dialoghi familiari

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{a cena}
- figli, invece di una stampante tridimensionale potremmo comprarne una quadrimensionale, così se non ci serve invece che restituirla possiamo non averla comprata mai
- ah ah l’ho capita, papà. ma non sono d’accordo con il tuo concetto di quarta dimensione
- era solo una battuta
- ma presuppone che la quarta dimens…
- primogenito: era solo una battuta

{dopocena: lavando i piatti}
- papà perché ascolti la radio spenta?
- non è spenta, è musica concreta
- uh, è spenta non si sente niente
- è una radio di musica sperimentale
- papà ti dico che non esce suono
- io la sento
- papà, ti assicuro…
- è un brano di Feldman, si chiama musica per Beckett
- sarebbe un brano di Feldman, se fosse partito
- Beckett è teatro dell’assurdo, molti silenzi, si vede che Feldman…
- papà, ho l’orecchio sull’ipad, non esce suono
- io lo sento, senti questo ronzio di tanto in tanto?
- è la calderina
- è Feldman
- è la calderina che riavvia il motorino
- mh, a volte la musica concreta…
- mi fai un piacere papà?
- eh
- premi qua sul sito della tua radio sperimentale, qua dove c’è scritto “play”
- uh, aspetta
(suoni)
- ah, ecco, *questa* è la tua musica sperimentale, prima era spenta!
- vai a letto
- ma papà…
- fila a letto

cofanetto volume .+? ghost in the shell stand alone complex (second gig)*

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{da mediaword alla fiumara}

- salve commesso generico reparto informatica, sono venerandi e volevo chiedere una cosa
- dica
- quei monitor HP che tenete in alto
- eh
- quelli che ce ne sono almeno venti nuovi affiancati uno all’altro
- eh
- non trovo le specifiche tecniche o il prezzo, perché io…
- quelli non esistono
- uh
- sono monitor di sette, otto anni fa
- ah
- sono lì, ma non sono in vendita
- li tenete per bellezza
- chiamala bellezza

(…)

- salve commesso generico reparto dvd, sono venerandi e volevo chiedere una cosa
- dica
- è una cosa curiosa perché mi è successa identica a saturn
- mh
- non so se avete presente saturn, sono dei vostri colleghi
- dica
- questo che vede nella mia mano destra è il cofanetto volume uno ghost in the shell stand alone complex second gig, tre dvd
- sì
- questo che vede nella mia mano sinistra è il cofanetto volume due ghost in the shell stand alone complex, tre dvd
- esatto. se li prendi tutti e due hai la serie completa
- ecco, arrivo al punto, no
- no?
- no, perché quello che tengo nella mano destra è il cofanetto volume uno ghost in the shell stand alone complex second gig, dove second gig significa seconda serie, mentre nella mano sinistra il cofanetto volume due ghost in the shell stand alone complex, non second gig, ovvero la prima serie
- non capisco
- state vendendo il primo cofanetto della seconda serie e il secondo cofanetto della prima
- ah
- chi li compra tutti e due e li guarda di seguito gli sembrerà di vedere un film di lynch
- non è possibile, si sta sbagliando
- guardi sono abbastanza sicuro
- il computer mi dice che lei si sta sbagliando
- per *abbastanza sicuro* intendo dire, sono *maniacalmente certo* di quello che sto dicendo; è roba nerd
- il computer dice che questo è il primo cofanetto della prima serie, non della seconda
- il computer
- il computer
- dica al suo computer di collegarsi ad amazon
- uh, il male
- ci provi, faccia questo sforzo
- eccoci, siamo connessi, le giro il monitor
- ecco, guardi questo cofanetto che le indico lo vede?
- sì
- quello è il primo cofanetto della prima serie, è blu, lo vede
- uh, è diverso dal nostro, il nostro è verde
- eh ci credo, il vostro è il primo cofanetto della seconda serie
- uh, forse, dico forse lei ha ragione
- eh
- ma vuole che le ordini il primo cofanetto della prima serie?
- no, mica lo voglio
- ah
- non ho i soldi
- ah, ma allora perché è venuto qua per dirmi che i cofanetti…
- per correttezza

(ragazzo e ragazza canadese sotto la doccia)

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- quindi
- esatto
- ma senti
- eh
- quella protuberanza che hai lì sotto
- eh
- è… è *enorme*, cosa…
- si chiama mister winky, e pensa che adesso è a riposo
- intendo quella sopra
- ah, quello è l’addome
- è *enorme*, io sono scioccata, io…
- niente, oggi ho bevuto molti liquidi e…
- è davvero *enorme*, io…
- davvero, sono liquidi che falsano…
- …posso toccarlo? sono davvero tentata, io…
- no

la fiducia nell’azione cattolica e nel prossimo nell’era del capitalismo

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Quindi quando ero bambino vado a questo gruppo per bambini gestito da qualche associazione paracattolica, forse azione cattolica, non ricordo, e ci portano in un prato fangoso vicino a una villa e facciamo dei giochi e poi dicono che facciamo un gioco sulla fiducia.
Ci spiegano che faremo un gioco per capire il valore della fiducia e ci fanno mettere in cerchio e ci fanno tenere per mano.
‘Tu’ dicono a uno, ‘lasciati andare all’indietro. E voi che siete vicini, appena sentite che sta cadendo dovete reggerlo tenendolo forte con le mani’.
Il bambino, timoroso, si lascia andare all’indietro e i due bambini ai lati lo tengono per mano in modo che dondoli per forza di gravità e non cada per terra.
Il bambino ride, i capi dicono va bene basta, e fanno fare la stessa cosa a qualche altro bambino perché tutti capiscano bene.
Tutti capiamo bene.
‘Ok’ dice il capo. ‘Ora viene il difficile. Diremo ad ognuno di voi, nell’orecchio, un numero. Un numero segreto. Poi noi – ad alta voce – inizieremo a gridare un numero. Chi di voi sente pronunciato il proprio numero deve lasciarsi andare. Con fiducia. I due bambini a fianco che sentiranno il bambino che cade dovranno reggerlo e riportarlo su. Poi noi diremo un altro numero, e così via. Ognuno di voi deve fidarsi dei suoi vicini. E se voi sentite il vostro amico che sta cadendo, dovete aiutarlo a non cadere: lui si fida di voi. È chiaro?’.
Tutti diciamo che abbiamo capito.
‘Bene’ dice il capo e inizia a passare, bambino per bambino, sussurra un numero all’orecchio di tutti. Quando è il mio turno dice ‘novantasei’, sottovoce. Annuisco.
Alla fine ci riprendiamo per mano, il capo si mette nel mezzo del cerchio e chiede se siamo pronti. Siamo pronti.
‘Novantasei!’ urla.

Il mio numero.

Mi lascio andare, lentamente, con fiducia. Con un sorriso sulle labbra, giro la testa verso il mio vicino di destra che mi sorride tenendomi per mano. Guardo il cielo.

Mi rendo conto che non mi stanno tenendo, sto cadendo.

Mi giro verso il mio amico di destra, adesso non sorrido ho la faccia preoccupata, e vedo che anche il mio amico non sorride più, anche lui ha la faccia terrorizzata, sta crollando all’indietro, e con la coda dell’occhio vedo che tutti i bambini si stanno lanciando a peso morto all’indietro e dopo un attimo lunghissimo crolliamo a terra sulla schiena, sul prato fangoso e freddo. Si sentono gemiti di dolore.
Ci poggiamo sui gomiti doloranti e vediamo i capi che ridono. Sono felici. ‘Che numero avevi tu?’ chiedo al mio amico di destra. ‘Novantasei’ dice lui, e mi giro verso quello di sinistra che si sta fregando i gomiti sbucciati e lui mi dice, ‘novantasei, anche io’.
I capi avevano detto a tutti i bambini lo stesso numero.

Nessuno ci avrebbe salvato.

‘Questo’ dice alla fine il capo facendoci segno di rialzarci, ‘per farvi capire cosa succederà a chi avrà fiducia nel capitalismo durante la grande crisi del duemila e quattordici. Non dimenticatelo’.

sotto di te, morgan

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ero sotto di te morgan con le mani tese
ti ho visto che coprivi la luce del bianco
noi eravamo le stelle dei nostri cellulari
hai dondolato hai detto qualcosa ma non

la tua dolce voce era coperta dal suono
dal suono che andava in digitale mentre
tu crollavi come un angelo sopra di noi
con le mani aperte come la tua voce

come gli angeli di bono sei sbattuto a terra
come bono vox nel famoso video hai picchia
to con le parti del corpo che non ti vedo

ero sotto di te – amore – con tutta la passi
one della voce tua rotta dalla televisione
ho pensato ma vieni, vabbé ho pensato cogli

Nespresso

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Volevo raccontare di quella volta che sono andato a comprare le cialde per il caffè presso il punto-vendita Nespresso. Che poi alla fine non ho comprato nulla perché c’era due ore da aspettare e io dovevo andare a lavoro. Che era una cosa per il lavoro, mi avevano chiamato dal lavoro, dal ristorante, io faccio il cameriere, mi avevano chiamato dal ristorante, mi avevan detto: passa un attimo dal punto-vendita Nespresso, per favore, per comprare le cialde per il caffè, perché siamo rimasti senza. Mi avevano chiesto per favore, questo è da sottolineare. Allora io sono andato al punto-vendita Nespresso, era il 23 dicembre, si poteva pensare di essere morti e il punto-vendita Nespresso era una sorta di anticamera per l’Inferno. C’era molta gente, cappotti, c’era così rumore che sembrava che c’era silenzio. C’era un buttafuori, una guardia del corpo, qualcuno, un tipo, che gli usciva il tatuaggio dal collo della camicia, sulla nuca, e gli girava intorno al collo, e il collo era gonfio e rosso e anche la faccia, gonfia e rossa come se stesse per scoppiare da un momento all’altro, tranne che sorrideva, ho pensato che se sorrideva andava tutto bene, non sarebbe scoppiato. Se devi scoppiare non è che ti metti a sorridere. Questo tipo dava dei foglietti con dei numeri. Questo tipo comandava la situazione. Vedeva tutto, sapeva tutto. Dava dei foglietti. Mi sono avvicinato, mi ha dato un foglietto con sopra il numero 547. Mi ha guardato e ha fatto una faccia come per dire che non c’era bisogno di parlare, e mi ha esortato a guardare verso il counter dei numeri, il conteggio delle persone che erano in fila per comprare cialde del caffè. Il conteggio era fermo al numero 99. Io ho guardato il counter, ho guardato il foglietto che avevo in mano, ho guardato il tipo. Ho guardato i muri. I muri erano ricoperti di cialde di caffè di vari colori. C’erano delle scritte, non le leggevo bene, ero miope e lo sono tuttora. Lo sono da molti anni. Il tipo mi ha detto eh, c’è da aspettare due ore e quaranta. Come minimo, ha detto il tipo. Hm hm, ho detto io. Intorno a noi sciamavano signore e signorine in pelliccia e tipi loschi con lunghi cappotti neri che cercavano di intrufolarsi nei meandri del punto-vendita sprovvisti di numero, di foglietto, di credenziali. Tipi con le lenti degli occhiali molto pulite, la faccia arrossata e ben rasata. Ma il tipo che dava i foglietti diceva scusate, ok, ecco il vostro biglietto, e intanto che diceva queste cose allargava le braccia, era molto alto, con le braccia molto lunghe, ghermiva tutti senza far sembrare che stesse ghermendo, trascinava le signore aggressive senza far sembrare che stesse trascinando, le metteva a posto, all’inizio della fila, gli dava il biglietto, sorrideva e diceva scusate, ok, c’è due ore e cinquanta da attendere, come minimo. Scusate. Tre ore. Ok. Le signore dicevano ha, ha, si mettevano in fila, si toccavano i capelli. Scusate, diceva il tipo. Io allora ho regalato il mio foglietto col numero a qualcuno e sono scappato fuori e sono andato a lavorare, per rilassarmi.

Prendete peppa pig

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Essere padri – ora posso dirlo – è meraviglioso. Dovrei scriverci un libro sopra. Volete passare un ora sul divano a guardare deliziosi cartoni animati? Basta avere una figlia sotto i tre anni ed è fatta. Volete passare una serata a sfide a giochi in scatola fichissimi come ai tempi della preadolescenza? Ecco due maschi combattivi con principi di antagonismo pronti a battersi con voi fino alle prime ore della notte.
In pratica essere padri è bello come essere madri, ma senza quei fastidiosi sensi di responsabilità e di colpa che hanno le donne.
E il mercato lo sa.
Quando il mercato dell’entertainment produce qualcosa per i vostri figli in realtà pensa che questi figli avranno qualcuno al loro fianco che dovrà essere compiaciuto. Prendete peppa pig. Peppa pig sembra un cartone animato per bambini con ritardi di comprensione, in realtà è un cartone animato per padri con un ottimo senso dell’umorismo e figli con ritardi di comprensione. Io con peppa pig rido, quando inizia sono contento, mi siedo con terzogenita e dico, guarda peppa pig! e terzogenita è contenta, guarda peppa pig che gioca, grandi disegni, molto chiari, e io rido e mi identifico in papà pig che mi somiglia davvero tanto.
È incredibile come mi somigli papà pig. Ho come l’impressione che peppa pig sia stato concepito da un team di padri disegnatori e sceneggiatori. Infatti mamma pig è un personaggio abbastanza scialbo.
Papà pig invece è perfetto. Va in biblioteca a riporta un libro preso un po’ di tempo prima ‘Le avventure nel meraviglioso mondo del calcestruzzo’ e si scopre che lo ha in prestito da dieci anni. E rido. All’uscita prende un nuovo libro in prestito ed è ‘Le nuove avventure nel meraviglioso mondo del calcestruzzo’. E rido. Arriva il postino, dice c’è un pacco per voi e papà pig dice ah, deve essere il blocco di cemento armato che stavo aspettando. Fantastico. Io rido. E così via, dopo un po’ rido sulla fiducia. Papà pig sbaglia, è entusiasta, ha passioni, fa disastri, finge di essere il leader della casa e ogni tanto ci riesce ogni tanto no. Fallisce, ci rimane male, chiede aiuto. Il vero protagonista di peppa pig è in realtà papà pig.
Ma questo perché i creatori di peppa pig fanno contenuti trasversali che dicono cose a mia figlia terzogenita ma contemporaneamente anche a me. Usano linguaggi diversi per masse diverse e le raggiungono tutte e due.
Prendete la melevisione invece. La melevisione è fatta per bambini. Quando inizia e sono con terzogenita sul divano inizia a contorcersi lo stomaco perché non reggo la sceneggiatura, i faccioni dei personaggi, i dialoghi al rallentatore, la bontà sulfurea che aleggia su tutto il fantabosco. Ma questo perché la melevisione non è pensata per me, è pensata per terzogenita che – in genere – quando inizia la melevisione si alza dal divano e se ne va.