Persone unite contro Goldrake #270917

quelli che sono andati davvero alla festa di Smarties, quelli che hanno davvero giocato nella squadra dei Ringo Boys, quelli che hanno davvero creduto a Steve Jobs, quelli che provano dolore, Renzi vestito da Boy Scout che fa una BA ma dentro di sé cova l’abisso e il rancore, D’Alema che dice “oplà”, Salvini che di notte si toglie la faccia e inizia a respirare, la sinistra italiana che si divide ancora ma questa volta c’è la fusione del nocciolo, Bersani che la sera si chiude in bagno, apre l’anta dello specchio, prende la bambola, prende il pettine, si mette a pettinare e poi chiude lo specchio e c’è Bob che ride, Jovanotti che chiama al telefono Ligabue per proporgli di partecipare a un torneo di fantacalcio, il 2016 che sembra che tutti muoiano ma poi invece qualcosa è sopravvissuto lo stesso, i Baustelle che fanno un nuovo disco con tutti i testi scritti da Claudio Cecchetto e finalmente ridono e sono felici, Tim Cook che sale sul palco e sta zitto e cammina un po’ avanti e indietro, muove le mani e poi dice solo “wow” e scende e tutti fanno l’applauso più lungo del mondo, la canzone dell’estate, le compilation, la musica sudamericana, il popolo di internet, il video che ha commosso, i tuoi ricordi su Facebook, quelli che pensano davvero di essere importanti per Facebook, quelli che gli fa piacere rivedere il post di 15 anni fa quando ancora avevano la speranza e sapevano sognare, il mio maglione che puzza di roditore morto, quelli che hanno i gruppi chiusi dove possono condividere i post di gente del loro livello, quelli che si fanno di Netflix al posto della droga leggera, quelli che fanno facile ironia perché con la difficile provano disagio, gli hipster, i nerd, i geek, il proletariato suburbano, gli immigrati che vengono in Italia per aiutarci a casa nostra, la gente senza cuore che affitta a terzi lo spazio libero sotto lo sterno per tenerci piccoli oggetti in laminato, David Bowie che dice basta, Prince che dice basta, Leonard Cohen che dice basta, quello che per lavoro fa i meme, quello che per lavoro fa i video YouTube, quello che per lavoro muore sul posto di lavoro

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Alcune cose da sapere sulle opere di misericordia corporale

Ogni tanto scrivo a fatica dei segni sui post-it che ho attorno, sono dei veri e propri ghirigori che nel momento in cui li scrivo hanno un senso, ma già dopo pochi minuti non capisco più cosa vogliano dire: “uff verb”, “discarico cartella”, “calo valvole”, “col di linea”. Eccetera. Dopo qualche ora li riguardo, chiudo gli occhi, li accartoccio, li butto via. Per salvare control-x control-s.

Entro da feltrinelli di Roma, è mattina presto e fa anche freddo. Dentro no, le pompe d’aria calda di feltrinelli mi circondano con tutto l’affetto possibile concesso a delle pompe di aria calda. La gente dentro si muove come si muovono i gatti: ognuno fa finta che non esista il vicino, coppie si separano quasi senza rendersene conto, tutti seguono l’odore della propria personale erba gatta.
Anche io cerco due libri che feltrinelli non ha.

I due libri che volevo e che non aveva feltrinelli erano due. Potevano anche essere tre, invece no, due. In realtà era solo uno. E non so se lo volessi davvero, ero curioso. Un libro che volevo sfogliarlo perché mi sento troppo vecchio per leggerlo. Voglio essere sicuro di essere ancora capace.

La seconda cosa che avrei comprato da feltrinelli era l’ultimo numero di una rivista. I numeri precedenti della rivista non erano in linea con i miei interessi, e soprattutto erano stati scarificati da una delle bestie di casa. Altro problema dei libri, e delle riviste, essere scarificati dalle bestie che ho a casa.

Altro problema sono le bestie che ho dentro di me, e fuori. Gli acari della pelle sono intimamente connessi con i fiori nervosi che poi arrivano direttamente alle parti della mia coscienza preposte all’immaginazione delle cose, alla ideazione, alla gestione del materiale informativo che mi arriva dal mondo. Alla rabbia, al tempo, ai like, al vuoto.

Ci introducono in questo teatro, intorno ci sono miei simili. Sotto al palco, quello tiene il microfono, ci sorride. Si chiama Federico Blò. Ha un gessato grigio e la faccia di uno che si fa la barba tutti i giorni. Odora di canfora, anche a distanza. Dice che ci parlerà delle opere di misericordia corporali. Ci sono anche le spirituali, spiega, ma di quelle non parla.

Le opere di misericordia corporale sono sette. Dare da mangiare, da bere, accogliere stranieri, vestire, andare da malati, in carcere.
Seppellire.
Tutti conosciamo quest’uomo. Uomo vero, compiuto, prototipo. Non tutti hanno coscienza di quello che hanno fatto.

Ogni anima ha un rotolo di parole da dire a Osiride. È una tecnologia di tremilacinquecento anni fa.

Bisogna esercitare una caratteristica, il vedere. Esercitare gli occhi. Il sistema è basato su turni di dodici ore. Ma come fate ad essere sempre così pronta? È molto semplice, io parlo e tutto mi risponde.

Con questi telefonini è possibile dare un euro o due. La batteria in uso è quasi scarica. Molti di noi sono mamme. I gesti che noi facciamo sono sempre gli stessi, ma anche le note sono sempre le stesse. Eppure fanno musica. Anche i nostri gesti.

Ti prego muori tra le mie braccia. Per sempre.

Sentire la sua presenza, anche in mancanza di campo. Non dobbiamo vedere le persone con i nostri occhi ma con quelli della complessità. Il nostro occhio tende a ingrassare.

Federico Blò continua a parlare. Dice di trovare senso nei gesti che ripetiamo ogni giorno, perché altrimenti, a vedere la cosa dall’esterno, la vita è insostenibile. Non guardare mai dall’esterno. Limitare la visibilità. Chiudere gli occhi. Li chiudo. La voce di Federico Blò si ferma, tutto rimane immobile, paused. Laura.

Ascoltare, partire, credere, tornare, parlare, toccare, dormire, sentire, sognare, svegliare, cercare, ricordare, pensare, volere, aprire, camminare, premere, rientrare, chiudere, cadere, restare, fermare, provare, smettere. La sua voce, la mia casa, le sue parole, la sua casa, le mie parole, il suo volto, la mia notte, le sue mani, il suo odore, le mie idee, i suoi vestiti, la mia voce, il mio posto, un nuovo posto, la porta, la valle, il muro, la casa, la porta, per terra, immobile, il mio corpo, alzarsi, per sempre.

Esiste un mondo meraviglioso, solo che non è agevole viverci. È il mio e il tuo.
 

Come fare soldi scrivendo

– pronto, venerandi?
– uh, che ore sono, io…
– sono Marco
– Marco
– il tuo amico Marco, ricordi? Ho avuto una grande idea per farti fare dei soldi
– uh, scrivere un altro romanzo?
– ma che cazzo di romanzo, cosa parli ancora di romanzi. Hai qualche amico che dopo aver scritto un romanzo ha fatto i soldi? Eh? Venerandi?
– sto facendo mente locale
– …
– uno una volta mi ha offerto una pizza
– una pizza
– sì, dopo aver scritto un romanzo, mi ha offerto una pizza
– capisco
– in un bar. una pizzetta a dirla tutta
– non lo definirei “fare i soldi”
– ne ha fatti tanto da coprire il prezzo di una pizzetta in un bar
– possiamo accenderlo come “no”?
– ok, forse non conosco nessuno che dopo aver scritto un romanzo ha fatto i soldi
– ecco
– però conosco gente che aveva già i soldi prima per altre cose e ha anche scritto romanzi
– quelli non valgono. è che non sanno come spenderli
– capisco
– invece senti la mia idea, ci sei?
– vai
– diventi influencer
– influencer
– su internet
– influencer nel senso?
– scrivi cose, tipo recensioni di prodotti hi tech, e la gente compra quello che dici tu. influenzi la gente
– Marco
– eh
– ho difficolta a influenzare i miei figli affinché facciano i compiti. figurati la gente a comprare roba
– è diverso. i tuoi figli non vogliono fare i compiti. la gente vuole comprare
– ah
– da quando si sveglia è lì, silente. è il richiamo ancestrale della caccia. sono come cacciatori immobili con a carta di credito in mano, che aspettano che passi la preda
– capisco
– e poi arrivi tu e gli mostri la preda, gli dici ecco la preda, sparate, ammazzatela, prendete e mangiatene tutti, tac
– questo fa l’influencer. sicuro?
– cazzo fidati. influencer di prodotti hi tech
– Marco
– eh
– il prodotto più hi tech che ho in casa era un decespugliatore, però me lo hanno fregato, di notte
– venerandi…
– io non credo che…
– amazon
– amazon
– vai su amazon, scegli un prodotto hi tech di punta e ti leggi le cazzo di recensioni
– ah
– tutte eh, centinaia. e poi scrivi il pezzo, non sei uno scrittore?
– sì, no. non lo so più. sai che ho smesso di scrivere
– certo e poi hai mandato il malloppo a tombolini, certo
– beh quello l’avevo *già* scritto, insomma, io
– senti, vai su amazon, ti leggi le cento recensioni e poi scrivi il pezzo, stile wired, qualche nota umana stile vice, una foto te con la barba e una t-shirt con una scritta più intelligente di te, stile coso ed è fatta
– influencer
– gli ingredienti ci sono tutti
– e come faccio i soldi?
– o aspetti che i grossi produttori si accorgano di te e ti paghino per parlare bene dei loro prodotti
– scelgo la busta numero due
– …oppure merchandising
– merc…
– t shirt di venerandi. pupazzi di venerandi
– oh cristo io non…
– venerandi, io ti sto aiutando, veramente
– ok, e con cosa inizio?
– ci vuole qualcosa di forte
– ecco
– di ammiccante, ma nello stesso tempo coraggioso
– un iPhone?
– vibratori
– …
– venerandi?
– sto facendo mente locale
– tanto mica devi comprarli davvero. vibratori hi tech. tu non sai cosa esiste in questo campo
– Marco, forse sta per cadere la linea. Ho un cellulare davvero low-tech e…
– venerandi, pensaci. vibratori. pensaci davvero
– ti… lontan… disturb..
– interiorizza la cosa venerandi, vibr…

[cade la linea]

 

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iPhone 9: la recensione

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In molti hanno parlato del grande evento di presentazione dell’iPhone 8 e dell’iPhone X ( che – per inciso – si pronuncia “ten”, dieci, e non “ics”), evento allestito nel nuovo Steve Jobs Theatre, interno all’Apple Park, e allietati dalle note di All You Need Is Love dei Beatles. Basterebbe questo per finire la recensione. Cioè arrivare per me all’Apple Park, entrare dentro una cosa chiamata Steve Jobs Theatre e sentire i Beatles, voglio dire. Cosa ho fatto di male? Sono un pubblicista, ok, ma cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo. Anni sui banchi a studiare Seneca, Lucrezio, Ariosto, Joyce, ottenere la mia laurea umanistica, entrare nel mondo del giornalismo, fare la fame e tutto per cosa? Entrare nel Steve Jobs Theatre e vedere degli impresari vestiti come attori indie anni settanta muovere le mani per sfregarsele e mostrare meraviglie tecnologiche. Merde che parlano. Tavoli vuoti che se li inquadri con l’iPhone c’è gente invisibile che gioca. Sensori a infrarossi che ti guardano di notte mentre dormi.

Comunque, lamerotanti paga bene e quindi sono andato, ho ingoiato l’amaro calice come diceva il nostro amato ex. pres. de. cons. e sono rimasto a vedere tutta la presentazione dei due smartphone della linea Apple. Ma poi, incuriosito, a evento finito, palle ferme, sono andato dietro, ho preso uno del gruppo e ho chiesto ma scusate, iPhone 8, iPhone 10, ok bellini: ma il nove? Siete passati dall’otto al dieci, ma il nove non lo avete fatto?

Il mio interlocutore, un simpatico ragazzo olandese che lavora da Apple da long, long time, per dirla con le sue parole, cioè da sei mesi, e che – ho scoperto poi a notte inoltrata – quando dorme parla nel suo tormentato idioma e odora di capra appena appena fermentata, bravo comunque di lingua, l’olandese dicevo, capelli corti e biondi, occhi azzurri come quelli di un cielo elettrico e sconsolato, mi ha portato in un piccolo cubicolo dove ha tirato fuori diverse cose, tra cui il prototipo dell’iPhone 9.

Tra un sospiro e l’altro mi ha spiegato che quella sera avrebbero dovuto presentare anche l’iPhone 9, il fratello malato degli altri due, come lo ha definito il giovane olandese (che – per inciso – fa camminata nordica ogni mattina dalle sei alle otto, ecco il perché del suo fisico scultoreo), ma alla fine Apple non se l’è sentita. iPhone 9 era nello stesso tempo troppo avanti e troppo a lato per diventare davvero un prodotto commerciale.

Dopo aver usato per qualche minuto iPhone 9, beh, ragazzi, la mia vita non è più stata la stessa. iPhone 9 non è soltanto uno smartphone, è una vera e propria filosofia di vita fatta oggetto. Mentre l’olandese, parole sue, mi metteva a mio agio, e iniziava a slacciarmi alcune cose che avevo addosso, la mia attenzione era tutta per l’oggetto che avevo in mano, la destra.

Innanzitutto iPhone 9 è costruito interamente in creta. Non parlo di stabilimenti insediati nella famosa isola dei labirinti, ma del materiale. iPhone 9 si presenta al tatto come una delicata mistura argillosa lavorata, fragile, che si scalda per il solo tocco. Mi ha ricordato un’ocarina, se avete presente. Sbuffi di sirene e protuberanze sinuose e morbide, benché sicure, rendono l’esperienza del tocco assolutamente unica. Lo schermo, mi spiegava l’olandese tra una riemersione e l’altra,  è costituito da una particolare lavorazione del corallo: i piccoli esseri mono e pluricellulari venivano allevati in grosse vasche allestite nelle fondamenta dell’Apple Park. Attraverso una sorta di micromigrazione e successiva colonizzazione marina, il corallo viene introdotto in un intercapedine salina, riproducendo l’habitat che permette la riproduzione per via sia sessuata che assessuata rilasciando le planule, larve che – dopo una flase panctonica della durata di circa un mese, si fissano al substrato dello schermo dell’iPhone 9.

Quando il dito del consumatore tocca lo schermo, le planule reagiscono con vibrazioni sottili che vanno a solleticare sia i gangli nervosi e le terminazioni del consumatore, (e si  prova un brivido inarrestabile – ve lo assicuro) sia il nuovo microprocessore made in Apple. È infatti questa la seconda grande novità covata da tempo in Cupertino: il Real Bionic Processor ™ è il primo microprocessore costruito interamente con – scusate la parola – carne. Silicio e carne unite in un incastro elettrico/osmotico per il primo device composto significativamente di diverse entità viventi, tra di loro connesse in una ghirlanda sinergica biotecnologica.

Sticazzi, ho mormorato all’olandese che in quel momento pensava a tutt’altro, bontà sua. Ma perché? Perché questo splendore non è stato commercializzato, ho chiesto ancora al mio Virgilio, avvicinando la mia bocca alla sua, e quello ha chinato il capo. Ha poggiato la fronte contro le mie labbra e ha detto, fucking lines. Proprio così, fucking lines, e poi ha preso a spiegare, tra un singhiozzo e un rigurgito.

Le planule, una volta adulte, hanno una crescita di circa 3–4 cm l’anno in altezza e di 0,25-0,60 mm l’anno in diametro e questo satura rapidamente la colonia costituita sotto al vetro dello schermo dell’iPhone. Inoltre il corallo ha bisogno di condizioni di vita particolari:  salinità dell’acqua costante (tra il 28% ed il 40‰), ridotto movimento dell’acqua e illuminazione attenuata. Il tasso di sedimenti in sospensione nell’acqua, se troppo elevato, ne limita la sopravvivenza. Ormai la mia guida lacrimava leggera. Questo iPhone soffre.

“Chi comprerebbe un iPhone che sta male? Chi vorrebbe una tecnologia ferita, like you?” mi ha poi chiesto alzando lo sguardo e infilandomi una delle sue due lingue (quella retrattile) in bocca.

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Guida alle arti marziali marziane

Una delle prime tecniche di arti marziali marziane con cui si viene a conoscenza è quella della cosiddetta distribuzione del dolore. Banalizzando, venendo colpiti ad un arto A, la tecnica di distribuzione del dolore permette di condividere la sofferenza con un arto speculare B. A seconda della propria preparazione e della conoscenza delle arti marziali marziane è possibile avere tre tipologie di distribuzione del dolore: parziale (o distributiva vera e propria), imperfetta, perfetta.
La parziale permette di distribuire il dolore tra i due arti interessati, A e B. Vengo colpito ad un braccio A e dimezzo il dolore provato al braccio *trasferendo* una parte del dolore all’altro braccio B. È facile capire i vantaggi marziali di questa tecnica.
L’imperfetta permette di trasferire tutto il dolore dal braccio A al braccio B mentre la perfetta *duplica* il dolore provato al braccio A, replicandolo uguale al braccio B.
Molti di voi saranno già entrati in confidenza con l’imperfetta: quante volte capita alla sera tardi di ferirsi con arnesi da cucina, un piccolo taglio alla mano, e di risvegliarsi la mattina dopo accorgendosi che l’arto offeso adesso è quello speculare rispetto alla sera prima? Credo sia un fatto abbastanza comune a tutti noi. Evidentemente di notte, alcuni movimento posturali e alcune esondazioni salivari hanno attivato inconsciamente la tecnica della distribuzione del dolore imperfetta.
Quando la mia guida astrale mi consegnò questa tecnologia rimasi perplesso sulla terminologia utilizzata. Perché “imperfetta” e “parziale” una tecnologia che rimuove o attenua il dolore, e “perfetta” una che invece raddoppia il dolore? La mia guida mi disse che tutto sarebbe stato più chiaro se prendevo in considerazione il fatto che la tecnica era nata e sviluppata da marziani.
La civiltà marziana era infatti – sostanzialmente – una sola grande entità, quella che oggi definiremo una rete di nodi appartenenti ad un unico grande nodo principale. La tecnica nacque per evitare che una sofferenza troppo intensa subita da un singolo portasse alla sua morte, e a cascata provocasse altro dolore ai nodi connessi. Inizialmente si pensava che la duplicazione parziale o imperfetta fossero le tecniche migliori di sopravvivenza, ma in breve ci si rese conto che la prima offuscava la portata del dolore del singolo, rendendolo impreparato ai successivi attacchi, mentre la seconda agiva sull’egoismo del singolo nodo in maniera ancora più pericolosa. Si capì, mi spiegò la mia guida, che il metodo migliore di comprensione del dolore era quello di trasferirlo identico all’intera collettività. Nessuno si salva da solo.
La mia guida astrale, con correttezza, non mancava mai di ricordarmi che la civiltà marziana si era però estinta e di lei oggi restano solo i sogni e la polvere rossa.

Quello che volevate, eccolo

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Aspettando Godot – Il videogame

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Questa sera parliamo di uno dei capisaldi del mondo videoludico ovvero di Game, precedentemente conosciuto come Waiting for Godot – the videogame.

Il cambio di nome è dovuto a una lettera di cease and desist recapitata all’autore del videogioco, ehi ragazzi la letteratura è viva e gli eredi di Beckett lo sanno.

Il videogioco è molto semplice: si sceglie se giocare uno o due giocatori, il livello di difficoltà, il personaggio (sono disponibili DidiGogo) e subito si viene scaraventati nel mezzo del gioco, ispirato (ma è il caso di dirlo?) al celebre pezzo per teatro di Beckett intitolato Aspettando Godot. In italiano intendo, in inglese è diverso: Waiting for Godot.

Cosa succede nel videogioco di Waiting for Godot?

Well, niente.

Si vede un albero, un prato e il personaggio può essere mosso a destra e sinistra. Dopo un po’ il livello finisce e si passa a quello dopo, che è identico. Di tanto in tanto si accede al boss level. Che non c’è, dico il boss. L’unico reale cambiamento del gioco, che dà onestamente un po’ di vita specie nella media distanza, è una nuvola bianca che – livello dopo livello – si sposta leggermente verso destra. Fine.

Questo videogame cosa ci insegna, beh che internet è grande. Che ha fame. Che i linguaggi vengono assorbiti, ci vuole del tempo, ma vengono assorbiti. E una volta che vengono assorbiti, beh ragazzi, sono cazzi per tutti.

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(Non comprate quello che eventualmente potreste leggere qua sotto)