Vaggina vs Alienoids (4)

Ecce erezione.

La cosa di disegnare migliaia di vagine ha le sue controindicazioni. Andrea disegna e per disegnare delle vagine più realistiche ha delle erezioni. Si immagina delle cose. Queste cose che Andrea immagina lo inducono ad erezioni, il che – a dire il vero – peggiora percentualmente il suo disegno, ma lo rende meno meccanico. Quello che Andrea pensa è che il fatto di disegnare durante le erezioni renda il suo tratto più incerto e a tratti nervoso e rapido, ma nello stesso tempo gli dia una naturalezza e una carica empatica (questo è il termine che Andrea tiene racchiuso dentro la sua testa, carica empatica) che fa funzionare Vaggina vs Alienoids e che convince i suoi lettori. Questo pensiero di Andrea non ha mai avuto nessun riscontro effettivo parlando con i lettori né tantomeno nella lettura delle recensioni che di tanto in tanto appaiono nel web. Ma Andrea è certo che la fortuna del suo fumetto sia legata al fatto di disegnare costantemente con una erezione in corpo, una pallottola pronta a essere sparata. Si disegna solo con i testicoli imbevuti, ecco la verità. I testicoli devono essere impregnati.

Andrea barcolla. Disegnare con la vescica piena e con una erezione a mezz’asta, non fa bene nel medio termine. Ha male. Il perineo sembra un pezzo di ferro, sembra che qualcuno abbia infilato un pezzo di ferro nel perineo di Andrea, scavato un po’ di carne e poi ricucito tutto. Fa male. Fare cultura è uno sforzo di merda, doloroso, animale. Perché ho iniziato questa cosa, pensa. Perché non sono un consumatore di cose come tutti, perché non mi accontento di collezionare qualcosa? Tenere la mia sacca sulle spalle e passare la vita a riempirla di quello che c’è di bello nel mondo, perché devo sempre passare dall’altra parte del tavolo per rendermi conto di persona di come tutto, i prodotti, i sorrisi, il sesso, il lavoro, anche tu, cazzo, anche tu, tutto non sia altro che una messinscena. Visto da questa parte del tavolo tutto perde la sua nobilità, tutto diventa un continuo processo di adattamento all’ambiente, un continuo fottuto processo di adattamento all’ambiente, di un ambiente che a sua volta cambia, si trasforma per adattarsi alle altre bestie che ci sono dentro, ai loro morsi, alla loro fame continua, alla sorpresa di essere ancora qua, ancora vivi, ancora respiranti.

Andrea si gira intorno. Con lo sguardo cerca la chiave del bagno. Svuotare la vescica, e a seguire svuotare anche i testicoli. Potrebbe essere una soluzione, e poi buttarsi nel divano, cercare di dormire con l’odore di fritto che arriva dal ristorante cinese, attraversa l’aria entra dalla finestra, si spande per tutto il monolocale e filtra sotto la porta per arrivare al corridoio deserto e lì spostarsi come un serpente orientale per mietere nuove vittime, divorare la loro memoria, i loro desideri. L’odore di fritto che lotta contro l’odore dei testicoli svuotati di Andrea, la forma animale che prende piano piano lo spazio del divano, lo ammorba, lo fa suo.

Andrea manda un piccolo gemito, gutturale. Magari Flair è libero, magari non sta lavando la moto, magari vuole prendere una birra. La vescica ora è dura come un osso.

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Rosa

  • secondogenito mettiti il casco
  • col cavolo
  • uh?
  • col cavolo che mi metto il casco
  • secondogenito, sai come guido la moto, il casco è necessario per…
  • è rosa
  • cosa?
  • il casco. è rosa
  • rosa è da femmine. non mi metto un casco rosa
  • senti, secondogenito. facciamo un po’ un discorso
  • ok
  • rosa non è un colore ‘da femmine’. non esistono colori da femmine. rosa è una tinta, un colore, come…
  • lo so
  • ah. e allora…
  • io so che il rosa non è da femmine. è il resto del mondo che pensa che il rosa sia un colore da femmine. io non ho vergogna per me, ho vergogna per il resto del mondo

Io, niccolò, Berio, Tobbia

Oggi sono andato con il coccolotto al porto antico di Genova, non tanto per improbabili motivi turistici, ma perché mi piace andare al porto antico di Genova mi sembra di essere in vacanza, anche se – essendo io di Genova – non è una vera vacanza, è un po’ una specie di omeopatia della vacanza.

Mio figlio cresce a vista d’occhio, la faccia si modifica di settimana in settimana, tanto che tu ogni tanto non sei del tutto sicuro che stai volendo bene sempre alla stessa persona, vai sulla fiducia. Adesso niccolò parla, è capace di elaborare sintassi di una certa complessità, e gestisce anche le persone di alcuni verbi: tipo ‘io vado tu vai’ che sembra una cazzata ma la prima volta che l’ho sentito sono sbiancato: tobbia, tanto per dire, non c’è mai riuscito. Tobbia scodinzola, ok questo nemmeno io so farlo, ma non parla.

Mio figlio invece parla, decide, mi fa capire i suoi desideri, ma ho ancora un certo potere decisionale, tipo sul dove portarlo durante la giornata e mentre Elettra dall’ufficio mi tuona sms in cui mi ordina di portarlo in piscina o al mare che gli fa bene, io lo porto alla FNAC, a Mondadori o all’isola delle chiatte, che gli fa male.

L’isola delle chiatte è uno dei posti più belli di Genova, soprattutto d’inverno e di sera tardi, in pratica sono quattro chiatte legate assieme con delle panchine sopra e tu ci sali e senti tutti gli stridolii delle chiatte che si muovono, sembra l’inizio di un concerto di Berio e infatti gli hanno dedicato l’isola delle chiatte, giuro, ogni volta che leggo la dedica penso che lo abbiano fatto per prenderlo per il culo, ma tanto è morto. Niente di personale ho quattro cd di Berio, originali, pur essendo uno di quegli autori che ne potresti prendere uno, capisci più o meno l’andazzo, fai la tua bella figura con gli amici, e risparmi, ad esempio prenderne uno di Berio, uno di Nono, uno di Berg, uno di Reich, uno di Stockhausen, con solo cinque cd ti puoi permettere di parlar di musica colta contemporanea e anche con un certa competenza.

Con alcuni io ho esagerato, tipo di Nono ne ho due, che sono troppi, di cui il secondo è poi qualcosa che si intitola ‘Intolleranza 1960′ che mi sembrava un titolo affascinante, poi ho scoperto che era tutto cantato in lingua tedesca e che l’ascolto aveva la capacità di dilatare i tempi, nel senso che dura un’oretta e io non sono mai riuscito ad ascoltarlo tutto perché veniva notte, poi mattina, poi giorno e poi ancora notte e il cd era ancora lì a lamentarsi in tedesco e quei dannati sessanta minuti non erano ancora passati. L’inferno.

Berio, dicevo, ne ho comperati di più perché uno è bellissimo e si intitola Laborinthus II e c’è anche Sanguineti nel massimo della maturità che recita i suoi versi dentro l’opera, quello da solo vale tutto Berio, la parte di Berio che può arrivare a uno che ha la discografia completa di Prince, intendo.

Comunque, dicevo, sono andato con coccolotto all’isola delle chiatte e ho detto al mio figlio treenne, sai niccolò a tua papà piace molto l’isola delle chiatte e lui mi ha chiesto perché?, e io gli ho detto, niente, niccolò, è una cosa che mi piace tanto, e lui si è girato verso di me e mi ha sorriso, come se fosse felice che anche a suo padre ci fossero delle cose che gli piacciono tanto.

Boh, forse per poter fare davvero bene l’hobby del padre i giorni dovrebbero ripetersi, ogni volta ripeti il giorno appena trascorso e solo alla seconda volta si passa a quello successivo. Level 2. Ti godresti meglio le cose, forse, o forse no, sto scrivendo a un tavolinetto di plastica non posso essere sicuro di niente, ci sono molte cose che odio al mondo, e tra queste i tavolinetti di plastica occupano una buona posizione.

Ballano mentre scrivo e mi innervosisco, inizio a perdere la concentrazione, non mi ricordo più se stavo scrivendo la fabula o direttamente l’intreccio per fare prima. Un po’ come fare i calcoli a memoria, salti i passaggi e poi trovi che la soluzione del problema di matematica non mi ricordo cosa stavo scrivendo. Era una specie di parallelo ma me lo sono dimenticato. Perché lo odio questo tavolinetto di plastica.

Anche le zanzare non se la passano male, in buona compagnia di vari insettini seminvisibili più piccoli delle zanzare che hanno preso a voler rantolare attorno alla mia lampada creandomi seri problemi di respirazione. Altra cosa che odio al mondo è il fatto di essere particolarmente intelligente e di uscire la sera a portare a far pisciare uno degli esseri meno intelligenti che conosca (vicini esclusi), parlo del mio cane Tobbia, il quale con la sua scondinzolata scoordinata si muove di zona pisciabile in zona pisciabile, ambulando lungo la stradina che dai parcheggi porta a casa nostra.

E mentre zompetta, ecco guardatelo, ecco che inizia a zompettare in cerchi irregolari sempre più rutilanti, finché non si ferma zampe davanti indietro e zampe indietro buttate in avanti: si piega e inizia a cacare. La cacca dei cani è calda e spesso molle al tatto. L’odio nasce dal fatto che mentre il cane fa il suo bisogno serale il venerandi che è troppo intelligente per lasciare lì la merda, tira fuori il suo sacchettino verde di clean dog, ci infila la mano dentro come a un burattino, e resta in attesa che il cane finisca la sua cacata. A questo punto il cane si gira, annusa la sua opera e si allontana un poco giusto per vedere il venerandi che si piega e con la mano protetta dal sacchetto verde di clean dog, raccoglie la sua cacca, la annoda e la porta con sé, come tesoro prezioso.

E mentre alzo la testa incrocio il muso di Tobbia e leggo nel suo sguardo slinguante felicità, cazzo devo essere davvero un cane importante se il mio servo tutte le sere è costretto a raccogliere la mia merda: e ansima contento.

Così cammino, e mi rendo conto che sera dopo sera faccio confronti olfattivi, tipo stasera Tobbia ci ha dato dentro, oppure chissa che cazzo gli hanno dato i vicini da mangiare topi morti, o anche più semplicemente *riconosco* l’odore della cacca di Tobbia e la sento amica. Di inverno poi, quel breve tocco caldo prima di chiudere il sacchetto, è capace di veloci brividi al cuore.

Ieri comunque Tobbia stavo per ucciderlo.

In pratica ero uscito per fare footing alla sera verso le dieci e mezza e mi sono detto mi porto dietro Tobbia così mentre io corro lui piscia e vado a dormire prima, Elettra e niccolò erano già a letto, e allora mi metto la tutina decathlon e inizio a correre con Tobbia che mi segue molto molto stancamente, Tobbia curiosamente non ama gli sport legati all’atletica leggera, e io prendo la strada dell’acquedotto e qui inizia il primo problema ovvero che mi viene subito in mente che avevo finito di mangiare alle nove e non alle sette come di solito e che erano le dieci e mezza e non le undici e mezza e questa cosa non mi viene in mente così per mio sforzo intellettuale, ma perché iniziano a venirmi su le castagne che avevo fatto sulla piastra, sento proprio che dallo stomaco risalgono verso la gola e poi, come morti viventi, fanno il loro acido ingresso nella parte della gola che fatalmente diventa bocca, e io inizio ad annaspare e la mia corsa, da vivace slancio di un trentacinquenne nel massimo del suo sviluppo fisico-morale (anche se Elettra mi ha spiegato che verso i cinquanta avrò uno scarico di melina e di ormoni di cui dovrò far tesoro perché poi c’è la decadenza senile, le pappette e i cateteri. Grazie amore), dicevo, la mia corsa diventa il rantolare di uno che sta per avere una congestione sopra un acquedotto deserto, dove non c’è neanche un cane ed è questo il secondo problema, che a metà corsa mi giro e vedo che Tobbia è sparito, fino a un momento prima era dietro di me e poi di colpo non c’è più, e io ansimando dico ma dove cazzo è andato e penso che si sia fermato per riposare ,ogni tanto  lo fa e quindi torno indietro fin dove l’acquedotto incontra la strada e non lo trovo e mentre non lo trovo si alza un freddo gelido e io sono sudato marcio inizio ad avere male alla pancia, allora penso che tobbia avrà preso una delle stradine che incrociano l’acquedotto e mentre io ero tornato indietro a cercarlo lui sarà andato avanti e quindi riprendo l’acquedotto e torno dove l’avevo visto l’ultima volta e inizio a dire Tobbia Tobbia e mi rendo conto che adesso ho i brividi dal freddo e non riesco più a correre perché ho una specie di crampo allo stomaco se inizio a correre e dico Tobbia Tobbia e alla fine ho il flash che Tobbia magari è stato così stronzo da tornare indietro fino a dove l’acquedotto incontra la strada e poi che abbia preso la strada e abbia avuto il suo momento epico di coraggio tipo Lassie e sia tornato a casa, Tobbia torna a casa sfidando auto ed elementi vari della natura tra cui il vento, Tobbia è tornato a casa lasciandomi solo come un cretino a cercarlo per le stradine dell’acquedotto e a questo punto ho il secondo flash, cioé mi vedo Tobbia che torna fino a casa nostra e si rende conto che è chiuso fuori di casa e inizia ad abbaiare per entrare e Elettra si alza dal letto, e vede Tobbia solo senza il suo padrone e pensa nell’ordine:

  1. al venerandi mio compagno gli è venuto un infarto mentre faceva footing;
  2. il venerandi mio compagno è finito nel gruppo di fascisti che scrivono gli inni al duce sulle panchine dell’acquedotto col pennarello nero e quelli gli hanno sfasciato la testa e gli hanno dato fuoco e adesso io resto sola con due figli a carico non siamo sposati legalmente non eredito manco la sua parte di mutuo;
  3. venerandi si è buttato giù dal ponte dell’acquedotto così, per crearmi casini;
  4. non pervenuta

E così io – che sono dall’altra parte del’acquedotto – inizio a correre con lo stomaco e il cuore in gola, nella speranza di arrivare prima che Elettra disperata chiami vicini, polizia, ambulanze, alla ricerca del suo compagno sicuramente morente se non morto stecchito, e più corro più mi rendo conto che non riesco a correre sto fisicamente male, smetto di correre e inizio a camminare veloce e più cammino, ogni passo che faccio stremato dallo stress e dal male all’addome è come se dentro al mio corpo si caricasse una molla e quella molla è la carica del calcio che darò a Tobbia quando lo incontrerò quel bastardo, ogni passo si carica la molla, mi immagino anche dietro ogni curva di incontrare tobbia che annusa qualcosa e allora mi immagino di urlare Tobbia! con voce grossa, Tobbia! e vederlo atterrire e iniziare a prenderlo a calci, fare scattare la molla che mi sta mordendo lo stomaco, sono sempre più vicino a casa mia e più mi avvicino più la molla si carica, e poi quando finalmente arrivo vedo che le finestre non sono illuminate, che non ci sono sirene o gente in divisa che mi cerca con le torce accese, e allora mi dico che Tobbia non c’è, che si è perso davvero nelle stradine dell’acquedotto, penso anche che abbia incontrato un maniaco che uccide i cani che girano da soli come in Infinite Jest e che adesso Tobbia giace a terra sgozzato da un pazzo maniaco e poi salgo le scalette che portano alla porta di casa mia e fuori c’è Tobbia, zitto a cuccia con la testa a penzoloni come quando ha fatto una cosa molto molto grave (tipo sventrare un sacchetto di cemento a pronta presa e poi pisciare sul cemento finito sulle piastrelle) fa la faccia di chi ha fatto una cazzata talmente grande che – tornato a casa – non ha avuto il coraggio di abbaiare per entrare, si sentiva in colpa, e se ne è stato mezz’ora al buio ad aspettare la punizione e io mi sento la molla a mille, una molle bollente di rabbia e una parte di me dice beh magari potresti perdonarlo è solo un povero cane stronzo e l’altra parte dice riempi di botte questa cane bastardo che gli entri nella zucca che non deve più rifare una cazzata del genere e io mi sento come bush dopo l’undici settembre, ma è questione di un attimo perché

Vaggina vs Alienoids (3)

L’impianto elettrico del monolocale di Andrea è composto da piccoli fili avvolti in stoffa direttamente cementati nel muro. Una volta, per caso, Andrea ne aveva toccato uno ed aveva scoperto che era bollente. Nella casa, nell’angolo cucina, c’è uno sportellino che – se aperto – rivela due fili che vanno a finire in una cosa che o è una bomba o un contatore della luce assolutamente non omologato. I numerini del contatore, per dire, non cambiano mai. I fili che vanno al contatore non sono più coperti dalla stoffa, ma sono neri, due fili di rame neri come il carbone che si perdono in questa specie di bomba. Andrea ogni tanto apre lo sportello, sente un rumore sottile provenire dai due fili, come qualcosa di fritto, richiude lo sportello.

La vescica di Andrea è piena. Da un’ora buona Andrea sta prendendo in considerazione l’idea di andare in bagno, ma una parte del suo cervello scarta la possibilità. Il bagno è fuori dal monolocale. Per andare in bagno Andrea dovrebbe prendere le chiavi di casa, uscire di casa, percorrere un corridoio condominiale, aprire, con una seconda chiave, la porta dell’antibagno e poi, con una terza chiave, la porta del bagno, dove per bagno si intende un cesso e un lavandino. Non riscaldati. Se il monolocale di Andrea è freddo, il bagno viaggi a due/tre gradi al di sotto della temperatura della stanza.

Tutte le altre porte che si aprono sul corridoio sono uffici. Di notte non c’è nessuno.

Una volta, era ora di pranzo, Andrea stava cucinando delle melanzane sulla piastra elettrica dell’angolo cucina. L’angolo cucina era un lavandino con un piastra elettrica. Il monolocale era sostanzialmente una stanza con un lavandino, una piastra elettrica e un letto. Mentre le melanzane iniziano a cuocere Andrea decide di andare in bagno, prende le chiavi del bagno, va in bagno fa le cose che deve fare, esce dal bagno, richiude la porta del bagno a chiave, richiude la porta dell’antibagno a chiave, ripercorre il corridoio con tutte le porte degli uffici aperti, da cui si sentono rumori di tastiere, voci al telefono, odore impiegatizio, arriva alla porta del suo monolocale, si infila le mani in tasca e niente. Niente chiavi di casa. Era uscito per andare in bagno e si era chiuso dietro la porta del monolocale, ma non aveva le chiavi per riaprirla. Andrea inizia a essere nervoso, prova a dare dei colpi con la spalla sulla porta. Torna in bagno, magari le chiavi le aveva posate in bagno, riapre la porta dell’antibagno, poi quella del bagno, sente di nuovo l’odore acre dei sanitari violati. Niente chiavi. Guarda sul lavandino, per terra, dietro al cesso. Niente chiavi. Torna indietro, chiude la porta del bagno, poi la porta dell’antibagno, si ritrova in corridoio e da distante vede qualcosa che esce dalla porta del suo monolocale. Dalla fessura tra la porta e il pavimento, come in certi film dell’orrore, un fumo nero e denso che esonda lentamente nel corridoio, si spande nell’aria, inizia a entrare negli uffici con il suo odore, adesso Andrea lo sente, con il suo odore di melanzana carbonizzata, e dagli uffici sbucano le teste delle persone, le grida di stupore, il senso metallico dell’allarme.

Da quel giorno Andrea ha imparato a controllare la vescica con molta più attenzione anche se ora, mentre il gelo lentamente si insedia nella stanza, la voglia di svuotarsi, di togliersi di dosso tutto diventa sempre più forte.

VAGGINA vs ALIENOIDS (2)

Perché ho iniziato a fare questa cosa, si chiede. Disegnare Vaggina migliaia di volte, girata tre quarti, frontale, mentre salta, primo piano con bocca aperta, piccola che corre in un ambiente cittadino notturno, tutte queste Vaggina che devo disegnare per mesi, anni. E poi inchiostrare, scansire e colorare in digitale, cosa mi è venuto in mente.

C’è gente che legge le cose che scrivo? C’è gente. Ma non ne vale la pena, sono come esseri invisibili. Esistono sono quando parlano di te, parlano bene di te parlano male di te, scrivono recensioni sui tuoi fumetti sullo store Amazon e poi scompaiono nel nulla. Le cose che ho scritto, i miei fumetti invece restano, invecchiano. Andrea qualche giorno prima aveva preso in mano un numero di ZZARDOZZ, il suo primo fumetto, quello di cui era davvero fiero, pop ma nello stesso tempo figlio delle neoavanguardie degli anni settanta, l’aveva sfogliato ed era rimasto di ghiaccio.

ZZARDOZZ era una merda. Come aveva potuto fare quelle prospettive infantili, quei dialoghi copiati da una fiction tv. Come aveva potuto produrre qualcosa di così immaturo e conservarne nello stesso tempo un ricordo così onorevole. Una parte del nostro cervello è occupata a cambiare il nostro passato, a cancellare quello che abbiamo fatto e a sostituirlo con qualcosa di mitico e compiuto. Il nostro cervello – pensava Andrea – è un verme che si nutre di quello che siamo stati e che espelle una melassa che ci permette di non farci esplodere la testa su un marciapiede. Una melassa che ci offusca la mente, ci fa sentire comunque in piedi, in cammino.

Così, Andrea lo sa, fra qualche anno riprenderà in mano Vaggina vs Alienoids e non si riconoscerà, si vergognerà di quello che ha scritto, del suo tratto, di tutte quelle vagine in primo piano.

Andrea con una mano si gratta il culo. Fa davvero freddo. Per un attimo pensa di accendere la stufetta elettrica, ma poi si ricorda che l’ultima volta era saltato l’impianto della luce dell’appartamento. Fa un saltello. Continua. Fa svariati saltelli. Non si può disegnare con questo freddo. Non gli risponde la mano.

Magari Flair è libero, pensa, e non sa se lo spera o lo teme.

Vaggina vs Alienoids

Andrea è davanti al foglio, il foglio è su un tavolo. Andrea guarda il foglio. Perché disegna su un foglio se poi intanto il fumetto esce solo in digitale. Si chiede. La vagina.

Andrea decide di partire dalla vagina e si mette a disegnare la vagina, a grandi linee. Dalla vagina passa alle gambe, in calzamaglia, coperte di calzamaglia, poi all’addome, poi alle tette, davvero importanti e poi alle braccia, al mantello che spunta da dietro, alla bocca di Vaggina e poi alla maschera, gli occhi, i capelli mossi dal vento.

Quante volta ha disegnato Vaggina? Ogni fumetto ha circa sessantaquattro pagine, facciamo una media di sei vignette per pagina, mettiamo che Vaggina sia presente nei cinque sesti delle vignette presenti nel fumetto, vuol dire una media di trecentosette disegni di Vaggina per numero e siccome Vaggina vs Alienoids sta per toccare quota trentuno numero usciti, significa la bellezza di novemilacinquecento disegni di Vaggina. Vaggina che corre, che combatte, che bacia, che spara, che si lancia all’inseguimento, che crolla, che si addormenta, che sviene, che urla, che sfonda. E siccome Vaggina ha questa particolare tuta da supereroessa che la lascia scoperta la vagina, ecco, significa anche un considerevolissimo numero di disegni di vagine femminili, in questo caso Andrea fa in modo che ogni pagina abbia almeno un disegno di vagina il primissimo piano, quindi una somma, del tutto in difetto, di millenovecento vagine disegnate ad oggi, schizzi e lavori preparatori esclusi.

Andrea sospira. Fa freddo, l’aria calda che esce dalla sua bocca si condensa nello spazio invisibile tra il ragazzo e il disegno di pagina otto di Vaggina vs Alienoids.

In questo numero Vaggina combatte contro un attacco di microspore che gli Alienoids hanno fatto cadere dal Cosmo per contaminare l’aria e fare in modo che queste microspore si infilino nelle vagine della razza umana e soprattutto nella vagina di Vaggina per fruire dei suoi super succhi mucosi e generare così alieni mutarazza capaci finalmente di conquistare la terra.

Vaggina è aiutata in questo numero da Karlheinz Stockhausen che compone al volo una sinfonia celeste capace di fare implodere le microspore e trasformarle in onde di luce, ma il famoso compositore è naturalmente attirato dal fascino della supereroessa e Vaggina deve subire anche un attacco dal maestro. A pagina otto Vaggina decide che – tutto sommato – Karlheinz Stockhausen l’ha aiutata a salvare il mondo e quindi potrebbe anche concedere al maestro un armistizio gaudente, e, cazzo. Cazzo.

Andrea guarda la pagina. Guarda le chine con cui poi dovrebbe ripassare tutto. Guarda la vagina di Vaggina, guarda il volto alterato di Karlheinz Stockhausen, la bava. Cazzo, cazzo.

 

[continua]

Mi si è rotta la tastiera Koch

Niente Koch qua è finita, la mia tastiera meccanica si è rotta, così da un giorno all’altro, dopo un po’ che scrivo inizia a dare di matto, non scrive più quello che voglio io, si accende enorme il tasto CAPS, luminoso, e io non riesco più a scrivere niente, oppure, ancora peggio, io scrivo e sullo schermo iniziano ad apparire cose che non c’entrano niente con quello che stavo scrivendo io, tipo la storia di questo tipo, uno scimmiotto antropomorfo, che è seduto sul divano e a un certo punto si infila la mano nello sterno, continua a spingere e vede che la sua mano sprofonda nella carne, si sente proprio un rumore come di sfintere che si apre e poi un odore, ma un odore, Koch, credimi, un odore come non l’hai mai sentito, un odore di qualcosa che era rimasto chiuso per un tempo lunghissimo e ora sfiatava con una forza e una energia inaspettati, un odore che era come un segreto che andava mantenuto fino alla fine dei giorni, e invece quel cretino di scimmiotto che ti fa, sfonda questa camera sacra interna e ne da uscire tutti i gas utili, come certi frigoriferi, e poi resta, lo scimmiotto a dire cazzo, cazzo, ho fatto la cazzata, la grossa cazzata e cerca di richiudere il buco e bravo, eh bravo scimmiotto, ma ora è troppo tardi e cosa succederà, che farai scimiottone, or sei giunto al paragone, e poi si alza e va avanti così, svuotato e con la paura di quello che sicuramente, improvvisamente gli succederà.