Critica di Lapilli al famoso verso del Vitratti: “venne prima del goduto”

Nella sua Critica alla ragione apparente, il Lapilli cita un verso del Vitratti: “venne prima del goduto” sottolineando la natura ludico/simbiotica dell’assunto e perdendosi poi a raccontare di questa sua studentessa con le calze a righe colorate che – durante i corsi invernali – gli facevano letteralmente perdere la testa pare, e dico pare perché il Lapilli non fa menzione della cosa, che la ragazza portasse sempre le stesse calze, turrite e scolorite nei pur colori sgarcianti, volevo scrivere sgargianti, e che – nelle lunghe ore di lezione del Lapilli – ella lentamente abbandonasse il corpo sullo schienale, scendendo centimetro dopo centimetro verso il basso fintantoché la parte, diciamo così, stomacologica della ragazza era piegata e diretta verso il Lapilli che con certa facilità poteva gettare sguardi di freddo panico alla minigonna della ragazza che si apriva come un fiore autunnale alle prime luci dell’alba verso il Lapilli che osservava, con la stessa espressione di freddo stupore per il realizzarsi di quella non calda non fredda rugiada che – oh memoria! – il Lapilli ricordava, da bambino, escito dalle prime ore di asilo presso le suore corsoline del sacro cuore, egli, il Lapilli, si gettava anima e cuore sui prati antistanti la cappella e lì si ritrovava bagnato nelle parti più intime della sua anima: l’interno delle scarpe di cuoio, i calzetti corti, i ginocchi implumi et imberbi, il cuore: e dal cuore partiva la sua emozione nel toccare i petaletti delle viole del pensiero che rilasciavano sulle dita del Lapilli bimbo, piccole gocciole d’acqua che il Lapilli, per non lasciare nulla al caso, si portava alla bocca e suggeva, il corsivo è mio, con avidità da educando, ecco: ora adulto il Lapilli osserva le strisce brillanti delle calze della studentessa, come luci segnalatrici per la pista di atterraggio, scusate la banalità del paragone, e guardando le calze il Lapilli non può non pensare alla liquirizia inglese, così simile nei colori e nell’intensità del gusto e nello stesso tempo non può non proseguire con lo sguardo fino alla minigonna i cui petali sono tutti aperti per lui e all’interno della quale appare – con tutta la sfacciataggine delle cose naturali – quel groviglio di linee masse e derivati che tanta fortuna hanno avuto nell’iconografia personale del Lapilli più erettivo: la ragazza, pensa il Lapilli citando a braccio qualche passaggio del Vitratti, non porta biancheria interna, non ora, non qui e indovina il Lapilli la rugiada umana e carnale che – tiepida – spande minuscole arbitrarie particelle umbratili che – d’osmosi in osmosi – spandono nell’aria della classe l’odore imperioso del senso unico che ora batte nella parte interna dell’osso cranico e fa pompare sangue tra cervelletto e sede ossea: l’amore del Lapilli per il gusto delle cose, e alza, tra le altre cose lo sguardo, il Lapilli, aggancia paratassi in paratassi come zattere che portino il suo esercito inviolato fino dall’altra parte dell’ellesponto, in questo caso la studentessa, alza lo sguardo fino a incontrare lo sguardo della di lei persona, incastrata nella sedia di formica verde, sguardo su cui scende tergiversante una ciocca di capelli neri come la pece che si infila, la ciocca, nella bocca di lei che mastica senza nervosismo apparente la ciocca e la succhia, la ciocca, e sembra dire con gli occhi e la bocca e le palpebre a mezz’asta: ‘Lapilli, coglione’, ma di quella coglioneria che fa bene agli organi interni e alle arterie del nostro Lapilli che muove ancora una mano nell’aria, sbottona gli organi interni della sua voce, balbetta e poi declama e poi apre – interna – la sua lama.

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