Adesso siamo nel boh

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[esperimento di scrittura in diretta senza rilettura e senza editing. durata dell'esperimento: 3 ore]

boh

Non so proprio cosa scrivere. Non l’ho mai saputo in verità. Per cominciare posso dire dove sono e perché sto scrivendo e soprattutto come sono entrato. Sono al Salone del Libro di Torino a scrivere in diretta. Poi dico anche perché. Anzi lo dico subito, il fatto è che devo dei soldi a Venerandi e non li ho e allora lui mi costringe a fare cose come scrivere in diretta al Salone del Libro. Come sono entrato. Ho telefonato a Venerandi e mi è venuto a prendere presso una grata in un punto poco lontano dalla biglietteria. Ha manomesso la grata e da lì siamo penetrati in un cunicolo illuminato da una luce soffusa, tubi correvano sul soffitto, faceva un po’ paura. Alla fine del tunnel c’era una luce, era il padiglione 1 del Salone del Libro. Venerandi ha detto beh benvenuto Koch.
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Antonio Koch scrive al Salone del Libro di Torino, giovedì CM

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giovedì CM Antonio Koch, proprio lui, autore di “Verrà Harry Potter e avrà i tuoi occhi” sarà al salone del libro di torino (da ora in poi ‪#‎salto14‬ nel testo), non per presentare il suo ebook, non per firmare autografi, non per altre pratiche che ora non mi vengono manco in mente quanto sono stanco, ma per scrivere. si metterà seduto e starà tutto il pomeriggio allo stand di quintadicopertina a scrivere, non so nemmeno cosa, manco lui. chi passa potrà vederlo scrivere e magari consigliargli cosa cambiare, cose di questo tipo. toccarlo. cose di questo tipo. oh, parlo di antonio koch, il vero antonio koch. perché qua o si fa la letteratura o si muore o si sta male male.

l’oblolescenza condannata

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Siccome mi accusano di non essere un buon padre oggi ho deciso di portare simone (il nome è di fantasia) figlio novenne, in uno di quei posti dove possono vedere le reliquie del passato, le radici della nostra memoria, toccare oggetti appartenenti ormai alla storia, eppure così vicini ancora al nostro tempo. Sono quindi andato a scuola a prenderlo, l’ho abbracciato, ne ho sentito tutto il suo odore bambino e gli ho detto che oggi si andava al museo! Entusiasmo! Museo! Lui non ha mostrato alcun entusiasmo, anzi ha iniziato a fare come i gatti quando toccano l’acqua ma io l’ho convinto a minacce e blandizie che il museo è cultura, e poi si cammina fai anche un po’ di ginnastica.

Poi siamo andati mano a mano al mercatino dell’usato.
“Questo non è un museo” mi ha detto, guardandosi attorno e iniziando a guardarmi malissimo.
“E’ uguale ad un museo, ma è gratis” gli ho detto sorridendo e l’ho condotto rapidamente verso la parte che custodisce gli oggetti di elettronica. Pat pat bottarelle sulla schiena.
Lui ha sospirato finché non ha visto un organo a condensatori. Un vero organo a condensatori. Si è avvicinato, lo ha toccato. “Non suona” mi ha detto e io ho iniziato a dirgli, beh certo è un organo a condensatori bisogna attaccare la spina e lui ha detto, gli organi veri mica vanno a elettricità, e io gli ho detto gli organi forse no, ma i condensatori evidentemente sì, e tanto gli è bastato. Non avevo mai visto un organo a condensatori, 120 euro era bellissimo.

“E questo cosa è?” gli ho chiesto indicando un aggeggio che occupava mezzo tavolo e lui ha detto, una stampante.
“No” ho fatto io scuotendo la testa sorridendo.
“Uh, un proiettore per vedere i film”
“No”
“Non lo so allora”
“E’ un registratore” gli ho detto, indicando le due enormi bobine a nastro che manco antonioni. E ho aggiunto che un tempo quella roba costava un botto di soldi e ora te la porti a casa per due lire, se non hai una moglie che poi la seppellisce in giardino, intendo.
Lui lo guarda, va avanti guardando gli oggetti sul tavolo e poi va prendere una telecamera a mano, identica a quella di blow-up, venti euro ed è mia, Simone dice che sembra un pistola, me la punta contro e in effetti penso io e penso anche, guardandomi intorno a quante cose ancora si potrebbero fare con quei tv catodici, quei nastri a bobina, registratori a nastro, telecamere, vecchi computer e schermi bombati. Un esercito di creativi lì dentro potrebbe creare il mondo usando solo pezzi di recupero, fino a finire i materiali di consumo, non si chiamano materiali di consumo, ora non ricordo c’è un termine apposta. Cadaveri, carogne, forse, non ricordo. “Cosa ci compriamo?” mi chiede Simone e io prendo in mano un posacenere a forma di struzzo morto e gli dico non lo so, forse un gelato, prima che si sciolga, dico, e andiamo a prenderlo.

Il mio curriculum vitae spiegato a mio figlio

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Fabrizio Venerandi nasce a Genova nel 1970, ma smette quasi subito. Il padre, maker ante-litteram, lo apre alla bellezza dell’elettronica e della catalogazione semantica, dandogli l’opportunità fin da bambino di distribuire in scatolette di plastica circolare centinaia e centinaia di fisher e viti parker fuori misura, cosa che faciliterà il percorso prettamente umanistico del nostro.

Il primo libro che il venerandi prende in mano è senza copertina. Dovrà leggerlo fino alla fine prima di capire di aver letto i racconti fantastici di edgar allan poe e questo segnerà il suo percorso narrativo, facendogli prediligere testi in cui apparati paratestuali vivono in un altrove virtuale rispetto al testo stesso.

Il primo lavoro in poesia del venerandi è commissionato dalla professoressa di italiano, ed è un testo sulla primavera. Esortato dalla professoressa a continuare, il venerandi scriverà alcuni testi riguardanti la reincarnazione che costeranno ai genitori una chiamata a colloquio riguardo l’adesione o meno a qualche setta parareligiosa.

In seconda media il venerandi incontra tre grandi cose che gli cambieranno la vita: l’alfabeto farfallino, l’informatica e gli ormoni. Due di queste tre cose non lo abbandoneranno mai. Fevefarafemenfete.

Mentre la zia persegue senza fortuna il metodo educativo del dott. Spock, la madre del Venerandi usa gli zoccoli, fattore che spinge il giovane scrittore a lunghe passeggiate fuori casa.

Il primo amore del Venerandi è una ragazza, detta anche “do ut non des”. Tipico amore platonico, ma più sul versante Talete: tutto è umidità, l’amore sopra ogni cosa.

Nel frattempo il Venerandi si iscrive al liceo classico, dove scopre, nell’ordine: i fascisti, la genova bene, una stanza abbandonata con animali impagliati, i cure, i depeche mode, l’amore carnale, il macinato fresco

Terminato il liceo classico, il venerandi è indeciso tra lettere, ingegneria informatica e la panetteria “pan per focaccia”. Si consulta con i suoi compagni di classe e scopre che, essendo tutti figli di avvocato, faranno legge. Hanno la vocazione. Essendo lui figlio di operaio ansaldo, passa a lettere.

A lettere conosce molte ragazze strane che fanno con lui i corsi e con le quali programma il suo futuro percorso scolastico. Una di queste, durante una settimana di studio intensivo, gli posa il tallone del piede sulla spalla sinistra, cosa che colpisce molto il Venerandi. Anche perché erano entrambi in piedi.
Dopo meno di tre mesi si sono tutte ritirate.

A metà del percorso universitario lo stato scrive a Venerandi comunicandogli che è un disertore.

Negli anni del liceo a causa degli ormoni entra negli scout. Del metodo scoutistico fa una rigorosa cernita e tiene solo quello che gli pare importante: le scolte.

Lo stato manda il venerandi a fare servizio civile in una croce rossa di un piccolo paese di periferia. Passa dieci mesi a portare al pronto soccorso i volontari più giovani della croce che il sabato notte sfasciano le loro auto correndo come impazziti verso le luci stroboscopiche delle discoteche costruite nel mezzo del niente. Negli stessi anni impara a mescolare il cemento con il polistirolo. Si fa molte docce.

Verso la fine del percorso universitario in lettere incontra le post-neo-avanguardie poetiche, ma loro fanno finta di non conoscerlo. Prendono comunque degli aperitivi assieme.

Per errore inizia a frequentare alcuni coetanei della genova bene, ma non benissimo. Viene portato in appartamenti di trecentometri quadri dove vivono in tre, padre madre e figliogenito. Lì trascorre alcuni pomeriggi chiuso in camere con ragazzi che si fanno le canne ridacchiando e crollando poi ore a dormire su divani. Interdetto, per passare il tempo si mette a leggere un libro di stefano benni trovato intonso sotto un mobile. Ride. Conosce Winnie the pooh. Di persona.

Per fare dei soldi comincia a fare lavori borderline come mettere le pubblicità nelle cassette della posta. Un suo collega, polacco, gli dà alcuni vinili di musica heavy metal polacca. La missione è copiarle su musicassette cromo due. Sono anni molto confusi. Si compra uno scooter. Inizia ad avere incidenti automobilistici.

All’università si trova a seguire esami di cinema, film, musica, arte, teatro, drammaturgia, letteratura e capisce di aver scelto una facoltà che lo ridurrà alla fame.

Compra il suo primo modem e si connette alla NUA della NASA. Si sente Dio e guarda fuori dalla finestra per vedere se arrivano le auto dell’FBI ad arrestarlo. Invece niente.

Inizia a studiare la tariffazione urbana a tempo.

Per fare soldi comincia a lavorare per due case editrici come impaginatore. Durante questa esperienza impara alcune nozioni basilari per il lavoro editoriale: – gli autori sono in genere degli psicopatici; – il manoscritto inviato in redazione e quello pubblicato hanno in comune due o tre aggettivi e alcune forme verbali ; – l’editore non capisce niente di editoria; – l’editore pensa di essere un imprenditore geniale e meno sa più è geniale; – l’editore ha dei soldi che non si sa bene da dove tiri fuori; – questi soldi, che non provengono certamente dalla vendita dei libri, si rivelano essenziali per il proseguimento delle attività della casa editrice; – l’editore ha sempre un figlio adolescente che deve far lavorare in casa editrice; – il figlio/figlia dell’editore ha capacità specifiche ed esclusive nella rimozione di materiali costrittivi dal naso; – chiunque lavori nella casa editrice, dal redattore fino al lavavetri, ha cura di convincerti che lui saprebbe mandare avanti la casa editrice molto molto meglio di come stiano facendo tutti gli altri in quel momento; – in genere chi fa di queste confidenze ha difficoltà anche per ordinare un panino al bar; – i redattori pensano che i grafici siano delle scimmie con il mouse; – i grafici pensano che i redattori siano seguiti dai servizi sociali; – i disegnatori presentano il disegno di una manina che ride come se fosse un decennale prodotto di graphic design londinese; – è meglio chiudere con attenzione la porta del cesso comune dell’ufficio.

Ad un certo punto a Venerandi viene fatto credere che la facoltà di lettere stia per chiudere, e quindi decide di laurearsi per davvero.
Con l’ausilio di un piccolo cappello e alcune decine di strisce di carta, compone alcuni possibili titoli di tesi di laurea che propone a diversi relatori per valutarne la fattibilità.

Negli anni successivi imparerà che i relatori in genere sono affetti da preoccupanti disturbi della personalità, soprattutto (ma non solo) del disturbo schizotipico di personalità. Amanti degli A4, i relatori passano nel giro di pochi minuti dall’insulto verbale (con o senza schizzetti) a imbarazzanti inviti a pranzo presso la loro dimora. Abituati al tempo senza tempo dell’università i relatori hanno anche altri doni: l’”ubiquità scomposta”, che permette loro di essere in un altro posto mentre dovrebbero essere al ricevimento studenti, ma contemporaneamente di apparire per pochi secondi nel corridoio che porta alla zona di ricevimento studenti confermando in qualche modo la loro presenza; la “narcolessia del pensiero” che permette loro di parlare per svariate ore al dottorando della tesi di laura di un altro dottorando, senza però che nessuno dei due se ne renda conto; la “creatività del dito fra il pollice e il medio” che permette loro di operare drastici cambiamenti all’indice della tesi a pochi giorni dalla rilegatura della stessa; la “sindrome di Scotty” che permette al relatore di diventare lentamente evanescente e sparire nel nulla per svariate settimane.

Improvvisamente qualcosa nel processo di depistaggio del relatore si guasta e venerandi riesce a chiudere la tesi e discuterla. L’unica cosa che gli astanti ricordano di quel giorno è il negroni.

Durante un deserto di preghiera Venerandi incontra Dio. Di persona. L’incontro – durato pochi minuti – si svolge in un clima di reciproca cordialità, ma non dà luogo a nessun progetto di lavoro comune. Si scambiano comunque i biglietti da visita.

C’è un Venerandi prima di Wargames e un venerandi dopo Wargames. E’ un epifania, pur non essendo pasqua.

Per amore di una ragazzina Venerandi si iscrive, adolescente, a un corso di ballo liscio. Impara la mazurka, il valzer lento, il cha cha cha, la polka, il valzer viennese e le specifiche del tango. Partecipa ad alcune gare di ballo, vince alcune coppe. Di seguito compra “Socialismo e barbarie” dei CCCP e si rasa la testa a zero. Termina brillantemente il secondo album delle figurine di Candy Candy. Chiede ai genitori un cane per il suo amico immaginario. Nasce suo fratello. In quest’ordine.

Scene di vita familiare

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- ho capito primogenito il progetto che vorresti fare con me con arduino
- allora?
- ma ci metteremo mesi!
- eh lo so
- e poi. soprattutto: perché?
- perché cosa?
- perché dovremo farlo? è una cosa che ci metteremo mesi e che non serve a niente
- vero
- perché dovremmo farlo?
- papà
- eh
- per vantarcene
- ah
- per vantarcene, cavolo
- inizio a scaricare le specifiche

***

- secondogenito
- eh
- qua nel tuo compito dovevi descrivere gli esperimenti di scienze che avete fatto in classe giusto?
- sì
- leggo “La terza volta abbiamo fatto un esperimento in cui alcuni compagni si sono mangiati metà del punto di riferimento”
- sì, era un esperimento con gli orsetti aribò di gelatina
- ah
- erano gruppi di tre orsetti, i primi li mettevamo nell’acqua calda, i secondi nella fredda, i terzi facevano da punto di riferimento
- ah
- ma ci sono stati problemi con i terzi
- capisco

***

- ah primogenito cosa stai giocando?
- non è un gioco, è una simulazione del decadimento alfa del polonio. in pratica…
- non voglio sapere altro
- ma papà!
- non. voglio. sapere. altro.

***

- no papà questa cosa non possiamo farla
- eh ma dobbiamo farla
- no, è tecnicamente impossibile, ci sono otto pin in uscita noi ne abbiamo sette
- eh dobbiamo trovare il modo, perché…
- non è possibile. noi abbiamo delle risorse e dobbiamo trovare un obiettivo che sia raggiungibile con quelle risorse
- no, noi abbiamo un obiettivo e dobbiamo trovare delle risorse che ci permettano di arrivare all’obiettivo
- non sono d’accordo
- io non sono d’accordo con te
- mumble
- mumble

***

- mi vedi primogenito?
- sì, cosa…
- ho fatto uno webcam streaming locale, così posso vederti dal computer di sotto mentre fai i compiti di sopra
- meraviglioso. ma c’è un problema
- uh, aspetta scendo

(…)

- eccomi. perché dici che c’è un problema? lo streaming funziona
- quello sei tu
- ah
- c’è un lag di trenta secondi
- vedo. mi fa una certa impressione vedere me stesso in streaming
- eh, ora stai per scendere le scale e arrivare qua
- sembra un dannato film di lynch
- ora stai scendendo le scale, tra poco apparirai alla porta
- piantala, mi stai spaventando
- ora sei entrato in camera
- oh basta! ok spengo tutto, tanto i compiti li fai, no?
- certamente

***

- come mai hai messo questo vecchio cd? non hai sempre detto che lo odiavi?
- sì
- e allora?
- ho nostalgia degli anni in cui lo odiavo

***

secondogenito: quale è il colmo per un pappagallo?
primogenito: quale è il colmo per un pappagallo?
secondogenito: giusto!
primogenito: sì! Allora i test di logica a qualcosa servono…

***

- papà ora posso parlarti o sei ancora arrabbiato con me?
- sono ancora arrabbiato ma nonostante questo puoi parlare con me
- anche di scienze?
- anche
- anche del big bang?
- e vabbé
- pensavo, nel momento del big bang i corpi si sono espansi nell’universo perché non c’era nulla
- ok
- non c’era nessun attrito perché non c’era niente, quindi sarebbero andati avanti all’infinito? non c’era nessuna forza uguale e contraria a rallentarli
- così dicono. io non c’ero
- ma poi hanno iniziato a rallentare, perché la gravità che gli stessi corpi creavano creava forme di attrazione
- sì
- e poi si potrebbero anche fermare
- pensa che dicono che non solo si fermeranno, ma poi torneranno a contrarsi
- eh
- ma la cosa che a me sconvolge, primogenito, è che ci siamo noi
- cioè?
- migliaia di stelle, pianeti, un universo in espansione, e noi quattro in auto che andiamo a scuola imprecando contro questo cretino davanti che immagino che sia morto in auto il mese scorso dalla velocità con cui sta andando
- noi non stiamo imprecando
- tu no, io dentro di me infinitamente. non ti rovini la milza così a gratis
- capisco
- comunque, quando penso all’universo, mi chiedo perché noi qua sopra, come dei parassiti, a costruire orrori, farci del male e poi alzare la testa e capire l’universo. che senso ha averci piazzati qua a creare consapevolezza della struttura
- nessuno ci ha piazzato
- peggio ancora, noi a guardare una struttura che non sappiamo da dove viene, non sappiamo dove va, che è immensa, inimmaginabile rispetto a noi, e noi siamo qua a decifrarla, soli, con anche problemi legati alla sfera delle relazioni sociali, fragilissimi
- tipo che sei arrabbiato con me
- tipo
- però papà, noi conosciamo pochissimo di questa roba, non sappiamo nemmeno il cinque per cento dell’universo
- cinque per cento è un casino di roba
- quello sappiamo. comunque secondo me alla fine le galassie inizieranno a scontrarsi fra di loro
- ah
- finirà tutto così
- un enorme tamponamento a catena

***

{primogenito gioca con secondogenito a battaglia navale. sta vincendo secondogenito, gioca con tattica ed è determinato. primogenito gioca, sorride, manda le sue bombe, ma sembra non avere tattica, quando colpisce qualcosa non continua nel mare intorno per affondare la nave. io lo guardo e lui alza le spalle come dire, succede, a volte si vince a volte si perde. poi finiscono la partita, si alzano, se ne vanno a correre nel prato. mi cade l’occhio sulle caselle bombardate da primogenito. le bombe, nel reticolo, non sono buttate a caso come mi era sembrato, ma compongono enorme la scritta “CIAO”. era quella la sua tattica: riuscire a scrivere CIAO con le bombe prima di essere annientato}

Sinistre sintonie

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Sono seduto, sono tranquillo in auto accendo l’autoradio e riesco a sintonizzarmi su Radio3. In genere non ce la faccio, Radio3 è sempre soffocata da altre radio e in certe zone di Genova non si prende, spesso quelle dove ce ne sarebbe più bisogno. Tipo casa mia.
Comunque, sono in auto e sento Radio3, sto ascoltando questa trasmissione di cinema che ascolto da una vita, è una trasmissione che una volta ho vinto anche un libro indovinando il film della settimana, ho telefonato e ho detto “secondo me è la carne di Ferreri” e loro mi hanno detto bravo ha vinto, e io ho detto posso aggiungere una cosa, e loro mi hanno detto certo ci mancherebbe, e io ho detto “uccidete Silvano Agosti”. E loro non hanno detto più niente, poi mi hanno ritelefonato e mi hanno detto se volevo partecipare alla trasmissione il giorno dopo e spiegare a Silvano Agosti perché dovevano ucciderlo.
E io ho detto va bene.

Oggi, a vent’anni di distanza mi pento di aver usato quell’espressione, “uccidete”, perché la gente è peggiore di quello che pensavo all’epoca. Oggi direi qualcosa di diverso, culturalmente più preciso, ma all’epoca dissi quello.

Il giorno dopo mi ritelefonarono e io rimasi in attesa del mio momento e intanto preparavo da mangiare per una donna paralizzata e un vecchio con un tumore alla testa, li controllavo dalla porta per essere sicuro che non si facessero del male, e intanto aspettavo di parlare alla trasmissione e dire quello che dovevo dire a Silvano Agosti. Avevano un grosso telefono grigio a disco, come usava in quegli anni. Con un odore di persona e plastica e circuiteria. La signora fissava il vuoto scuotendo leggermente la testa, l’uomo stava con i pugni l’uno sopra l’altro, poggiati sul tavolo, e la sua testa posata sui pugni. Un terzo del cranio era coperto dalle bende di medicazione del tumore, che poi avrei dovuto pulire.

Quindi quella trasmissione l’ho ascoltata per tanti anni, e nel momento in cui inizia questo racconto sono in auto e sento che parlano di un documentario, e questo documentario è su Berlinguer. E io ascolto e sento parole nobili su Berlinguer e dopo un po’ capisco che chi sta dicendo queste parole nobili e un po’ retoriche su Berlinguer è Veltroni, e che la persona che ha fatto questo documentario è proprio lui, Veltroni. Mi vedo la sua faccia da pesce, serio, gli occhi che strabuzzano e sento la sua voce nelle casse.

Quando realizzo che sto ascoltando Veltroni parlare del suo documentario su Berlinguer su Radio3, mi accascio sul volante, accosto. Metto la fronte sul cerchio gommoso del volante e alla cieca, con la mano destra, schiaccio, finché non cambia la stazione e non parte qualche radio per le etnie sudamericane.