Lavoratori d’Italia: invadiamo la Libia

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a cura del prof. Giovanni Pascoli

La grande proletaria si deve muovere ancora.

Vedete i sui lavoratori immobili, a guardare lo schermo mentre altri lavoratori, africani, rumeni, sudamericani arrivano in patria – troppi – e devono lavorare per troppo poco. Arrivano oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada.

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Le vere foto di quello che Israele ha fatto ai palestinesi

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Avete presente Facebook, è un posto dove tutti vanno a cazzeggiare, scrivono cose, condividono, si indignano. In questo periodo due cose si sono incrociate, le azioni militari di Israele ai danni di Gaza e i mondiali di calcio: su Facebook è scattato il cortocircuito.
Nel senso che ho iniziato a leggere commenti di gente che parlava del conflitto tra Israele e Palestina con gli stessi toni con cui avrebbe commentato al bar una partita di calcio, dicendo – ad esempio – che i palestinesi si sono presi “varie batoste nel ’56, ’67, ’73, ’82, ’06…”. Ma si rifaranno nel prossimo campionato.
L’indignazione è equamente distribuita.

La cosa che mi ha fatto pensare sono state le foto, decine di foto condivise di bambini estratti dalle macerie, con le gambe staccate dal corpo, sanguinanti e circondati da militari. Benché fosse sgradevole ho tagliato quelle immagini e ho cercato le fonti, per vedere se effettivamente si trattasse di immagini reali. In genere le immagini erano reali, ma spesso non avevano niente a che fare con il conflitto attuale. Alcune erano di due, tre anni fa. Alcune, molto dolorose, non erano nemmeno relative a Gaza.

I pensieri sono stati diversi. Erano comunque immagini reali, gente davvero morta sotto altri bombardamenti, ma non erano legate al fatto di cui si parlava nel post. Il loro utilizzo era deformato nella forma, non nella sostanza, ma ne inficiava anche la sostanza: perché c’è bisogno di usare dolore di repertorio al posto di quello reale di questi giorni? Forse perché sono immagini più vendibili, più esemplari e condivisibili in rete, sui social.

E la dietrologia: chi mi dice che quelle immagini decontestualizzate non siano messe in rete da chi vuole farne successivamente emergere la falsità per indebolire la portata dell’indignazione? Nel momento in cui cede l’autorevolezza di una fonte, tutto è possibile.

Ma la cosa che mi ha più amareggiato è legata alla Siria. Una foto in particolare mostrava un bambino con le gambe recise di netto. Il bambino vivo, insaguinato. Ho cercato l’immagine, e non è di ieri e non è nemmeno di Gaza. È un immagine di un anno e mezzo fa e il bambino è siriano, di Aleppo. Qui il cortocircuito mediatico e sociale è spesso: io quell’immagine sui social, un anno e mezzo fa, non l’ho vista circolare. La Siria non è un prodotto mediatico capace di entrare nel gioco delle tifoserie contrapposte, perché è un argomento più complesso, meno immediato. Non entra in 140 caratteri. Fa ancora più male pensare che quell’immagine, il bambino con le gambe recise, funzioni meglio a Gaza, oggi, che in Siria un anno e mezzo fa.
Gente che non condividerebbe la foto legata ad Aleppo, la usa oggi per Gaza perché è infinitamente più facile indignarsi per questo, invocare la pace, mostrare l’infanzia distrutta.

Siamo più generazioni, i nostri padri, parte di noi, molti nostri figli, che hanno ancora una coscienza collettiva catodica. Riesciamo a focalizzare la nostra attenzione solo su un fatto alla volta, per un tempo non troppo lungo, e solo se è qualcosa in cui non siamo soli. Ci troviamo rassicurati nelle grandi partite del mondiale o nell’indignazione contro il male, finché questo ci rende meno soli e finché i concetti di questo ambiente in cui ci muoviamo restano a livello disneyano. I buoni, i cattivi, l’ingiustizia, il bene. Ogni altra cosa, ovvero il 90% del reale, ci confonde, ci richiede un tempo e una capacità decisionale meno chiara e pulita.
Ci annoia.

E allora cambiamo canale, c’è sempre la fiction e la nera, per sopravvivere fino a lunedì.

violenza sangue droga sesso e discriminazione pegi diciotto

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{tre dodicenni in auto}

- tu cosa stai giocando?
– io sto giocando a un pegi diciotto
– ah come è?
– violenza sangue sesso, ma non droga e niente discriminazione
– forte. anche io un pegi diciotto violenza, droga ma non sangue e non sesso
– violenza ma non sangue, sicuro?
– gli spacca la testa su un lavandino
– ah ok. e discriminazione?
– ma cosa si intende per discriminazione?
– dunque, cosa si intende per discriminazione… guarda un negro!
– uh, dove?
– questa è discriminazione

***

- in super mario bros deluxe c’è anche un fungo viola
– uh, non mi risulta
– sì è un fungo viola che vuole uccidere mario
– ah, è vero
– e lo insegue anche
– che se poi ci pensi, perché un fungo viola dovrebbe voler uccidere mario?
– beh, è così in tutti i videogiochi. prendi i terroristi. perché vogliono sempre fare saltare in aria tutto?
– eh, scusa, i terroristi avranno le loro ragioni
– infatti. anche il fungo viola avrà le sue ragioni

venerandi contro la lettura interstiziale

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- perché venerandi il futuro è la lettura interstiziale
– uh, la lettura inter…
– ma sì venerandi, ebook short, che durano quanto un viaggio in metropolitana
– a genova non…
– perché capisci, sali in metro, devi aspettare, e non ti metti a leggere guerra e pace, ti serve qualcosa che dura il tempo del viaggio
– capisco
– allora tac, scarichi l’ebook che dura tre fermate e quando scendi hai finito di leggerlo
– tac
– esatto, perché la gente mica si può mettere a leggere guerra e pace è troppo lungo e…
– senti
– eh
– non so come dirtelo
– cosa
– io ho letto guerra e pace
– ah. lo fanno ancora?
– guarda, quello che volevo confessarti è che non l’ho letto tutto insieme
– ah
– non è che sono sceso in metro e mi sono detto, “eh venerandi, ora cosa potresti leggere? ma sì dai, facciamoci fuori guerra e pace!” e poi mi sono messo a leggere ininterrottamente guerra e pace e non sono sceso dalla metropolitana per due mesi
– anvedi
– ne ho letto un pezzetto, e poi quando dovevo scendere ho chiuso il libro
– ah, cavolo, ingegnoso
– poi la volta dopo l’ho riaperto e ho continuato un altro pezzetto
– a questo non ci avevo pensato
– e così via, ci sono anche dei cosi di cartoncino che puoi mettere in mezzo per ricordarti dove eri arrivato
– no, perché io pensavo che se tu iniziavi un libro in metro e poi quando dovevi scendere non l’avevi finito, basta, lo avevi bruciato
– dovevi buttarlo
– eh sì, non avevi fatto in tempo, basta, avevi perso
– mentre con la lettura interstiziale…
– ce la fai.
– ecco
– te lo assicuro. anche se si uno che dura poco, arrivi sempre alla fine
– ecco

le tette della dandini

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- ciao venerandi
– uh, chi sei, io…
– sono la dandini
– la dandini
– la dandini hai presente
– sai cosa mi viene in mente se penso la parola “dandini”?
– uh, non le tette spero
– no. mi viene in mente una bandiera del pds e linus
– linus
– anche cuore, ma dopo michele serra
– capisco, io…
– tutto un mondo verde carta che è stata la mia sinistra post pci. la dandini, fossati che fa la canzone popolare, le videocassette in allegato con l’unità, la dandini. i comici
– hai detto due volte la dandini
– poi lo tolgo. e poi coso, quello che metteva le videocassette con l’unità, coso
– veltroni
– brava, veltroni. tutto questo gruppo di sinistra marzapane che pensava che la lotta di classe fosse farci fare due risate la sera. in prima serata
– capisco, venerandi, io…
– sai a che ora mi svegliavo io ai tempi di veltroni all’unità?
– uh, no
– alle cinque
– ah. per lavorare?
– ma che lavorare. per intercettare le videocassette in allegato prima che finissero
– ah
– mi alzavo alle cinque e andavo dall’edicolante in via balbi ad aspettare che gli mandassero le prime unità con le videocassette, così riuscivo a prenderne una
– eroico
– e poi tornavo a casa da elettra con la videocassetta e con la brioches calda
– bei tempi
– la grande macchina da guerra. la quercia. la cosa. moretti. linus. la dandini
– cuore
– dopo michele serra, però, cuore periodo debosciato
– sì
– quando credevamo ancora in un futuro possibile raggiungibile solo con il telecomando, rai3 e le videocassette di ferreri
– la cultura
– giusto, la stavo dimenticando. la cultura. che salverà il mondo e farà diventare tutto di sinistra
– la grossa coperta calda della cultura
– la grossa coperta di linus e faccia fra le tette
– della dandini
– no, dandini, niente di personale, ma sei troppo mamma per me, davvero io…
– venerandi?
– eh?

Adesso siamo nel boh

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[esperimento di scrittura in diretta senza rilettura e senza editing. durata dell'esperimento: 3 ore]

boh

Non so proprio cosa scrivere. Non l’ho mai saputo in verità. Per cominciare posso dire dove sono e perché sto scrivendo e soprattutto come sono entrato. Sono al Salone del Libro di Torino a scrivere in diretta. Poi dico anche perché. Anzi lo dico subito, il fatto è che devo dei soldi a Venerandi e non li ho e allora lui mi costringe a fare cose come scrivere in diretta al Salone del Libro. Come sono entrato. Ho telefonato a Venerandi e mi è venuto a prendere presso una grata in un punto poco lontano dalla biglietteria. Ha manomesso la grata e da lì siamo penetrati in un cunicolo illuminato da una luce soffusa, tubi correvano sul soffitto, faceva un po’ paura. Alla fine del tunnel c’era una luce, era il padiglione 1 del Salone del Libro. Venerandi ha detto beh benvenuto Koch.
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