Guida all’installazione di Mavericks Os 10.9

sono circa le 4 di notte quando decido di installare mavericks sul mio macmini. mettetevi nei miei panni: un pigiama. sono le 4 di notte, hai in braccio una cosa che non ha nemmeno due anni e che quindi non è obsoleta nemmeno secondo i canoni apple, inciso sui canoni apple, apple applica la stessa tempistica sull’hardware che una mia amica applicava sui ragazzi, mai superare i tre anni, quattro al massimo, fine inciso, o forse per la mia amica erano mesi, forse erano mesi non anni, forse non era esattamente una mia amica, comunque. dicevo. una cosa che non ha due anni e che incidentalmente non vuole latte, non vuole il ciuccio, non vuole stare male, non vuole stare bene, non sa – come il buon ferretti prima della visio dei – dove stare, se non fra le mie braccia dove comunque per scrupolo si lamenta dolcemente.
l’installazione di mavericks si compone di 6 fasi:

  1. schermata fica che dice che installa tutto in 4 minuti
  2. riavvio
  3. seconda schermata meno fica che dice, ok scherzavo ci hai creduto fessacchiotto, ci vogliono più di due ore, vai a farti un giro mentre io frullo il tuo hard disk
  4. riavvio
  5. schermata fica che dice, ok sei pronto a mavericks, beh non ci sperare, ci vogliono ancora sei o sette minuti
  6. schermata con scritto manca meno di un minuto alla fine. questa schermata ha una durata temporale indefinita.

alla fine di tutto, sono appunto le quattro di notte, parte mavericks e io dico belandi, che grafica innovativa a cupertino. urcaccia, tutto questo nero. urca. wow.
vado avanti di esclamazioni del mio database onomatopee disney (ora panini) finché non mi rendo conto che la grafica è troppo innovativa anche per apple. insomma, per motivi a me sconosciuti mavericks ha deciso che è bene far partire il computer con la modalità colore invertita: i bianchi sono neri e così via, i verdi rossi e così via, tutte le tinte all’incontrario. per mia fortuna so che questa è un preferenza di sistema, e so dove apple ha nascosto questa preferenza, come quella per usare i livelli di grigio. non è nelle preferenze del monitor o del colore, che sarebbe un po’ banale e intuitivo per chiunque, ma in quelle dell’accessibilità. apro, trovo, checcko.
tutto torna come prima, ho perso la calibrazione ma pazienza, saltano fuori notifiche come pesciolini fuori dall’acquario in ebollizione, finestrelle che mi dicono che devo aggiornare e in due secondi ho già lo schermo pieno di cose che mi dicono che devo upgradare, non ho ancora finito di aggiornarmi che già sono in debito d’ossigeno. in questo senso, uguale al mondo del lavoro editoriale digitale.
dico, vabbé, lo faccio dopo, voglio essere sicuro che i programmi che uso per lavoro funzionino, clicco su mail, si apre, altre notifiche sullo schermo, apro Ibooks, si apre, importa della roba e mi fa vedere lo splendore della sua interfaccia desktop che non posso non associare ad alcune carogne di piccoli roditori che una volta ho trovato in un bosco passeggiando con il cane. clicco su Oxygen, che è il programma con cui faccio XML, quindi tutto, perché tutto il mondo, sotto di sé, è governato da regole XML.
amore, odio, grassetti, citazioni, bibliografie, sospiri, libri, sudore, ricordi, rimpianti: tutto può essere comodamente taggato con markup XML perché la X sta per extensible. voi direte, ma non dovrebbe essere la E? invece no perché si vede che EML suonava male, la X sta per extensible.
stattène.
tutto può essere racchiuso dalle dolci braccettine dell’XML e dai suoi attributini che servono a dare significato un po’ all’orrore del mondo. Oxygen è questo tramite con il mondo, con il tutto.

comunque, clicco su oxygen e non fa niente.

deglutisco, rumorosamente. terzogenita in braccio fa un rumore come di disappunto. mi fissa, fissa l’icona di Oxygen e poi scuote la testa come dire male male male, padre, male male. anche il macmini sembra parlare. abbà abbà perché mi hai aggiornato?
riclicco, non fa niente, nemmeno un saltello. riclicco. niente. riclicco. ancora niente, ma mi rendo conto che non è un flipper che a furia di botte qualcosa succedeva, qua devo fare qualcosa di radicale.
apro la console.
ora, la console dovrebbe essere il posto che ti dice quello che fanno il sistema e i programmi. la mia deve essere rotta, perché di solito quello che viene fuori sembra avere scarsa attinenza con quello che faccio nel finder. è più tipo un flusso di coscienza a la joyce, ma scritta come da sanguineti. anche questa volta non mi tradisce, leggo e ci sono dei versi in inglese che potrei tranquillamente pubblicare in ebook come collana sperimentale.
richiudo.
riclicco, non fa niente.
beh, dico spengo e poi riaccendo, funziona con windows non dovrebbe funzionare con macintosh, spengo e mavericks inizia a chiudere tutte le finestre del finder, tutte le finestrine di notifica e quando le chiude tutte, ne vedo una sotto tutte le altre con scritto, oh ciao venerandi, se vuoi usare Oxygen devi installare java, lo vuoi fare ora? anzi no, amico venerandi, domanda inutile perché ho visto che stai spegnendo il computer, alla prossima.
‘no!’ sussurro nel cuore della notte e cerco di cliccare sulla finestrella per far partire l’installazione di java, ma mavericks – crudele – la strappa dal video e fa ripiombare la stanza nel buio.
sono le cinque del mattino ormai e la cosina di due anni calda che ho sulla spalla dice, latte e poi aggiunge due o tre cose più sul personale che non posso riprodurre in narrazione. Comunque, andando in cucina, ero tutto molto più reattivo.

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