizio dice ok, allora adesso chiamo il castello e sento se è vera questa cosa dell’assunzione. E dal castello gli dicono no, non è vero, non abbiamo assunto nessuno. Poi però richiamano, dal castello, e dicono ah sì, effettivamente aspettavamo l’agrimensore. Sicché K. si addormenta tranquillo. Poi però il giorno dopo prova di arrivare al castello e non ci riesce. Kafka non era soddisfatto di questo romanzo che poi alla fine ha abbandonato, in effetti non era soddisfatto di nessuno dei tre romanzi che ha scritto. Dunque uscito dal padiglione, fuggito dal frastuono degli stand, cercavo un posto tranquillo dove sedermi con Kafka e l’ho trovato presso un cancello sorvegliato da un tizio in giacca e cravatta. Faceva molto caldo ma il tizio non sudava. Molta gente voleva entrare o uscire da quel cancello, il tizio diceva non si può, si entra dall’altra parte, si esce dall’altra parte, ma poi alla fine apriva il cancello e faceva entrare e uscire tutti. Lì c’erano dei blocchi di cemento e non c’era nessuno a parte il tizio in giacca e cravatta per cui mi sono sistemato lì col castello. Dunque, come procede la storia del castello? K. seduce una ragazza che lavora all’albergo dei signori. L’albergo dei signori è un posto dove soggiorna gente importante del castello. La ragazza è l’amante di un tipo peso del castello, però non ha nessuna esitazione a mettersi con K. Addirittura decidono di sposarsi. Quando decidono di sposarsi mi ha telefonato Venerandi per dirmi che il monitor era pronto e potevamo cominciare: ed eccoci qua. E’ un po’ strano scrivere qui. C’è un gran viavai tutto intorno e molto rumore e voci microfonate e tutto il solito ambaradan dei saloni e delle fiere. E’ tutto il contrario dell’intimità della nostra cameretta. Adesso illustro il concetto dell’intimità della nostra cameretta. Ce l’ha insegnato una vecchia attrice, donna molto in gamba, che ci ha detto: vedete, un conto è quando fate le cose per conto vostro, nell’intimità della vostra cameretta, e un altro conto tutto diverso è quando portate queste cose fuori, nel mondo esterno, davanti agli occhi di tutti. Questo ce lo diceva a proposito del teatro ma va poi bene anche per la scrittura. Cioè che scrivi le tue cose tranquillo, al sicuro nell’intimità della tua cameretta, e tutto è molto bello, e poi quando queste cose le porti nel mondo esterno magari fanno un effetto tutto diverso. Tutto questo per dire che? Niente, per dire che è strano scrivere così. Tutta colpa di quei soldi che non ho da dare a Venerandi. Sento passare gente, magari si fermano a leggere magari no. Vediamo: sono passati venti minuti. No è impossibile, non ce la farò mai a scrivere per tre ore filate. Sarà meglio che pensi a qualcosa di strutturato, qualcosa di lungo. Venerandi mi ha detto che quest’anno la madrina del festival del libro è la Tamaro. Poi mi ha anche detto, ma io la sapevo già, la leggenda di Elvis che è ancora vivo come pure Paul McCartney. Poi mi ha detto che la Tamaro uguale, soltanto che lei è morta. E’ uno zombi che fa la spesa alla Pam, mi ha detto. Secondo lui è un ottimo spunto per una storia. Io penso che invece sia un po’ debole come inizio. Sì, un’idea carina, ma poi? La Tamaro zombificata non può essere la protagonista di una storia. Ci vuole un protagonista maschile, una specie di K. che arriva in un posto in cui non sa cosa fare, o meglio in cui sa cosa fare e vuole farlo ma la Tamaro zombificata non glielo permette. Potrebbe essere uno scrittore che deve presentare un libro al salone del libro. Si parte dalla mattina, dal risveglio. Anzi no, prima ci vuole un nome. K. non va bene. Facciamo L, senza punto. Dunque L si sveglia nel suo letto, ha messo la sveglia alle sette e deve prendere il treno alle nove. Si potrebbe partire con un sogno, un incubo: L sogna la Tamaro zombificata che lo insegue per i corridoi di una Pam in rovina. Ci può stare: L deve presentare il suo libro al salone del libro e la cosa gli mette molta ansia. Dunque partiamo con la scena dinamica della Tamaro zombificata che grugnendo corre dietro a L terrorizzato fra le corsie devastate del supermercato. L si sveglia terrorizzato, molto prima che suoni la sveglia, prova di riaddormentarsi ma non ce la fa. Tanto vale cominciare con calma i preparativi per la partenza, farsi la barba, la doccia, preparare lo zaino, metterci l’immancabile Kafka e magari anche un paio di Urania, non si sa mai, preparare il computer, un taccuino ecc. Poi va a fare colazione. Breve descrizione del tragitto fino alla stazione (approfittarne per descrivere il paesaggio urbano, le facce della gente dentro le macchine che vanno a lavorare (citazione da Herzog: quel che siamo diventati lo si vede bene dalle nostre facce dentro le macchine mentre andiamo a lavorare)). Alla stazione inserire un imprevisto tipo: L ha guardato su internet il treno e c’era scritto che il biglietto costava 34,50 euro, invece alla biglietteria della stazione il prezzo è 55 euro. L deve fare un bancomat. Quel che pensa è che il bancomat non funzionerà perché ha già prelevato oltre il limite mensile e non andrà a Torino e non si presenterà alla presentazione del suo libro. Ecco il messaggio della Tamaro zombificata. Invece il bancomat funziona e L può prelevare il contante per il viaggio. E’ in largo anticipo: va nella sala d’aspetto e sonnecchia. Vede, o crede di vedere, o sogna di vedere, gente passare molto vicina a dove è seduto. A un certo punto si avvicina una ragazza. Qui c’è il primo dialogo della storia. La ragazza dice di essere dipendente di Trenitalia, gli chiede dove è diretto. Torino, dice L. Grazie, dice la ragazza, e si allontana. Ci sono una ventina di persone nella sala d’aspetto. La ragazza chiede ad alcune di quelle persone dove sono dirette. L si domanda con quale criterio scelga le persone. Forse a caso? Perché non lo chiede a tutti? L tira fuori gli apputi del discorso che intende fare per presentare il suo libro e si mette a ripassare. Qui si potrebbe raccontare la trama del libro di L, ma poi c’è il rischio di incasinarsi. Complicare è facile, semplificare è difficile, come diceva qualcuno. Però ci starebbe proprio bene inserire la trama del libro di L. Potrebbe essere un saggio su Kafka. Ma no, dev’essere una fiction. Tipo un giallo, un thriller. O magari un libro comico. Sì, forse è meglio. Il libro comico fa da contrasto con la raccapricciante vicenda della Tamaro zombificata. Dunque protagonista del libro di L è M, che di mestiere fa… cosa potrebbe fare? Non lo scrittore. Forse il fotografo. Fa il fotografo, cioè una specie di paparazzo, uno di quelli che si mette fuori dai locali per fotografare la gente famosa. L lo usa come pretesto per raccontare fatti divertenti che riguardano la gente famosa. M vive e lavora a Milano. L ha scelto Milano perché è la città dove ha fatto il militare e quando faceva il militare pensava di essere felice. Usciva e girava per Milano e conosceva un sacco di gente. Anzi no, non conosceva nessuno. Usciva e girava per Milano da solo e pensava di essere felice e leggeva Buzzati e scriveva lettere alla sua fidanzata e collezionava le schede telefoniche che usava per chiamarla. Ne usava una al giorno, quelle da 5mila lire, ve le ricordate le schede telefoniche? quelle che strappavi il triangolino e le infilavi nei telefoni pubblici e parlavi. L ne consumò una al giorno per 365 giorni e le aveva conservate tutte, ma poi adesso chissà che fine hanno fatto. Comunque. Stiamo andando un attimo fuori tema. Abbiamo lasciato L nella sala d’aspetto della stazione in attesa del treno per Torino, che ripassa gli appunti del suo discorso. Poi avevamo cominciato a raccontare la storia del libro di L che è un libro divertente dove c’è questo fotografo, M, il paparazzo, che gliene capitano di cotte e di crude. Ad esempio una sera è appostato fuori da un famoso ristorante di Milano e fa un freddo cane e non ha neanche le sigarette perché ha smesso di fumare. L fuma e vorrebbe smettere per cui inserisce cose sul fumo in tutti i suoi romanzi. M è appostato lì fuori con la sua macchina fotografica. La macchina gli è costata 5mila euro, quando ci pensa si sente male, ancora non è riuscito a piazzare nessuna foto. Sta lì nel freddo e non fuma e aspetta che dal ristorante esca un famoso calciatore. Spera di beccarlo in flagrante mentre amoreggia con una tizia con cui non è autorizzato ad amoreggiare. L usa questa situazione come pretesto per inserire un lungo pistolotto sul calcio, su come l’Italia sia un paese rovinato a causa del calcio, tutta una tirata che nelle intenzioni di L dovrebbe fare molto ridere. L’editore che gli ha stampato il libro gli ha detto che in effetti fa molto ridere. Poi cosa succede? Il calciatore esce dal ristorante con la sua amichetta. M è appostato dietro un furgone nero. Scatta alcune foto attraverso i finestrini del furgone ma non si vede una mazza perché c’è la nebbia, a Milano c’è la nebbia anche ad agosto. Allora si sporge un po’ sul davanti del furgone per fotografare meglio, ma il calciatore se ne accorge, lo vede e comincia a corrergli dietro. Scena dell’inseguimento: M corre con la macchina fotografica che sbatacchia di qua e di là pericolosamente, il calciatore alle calcagna che grida e minaccia e se lo prende gliela fa vedere lui, la foto, l’amichetta che si toglie i tacchi e corre dietro al calciatore, le scarpe in mano, anche lei urlando non si capisce cosa: questa pure è una scena che l’editore ha trovato esilarante. M, pur avendo smesso di fumare, non può competere con un calciatore professionista. Viene raggiunto e pestato senza pietà. Si sveglia in ospedale, ferito nel corpo e nello spirito. Lì, nell’ospedale, fa la conoscenza di N, un vecchio attore malato di demenza senile. Questa è una cosa che l’editore ha suggerito a L, mettici degli anziani, devi fare leva sui buoni sentimenti, è così che funziona. Il vecchio attore è una sorta di Gloria Swanson al maschile, un personaggio beckettiano, gira per i corridoi dell’ospedale con le ciabatte e la vestaglia e gli occhiali da sole, scrocca sigarette alle infermiere, vede che M è molto abbattuto e per tirarlo su gli racconta un sacco di aneddoti spassosi sul mondo del teatro, un ambiente pieno di matti ma come tutti gli ambienti del resto. M si sente leggermente meglio, l’unico suo cruccio è non avere la macchina fotografica per immortalare il vecchio. Il quale vecchio assume lentamente ma inesorabilmente il ruolo di protagonista. A causa del vecchio M ricomincia a fumare. Nel frattempo viene raccontata anche in parallelo la continuazione della storia dal punto di vista del calciatore. Però aspetta, c’è un problema. M viene picchiato in strada e nessuno dice niente? nessuno chiama i carabinieri? Ma sì, l’amichetta! La ragazza, il cui nome è O, si impietosisce e a furia di suppliche convince il calciatore a non inveire ulteriormente sul povero M: è lei che chiama l’ambulanza. Poi la coppia va in macchina. Lei dice, beh insomma, non c’era bisogno di picchiarlo in quel modo. Il calciatore dice che sì forse ha esagerato, ma sono tutti sempre lì che vogliono fotografarlo, non può mai fare niente, non può mai passare inosservato per una strada pubblica a bordo della sua Ferrari decappottabile che subito sbuca un paparazzo da dietro l’angolo o da dietro un furgone parcheggiato, è un incubo, è una condanna, ma che vita diventa? insomma non si può vivere con questa condanna dei paparazzi, o almeno non lo si può fare con questo stipendio da fame, appena 50mila euro al mese, lo sai quanto ciuccia una Ferrari? eh? eh? lo sai? e la ragazza dice ok, cerca di rabbonirlo perché non vuole che si agiti mentre guida. Dice: sai che, uhm, forse preferisco tornare a casa mia, stasera. Cioè come, dice il calciatore, eravamo d’acccordo che restavi da me. Lei dice sì ma sono un po’ turbata dopo quello che è successo. Poi però accetta di andare a casa con lui perché vuole rabbonirlo per non farlo agitare troppo mentre è al volante. Così la storia procede seguendo il calciatore e la ragazza che salgono nell’appartamento del calciatore che è un superattico con vista su tutta Milano, salvo che non si vede una mazza perché a Milano c’è sempre la nebbia, anche in agosto. Vi ricordo che la storia di cui stiamo parlando adesso è il romanzo che ha scritto L e che deve andare a presentare al salone del libro. Dunque saliamo nell’appartamento del calciatore col calciatore e la ragazza, il calciatore spinge la ragazza attraverso la soglia in un modo che vorrebbe essere sensuale invece risulta troppo brusco. L’appartamento sembra l’appartamento di Uma Thurman di Pulp Fiction, oppure l’appartamento di quel film messicano a episodi, non so se l’avete presente, era un film molto bello, uno degli episodi raccontava la vicenda di una modella caduta in disgrazia che abitava in un appartamento tipo questo del calciatore. C’è un salotto molto grande, vetrate, un folto tappeto bianco, un divano bianco. Qui però L perde per un attimo la vena comica. All’editore infatti la parte dell’appartamento non è piaciuta. La coppia si siede sul divano a sorbire un bicchiere di vino. Cioè, a condividere un unico bicchiere di vino. Bevono a turno dal bicchiere perché in tutta la casa del calciatore è presente un solo bicchiere. Perché io bevo sempre da solo, dice il calciatore, e questa se fosse un film sarebbe una battuta comica. Dopo aver bevuto la ragazza si rilassa un po’ tuttavia resta turbata dalla vicenda del povero M e in cuor suo decide di andare a fargli visita in ospedale. E qui entra in ballo la Tamaro, non la Tamaro zombificata, qui entra in ballo la Tamaro nel senso che la scrittura di L diventa volutamente tamaresca, cioè volutamente nel senso che l’ha voluto l’editore, o per meglio dire l’ha preteso, cioè quel che succederà sarà che la ragazza andrà a trovare M all’ospedale e non dico che si innamorerà di lui, innamorarsi è una parola grossa, però comunque nascerà qualcosa di sentimentale e tamaresco, non una relazione, no, relazione è una parola grossa, neanche un rapporto, dopotutto M e la ragazza, O, sono due perfetti estranei, ma lei si sente in colpa perché in fondo in fondo pensa che è colpa sua se il calciatore l’ha picchiato, M dal canto suo subisce il fascino di O e parte questa vicenda romantica e tamaresca tutta basata sul non detto, sul non scritto, sul non pensato, insomma sul niente e tuttavia L riesce a tirarla in lungo per una trentina di pagine. Dopo cosa succede? Si torna al comico: il calciatore scopre la tresca e il giorno che M esce dall’ospedale lo aspetta di fuori e lo picchia di nuovo e M torna di nuovo dentro l’ospedale. Qui lo accoglie il vecchio N, ve lo ricordate, il vecchio attore senile, che gli suggerisce di prenderla con filosofia e gli presta un libro di Cacciari, il sindaco di Venezia. Non è più sindaco di Venezia, gli fa notare M, cupo. E chi è il sindaco di Venezia? gli chiede N. Venezia non esiste, dice M, sempre più cupo (questa è una citazione). Però aspetta, c’è un errore. S’era detto che il vecchio diventava protagonista e invece qui sembra che è diventata più protagonista la ragazza. Dovrei andare un attimo a rileggere ma non posso perché sto scrivendo in diretta, posso solo andare avanti sperando di ricordarmi quello che ho scritto ormai 1 ora e mezza fa, strano, sembrava 20 minuti – solo questo posso fare, procedere e quando mi accorgo di una incongruenza ingegnarmi come posso per metterci una pezza. Solo che qui come facciamo? Il vecchio avevamo detto che diventava protagonista invece poi è diventata più protagonista la ragazza. Come rimediare? E’ presto fatto, con una scena madre stile telenovela ambientata nel corridoio dell’ospedale tipo General Hospital o il dottor House, la ragazza è andata a trovare M e si stanno scambiando effusioni sulle scomode panche del corridoio e all’improvviso arriva il vecchio N che addita la ragazza gridando qualcosa tipo “tu! io ti conosco!” e la ragazza replica no, non è possibile, io non ti ho mai visto in vita mia, e M interviene e dice abbi pazienza, è un vecchio attore senile, e la ragazza diventa tutta bianca appena sente la parola “attore” e sta per svenire e M dice hey che c’è?! cosa succede!? (il tutto, se fosse un film, recitato volutamente male con stile televisivo, telenovelistico) gli dice “cosa ti prende?” e la ragazza sta per svenire, M la deve sorreggere per evitare che caschi per terra, e il vecchio anche si artiglia il petto con le mani continuando a bisbigliare “ti conosco! io ti conosco!” …ma come si conoscono? Sono stati amanti: si sono conosciuti durante un laboratorio teatrale tenuto dal vecchio. Però no, non va bene: il vecchio è troppo vecchio e la ragazza è troppo giovane. No, dev’esserci un colpo di scena più peso: la ragazza è sua figlia! Sì, ma come spiegarlo? A questo punto L ha chiesto consiglio allo staff editoriale del suo editore. Lo staff editoriale gli ha detto che non c’erano problemi, non era mica un thriller, non era mica un romanzo serio tipo un giallo in cui doveva combaciare tutto con verosimiglianza, era un prodotto comico per cui L poteva tranquillamente inventarsi gli intrecci più improbabili senza timore di doverli giustificare o rendere credibili o abbellirli in qualche modo ecc. Al che L si è sentito un po’ sminuito ed è andato dall’editore a lamentarsi, ma questa è un’altra storia. Dunque salta fuori che il vecchio è il padre biologico della ragazza. A questo punto parte tutta la storia tamaresca stile ‘i ponti di madison county’ dell’incontro del vecchio con la madre della ragazza, attrice pure lei, morta da decenni – Ma, scusa, interviene M a questo punto, ma i tuoi genitori? cioè, i tuoi presunti genitori…? – E lei, la ragazza, ammette che in effetti è stata adottata. Per cui tutto in qualche modo quadra. Però mi sa che ci siamo ingarbugliati un po’ troppo. A M gli viene il mal di testa. No no, non va bene. Mi sa che bisogna tornare indietro, ricominciare dal vecchio. Cioè, lasciare la parte dell’appartamento perché in quella scena si apprende che la ragazza, O, andrà a trovare M in ospedale e partirà tutta la vicenda tamaresca. Però prima bisogna far diventare protagonista il vecchio. Magari la parte dell’appartamento si può mettere dopo. E così infatti è stato fatto: lo staff editoriale dell’editore di L ha smontato e rimontato il romanzo, trasformando un testo qualsiasi in una perfetta partitura tamaresca. L, a dire il vero, non è che sia molto contento di ciò. Da qui l’incubo iniziale della Tamaro zombificata. Quel che L voleva scrivere realmente era una storia pulp in cui eserciti di Tamare zombificate inseguono masse di gente terrorizzata dentro supermercati postapocalittici. Ma l’editore gli aveva detto basta, non è più tempo di queste cose, non sono più gli anni settanta, non sono più neppure gli anni ottanta se è per questo, e neanche i novanta se proprio vogliamo dirla tutta, e neanche i duemila se proprio vogliamo andare a pescare il pelo nell’uovo. Ma come no?! è sbottato L a questo punto, i duemila sì, certo che sono i duemila. No, gli ha detto l’editore, i duemila sono finiti nel 2010, i duemila sono stati dal duemila fino al ’10. Adesso siamo nel boh, ha detto l’editore. Questa è la frase finale. Cioè adesso continuo a scrivere, ne avrò per un’altra mezzora, ma la frase finale sarà questa, “adesso siamo nel boh”. Il fatto è che qualcuno ha aperto una bottiglia di vino e ne ho bevuto mezzo bicchiere nel mentre che scrivevo e mi si sono confuse un attimo le idee. Ad ogni modo, ricapitolando: protagonista: L che ha scritto un libro e deve andare a fare la presentazione al salone di Torino. Si comincia con l’incubo di L, la Tamaro zombificata che lo insegue per i corridoi di una Pam in rovina. Poi il risveglio, i preparativi per il viaggio. Il tragitto fino alla stazione. La sala d’aspetto, mi sembra che eravamo rimasti qui: L sfoglia i suoi appunti. A questo punto eravamo partiti a raccontare la trama del libro di L: il fotografo, il calciatore, la ragazza, il vecchio attore, l’ospedale. Però quel colpo di scena lì, quello che la ragazza è la figlia del vecchio, non mi convince mica. Però non va bene neanche che sia la sua amante. Ma perché devono conoscersi, poi? A dire il vero non me lo ricordo più. Ah sì, perché s’era detto che il vecchio assumeva pian piano il ruolo di protagonista… e invece è diventata più protagonista la ragazza… per cui bisognava riportare in qualche modo l’attenzione sul vecchio. Vediamo, forse possiamo trovare un come si dice, un escamotage. Togliamo la roba della telenovela che non c’entra nulla. Diciamo che il vecchio e la ragazza si conoscono perché la ragazza andando a trovare M molto spesso comincia a frequentare anche il vecchio e si diverte ascoltando i suoi lazzi. Non so, si può dire lazzi? Cioè perché diciamo che è una ragazza che frequenta (abusivamente) un calciatore per cui possiamo immaginare che faccia parte in qualche modo del mondo dello spettacolo. Per cui si può inserire un pezzo in cui si confronta il mondo dello spettacolo della ragazza col mondo dello spettacolo del vecchio – ma no, ma no, grida l’editore che non va bene, questa è roba che non c’entra in un prodotto di questo tipo, qui bisogna che la gente rida. L obietta che dopotutto un’analisi-confronto dello spettacolo di oggi con lo spettacolo di una volta potrebbe essere messa in un modo che fa ridere – ma no, l’editore grida che non va bene, non bisogna complicarsi la vita in questo modo, bisogna fare le cose facili e divertenti perché i lettori vogliono ridere. Beh, ma, scusa, ha detto L, allora a questo punto posso scrivere degli zombi tamareschi, che fanno ridere – ma no! strepita l’editore, non va bene, poi diventa satira, poi diventa che si finisce per offendere delle persone stimate, la concorrenza, i pesci grossi, non capisco! strilla l’editore strappandosi i capelli, perché devi sempre arrampicarti sugli specchi quando basta romperli e proseguire diritti. A questo L non ha trovato nulla da replicare. E’ stato zitto e ha preso una sigaretta dal pacchetto dell’editore e anche l’editore se ne è accesa una e sono stati zitti a fumare, ciascuno a pensare ai casi suoi, e poi l’editore ha chiesto a L se si ricordava della famosa partita di tennis di Chang contro l’americano, il famoso match in cui Chang innervosì il suo avversario mangiando delle banane. Banane? chiese L. Sì, proprio banane, disse l’editore. Ma contro chi giocava Chang? L’editore non lo ricordava, era molto tempo fa, ricordava solo che era un americano famoso, forse McEnroe, comunque era uno peso e stava stracciando Chang, gli stava facendo mangiare la polvere. Chang rantolava correndo qua e là e sembrava ormai spacciato. Allora durante un cambio campo, mentre McEnroe o chi per lui beveva il suo gatorade, Chang mangiò una banana. E tutti dissero ah ah, guardate, è una banana. Poi Chang si mise a fare dei tiri strani, pallonetti molto alti e lenti per avere il tempo di riposarsi intanto che la palla stava in aria. Questo rese McEnroe (o quel che era) molto nervoso. Dopo un po’ si innervosì anche il pubblico. Tutti fischiavano Chang ma lui se ne fregava e continuava a tirare quelle palle sempre più in alto e sempre più lentamente, e McEnroe si innervosiva sempre di più e faceva errori e sai come è andata a finire? Immagino che Chang abbia vinto, disse L, e l’editore disse proprio così, ha mangiato le sue banane e ha tirato i suoi ridicoli pallonetti e il pubblico l’ha fischiato per tutto l’ultimo set, ma alla fine ha vinto. E questo cosa vorrebbe dire? chiese L. Non so, disse l’editore, ma fu una gran bella partita. Ho il dvd, se vuoi te lo presto. Si vede Chang che mangia la banana durante il cambio campo nel secondo set. Sento che vuoi trasmettermi un messaggio, disse L. No no, disse l’editore, io non voglio trasmetterti proprio niente. No no, disse L, tu vuoi dire che io devo fare come Chang, devo scrivere cose divertenti e tamaresche anche se poi vengo fischiato perché poi tanto alla fine la gente compra il libro e ride. No no, disse l’editore, non voglio dire proprio niente di simile. E allora perché mi hai raccontato questa faccenda di Chang? chiese L. Non so, disse l’editore, mi è tornata alla mente all’improvviso e ho pensato che potesse interessarti. L tornò a casa turbato. Il giorno dopo doveva andare a Torino a presentare il suo libro. Ma no, che cavolo sto dicendo. Questo colloquio avviene prima, magari dopo che L ha presentato una prima stesura, prima della pubblicazione. E poi questa non è nemmeno la storia principale. Ci siamo incagliati in una storia che non è neanche la storia principale. Doveva essere solo una descrizione del libro di L. Il quale L, ricordiamo, sta sfogliando i suoi appunti nella sala d’attesa della stazione aspettando il treno per Torino. Per cui lasciamo senza rimpianti la storia del libro di L (che non è la storia principale) e vediamo che arriva il treno e L ci sale e si addormenta perché è molto stanco. Non c’è pericolo che salti la fermata perché Torino è capolinea. L’arrivo nella città. L’entrata della metro. I binari della metro a Torino hanno dei divisori di vetro, o di plastica, o di materiale riflettente, con porte che si aprono quando arriva il treno. Cioè, il treno si ferma con le porte che combaciano con le porte dei divisori sui binari e si aprono entrambe le porte simultaneamente. Ciò colpisce molto L. Nella metro c’è poca gente. Sei fermate. Poi arriva alla fiera dove incontra il suo editore ma c’è qualcosa che non quadra. Aspetta, come doveva essere? Ah sì, la Tamaro zombificata. Dunque l’editore di L ha una faccia strana, sembra che non stia bene. Ma perché mai dovrebbe stare male? L non lo sa. L’editore lo informa che la madrina di questa edizione del salone del libro è Susanna Tamaro. Sì ok, ma come farla zombificare? Non può avvenire così dal giorno alla notte, ci dev’essere una motivazione, qualcosa di verosimile. Forse ‘verosimile’ non è la parola più adatta quando si parla di zombi. Però comunque serve uno sfondo, come si dice, un contesto in cui far comparire senza stonature Susanna Tamaro zombificata. Quindi diciamo che viene fuori che la Tamaro è la madrina del festival, del coso lì, il salotto del libro, e siccome è il primo giorno sarà presente personalmente per fare un discorso ufficiale. E zac!, è proprio durante il discorso che succede il fattaccio: la Tamaro viene colpita da un proiettile sparato da un matto che sono anni e anni che progetta l’omicidio della Tamaro. Tipo il fatto di JFK, no? Massì, lasciamo perdere gli zombi. Meglio fare una roba di spionaggio: la Tamaro viene assassinata da un matto che poi si scopre che era un ex agente dei servizi segreti perché viene fuori che la Tamaro faceva parte di una cellula terroristica attiva nei principali paesi del mondo. Ah sì, decisamente meglio che gli zombi. Gli zombi sono roba da anni settanta e adesso non siamo più negli anni settanta e nemmeno negli ottanta ecc, adesso siamo nel boh.

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