Mirare alto per volare basso: il film di Steve Jobs

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Ieri ho visto il film “Jobs” che racconta la storia di Steve Jobs e mostra come egli era un matto, una persona con grossi problemi che amava girare scalzo e camminava sciancato, non dice perché camminava sciancato, forse un incidente, una malformazione congenita, chi può saperlo. Io scrivo questa recensione perché devo purificare la mia scrittura e non scrivere parolacce e mirare alto per volare basso. Kutcher, l’attore che impersona Jobs, mi sembra bravo, ma non so se è davvero bravo perché ultimamente mi riesce difficile capire se un attore è bravo, non mi fido delle mie impressioni, non so come mai, mi capita anche coi libri, non riesco a capire se un libro mi piace o non mi piace, sarà per via del clima, tutta questa umidità, comunque Kutcher mi pare bravo anche se il film è un po’ così, non spiega bene le cose, magari uno pensa di capire delle cose della Apple, di Jobs, ma non si capisce niente da questo film se non che Jobs era una persona disturbata, soggetto a scatti nervosi, blocchi emotivi che gli rendevano difficile comunicare coi suoi amici e collaboratori tanto che a un certo punto l’hanno estromesso dalla sua stessa azienda. Anche lì, non si capisce bene come han fatto, è tutto un po’ così, un tanto al chilo. Poi dopo tot anni vanno a chiedergli di tornare e lui va nel reparto design e parla con il capo-designer, c’è la musichetta e il capo-designer guarda con occhi sognanti e fa tutto un pistolotto sulla bellezza, o sulla giustizia, non so, non ricordo, tutta roba che ti entra da un orecchio e ti esce dall’altro all’istante, la faccia da culo del capo-designer, la faccia emotivamente instabile di Kutcher, tutta roba che lascia dubbiosi, con la voglia di prepararsi un toast, un tramezzino. Anche il finale, lascia abbastanza dubbiosi. Se non mi fossi impegnato a non scrivere parolacce userei l’espressione “alla cazzo di cane”. Invece devo purificare la mia scrittura perciò dirò “alla pene di segugio”. Kutcher mi sa che era il tizio che stava con Demi Moore, mi ricordo che ero in vacanza in Francia, giravamo in macchina di notte per paesucoli normanni e bretoni, non c’erano telefoni, computer, non c’era nulla in questi paeselli spazzati dalla pioggia e vento, avevamo la tenda sul tetto della macchina e una notte in una viuzza di uno di questi paeselli ci imbattemmo in una gigantografia di Demi Moore, era il poster del film “Striptease”, una immagine gigante di Demi Moore nuda seduta per terra, la guardammo a lungo perplessi, inebetiti, non sapevamo cosa dire, Demi Moore era nuda, seduta su un pavimento invisibile, illuminata ad hoc da faretti appositi che facevano molta luce tanto da far sparire intorno le casette normanne e bretoni, i muri di mattoni ma non il vento secco che ci sferzava la faccia e sbatacchiava i cappucci dei nostri k-way e insomma un film tutto sommato senza infamia e senza lode, c’è anche Matthew Modine, smagrito e rossiccio, col collo rugoso, e c’è anche quell’altro tizio molto simpatico che non mi ricordo mai come si chiama ma tutte le volte che lo vedo in un film dico ahh guarda chi c’è, e sono contento perché è un tizio molto simpatico.

Note sul mercato ebook italiano

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Cazzo, pensavo, ieri ho pensato, cazzo, bisogna che mi compro un nuovo reader. Ma coi reader qui, il mercato ebook italiano qui, ci son dei problemi. Cioè io ho un Sony vecchio comprato tot anni fa, un bocchino da 6 pollici che non si legge un cazzo, quando giri le pagine a volte si blocca, a volte lo schermo flesha o traballa oppure fa un effetto strano che sembrano le lettere sbreccate e inoltre ho smarrito il cavetto per caricarlo sicché ho detto cazzo, fanculo, ho pensato, me ne compro un altro, e sono andato a vedere, niente, quel Sony lì è ancora in vendita allo stesso prezzo dopo tot anni, un prezzo esorbitante per un simile bocchino, cioè cazzo, va beh, allora ho detto beh me ne compro uno nuovo, faccio un investimento peso e compro un Kindle con lo schermo grande, a colori, che leggo bene, e cosa scopro? scopro che costa un botto cazzo, e poi grande non c’è, sono tutti piccoli, sono piccoli e costano un botto sti cazzo di readers, e poi leggo delle recensioni e tutti dicono che non vanno un cazzo, che ci sono dei problemi, allora dico ok, aspetto un attimo, intanto vado a vedermi gli ebook disponibili negli store e non trovo un cazzo, anche libri nuovi, famosi, di cui non me ne frega un cazzo, per dire, faccio la prova per vedere se si trovano, niente, non si trovano, o se si trovano costano come i libri di carta se non di più, allora dico cazzo, ma che cazzo è? allora ho detto cazzo, va bene, ho pensato, calma, vado sul sito del grosso editore, magari il grosso editore vende gli ebook direttamente dal suo sito, vedrai che sarà così, e allora vado sul sito, sono su un dispositivo mobile, apro il sito e i menu sono accavallati, le scritte dei menu sono una sopra l’altra non si può leggere un cazzo, il sito non è ottimizzato per dispositivi mobili, allora ho detto ma, scusa, cazzo, ho pensato, ma che cazzo, fanculo, poi dicono che nei miei racconti dico troppe volte cazzo, ma cos’è uno scherzo? Uno una volta mi ha detto che nei racconti dico troppe volte “e”. Poi mi han detto eh no sai perché, la gente legge i giornali, le riviste, coi readers. Riviste? ma che cazzo dici, quali riviste? Eh le riviste, l’Internazionale, quella roba lì, la Repubblica, roba fast. Roba fast? ma che cazzo sbocci, ma l’hai vista Repubblica? è un tomo così cazzo, tutti i giorni, a leggerlo tutto ci metti un mese porca vacca, cioè non lo so. Ma no, ma sì, ma perché la gente scarica Repubblica sul device e poi legge uno o due trafiletti così, nel metrò, in tram, mentre va a lavoro, oppure al massimo scarica libri porno craccati. Libri porno? ma che cavolo dici, quali libri porno? Sì, libri di fantascienza porno degli anni 20, per dire, roba che in cartaceo non si trova. Libri russi degli anni 20 scritti da pittori, avanguardie, roba con alieni porno. E allora insomma così, tutto mi è sembrato ridicolo e non ho comprato un cazzo.

“Il comunista impertinente”

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Venezia – è uno di quegli annunci imprevisti ma nello stesso tempo del tutto logici, una volta che ci fai l’abitudine. Mario Martone sceglie la cornice veneziana per annunciare la seconda parte della sua trilogia sulla poesia italiana. Dopo “Il giovane favoloso” dedicato alla vita di Leopardi, è la volta di “Il comunista impertinente” che ricostrusce con vivacità la vita e le opere di Edoardo Sanguineti.

“È da tempo che pensavo al secondo capitolo. Abbiamo già iniziato le riprese”. La scelta di Sanguineti non è stata una scelta facile, ammette Martone. “Penso che questo mio film sia un tributo al poeta, ma anche una scelta di sdoganamento di un certo tipo di scrittura della neo avanguardia che è rimasta sommersa dal grande riflusso del neo-consumismo degli anni novanta”.

Desta quindi curiosità la scelta dell’attore che interpreterà Edoardo Sanguineti. Si tratta infatti di Massimo Ceccherini, attore dalle molteplici facce, questa volta alle prese con un ruolo atipico, capace però di aprire nuove strade recitative e inaspettati sviluppi. L’attore però, presente anche lui con Mario Martone a Venezia, sdrammatizza scherzando: “Mi basterà smettere il toscano e leggere tutto in genovese” dice per poi sparire in uno dei pochi bar aperti al Lido.

Al momento non si conoscono le date previste per l’uscita del film.

Master in fuffa digitale

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moustache-hipster-style-768x1024 Riaprono anche quest’anno le iscrizioni al master in fuffa digitale della redazione di lamerotanti. Ricordiamo che il master è aperto a tutti, non è richiesta né laurea né altro titolo di studio, anche se sono favorite lauree senza sbocco lavorativo, come lettere o scienze della comunicazione. Il corso richiede il pagamento anticipato da parte del papà dello studente e il prezzo è fissato in ottocento euro del nuovo conio. Viene rilasciata fattura anche se non sappiamo dove andrà a finire. Come certi uccelli.
Il programma, tenuto da professionisti del settore e di settori attigui e anche di settori davvero molto lontani, verte sulla fuffa digitale e ha come obiettivo primario la formazione di soggetti abili a gestire materiali equipollenti a loro stessi, declinati al digitale. Non tanto una formazione lavorativa su quello che oggi si potrebbe fare nel campo del digitale, ma una fotografia dei lavori di domani, in settori che ancora non esistono, magari anche su pianeti distanti dal nostro e con atmosfere a base azoto.
In seguito, in dettaglio, i corsi che partiranno a partire da fine settembre, ogni venerdì dopo l’aperitifuffa delle diciotto e trenta fino alle diciannove circa. Saranno presenti slide:

  • Chi la fa l’aspetti: quando fare è sbagliare. Visioni sul futuro fattibile
  • Steve Jobs, corso base
  • Come portare traffico al tuo sito
  • Come eliminare traffico dal tuo sito. Le rotatorie: un’ipotesi possibile?
  • La sintassi e grammatica su internet: dove la forma rallenta soltanto liddea
  • I Social Network, spocchia e indignazione: 33/33/33 come con il negroni?
  • Steve Jobs corso avanzato
  • Mappatura e calendarizzazione delle presentazioni editoriali: come risolvere l’annoso problema della cena e fare anche quattro chiacchiere con gli studenti dell’anno scorso
  • L’inglese e l’intercalare: da startup a briefing, le paroline da mettere in mezzo per fare next stepping
  • Da trend a folk: abbandonare le tecnologie fichette prima che puzzino di sciacquatura di piatti
  • Fuffa statistica: i numeri sono desideri. Costruire castelli di parole basandosi su tre numeri tre senza fonte
  • Vedi l’america puoi muori. Tecniche di riversaggio culturale. Se lo fanno gli americani prima o poi lo faremo anche noi in Italia: se è vero, avevi ragione. Se non è vero, vedi corso su “Italians do it worse.”
  • Immaginare cose che non esistono non è schizofrenia, se produci reddito. Guida alla visionarietà imprenditoriale.
  • Italians do it worse. Corso di flagellazione etnica: l’italia è uno dei posti peggiori del mondo per lo sviluppo tecnologico, l’accidia delle persone, l’impreparazione imprenditoriale. Segue spettacolo su pulcinella
  • Le zanzare sono buone: tra il thread e il quattrod. Protrarre discussioni fino allo sterminio della razza umana per sfinimento
  • I meme: perché la masturbazione, tutto sommato, è meglio
  • Teoria ed etica degli epic fail: errare è umano ma non fa curriculum
  • Uso della chiocciola, della coccinella e di altri insettini
  • Gli hashtag e le h. Dove vanno messe esattamente?
  • Steve Jobs corso pro

Le iscrizioni terminano nel momento in cui il sito sparisce nel nulla e non ricevete più nessun segno di vita dalla redazione. Iscrivetevi ora!

Al cattivo difetta la promozione

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- ma perché
– cosa
– nei film o telefilm americani
– eh
– ad un certo punto il cattivo cattivo dice al buono, eh ma noi siamo in realtà molto simili
– ah vero
– e il cattivo dice al buono, se solo tu accettassi di stare con me pensa alle grandi cose che potremmo fare
– vero
– e in realtà non c’è niente nel film fino a quel momento che abbia dato anche la benché minima impressione che i due siano in qualche modo simili, o che possano fare assieme qualcosa di più complicato di una partita a calcetto
– e già la partita al calcetto…
– infatti, già quella sarebbe un gran casino
– guarda, io credo che sia qualcosa di sindacale
– uh
– vuoi fare la sceneggiatura di una fiction americana? bene ma ci sono due o tre cose che devono esserci per forza
– ecco
– una bandiera americana che sventola, un vecchio poliziotto nero vicino alla pensione, elicotteri, un bianco wasp che ha un ex-moglie con cui si è lasciato o che è morta male, gente specializzata in campi scientifici settorialissimi che però nel film mostrano di non avere dimestichezza con le regole base della fisica, rimozione di ogni possibile trauma muscolare dovuto a cadute da altezze improbabili o scontri contro moto o cazzotti che nel mondo reale per sei mesi non alzi un dito, e poi sì, il villain
– il villain
– il cattivo cattivo che nella vita ammazza gente, vende armi, pensa solo ai soldi alla droga alle donne, ma che quando si trova con il buono si ricorda di essersi in passato laureato in filosofia
– ecco, è lui
– e si mette a fare dei discorsi pesi sul senso della vita e sulla morale, soprattutto sulla morale
– al buono
– esatto, diciamo come se Nietzche fosse stato assunto dai baci perugina per fare i biglietti, il livello è quello
– e il buono è tormentato
– tormentatissimo, vedi che per un attimo ci pensa, e qua c’è la seconda cosa improbabile
– ovvero?
– che in genere i villain fanno una vita orrenda
– ah
– vivono come reclusi, circondati da gente che sembra uscita da un fumetto di gangster anni cinquanta, fanno una vita di lusso sfrenato che però sembra di una noia mortale
– eh sono cattivi mica per niente
– infatti, e in genere per il buono sarebbe un passaggio al peggio, non è mai una ipotesi vantaggiosa, è chiaro che il villain sta vendendo pentole alla gita gratis per anziani
– diciamo che in generale, al cattivo difetta la promozione
– fondamentalmente

Lavoratori d’Italia: invadiamo la Libia

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a cura del prof. Giovanni Pascoli

La grande proletaria si deve muovere ancora.

Vedete i sui lavoratori immobili, a guardare lo schermo mentre altri lavoratori, africani, rumeni, sudamericani arrivano in patria – troppi – e devono lavorare per troppo poco. Arrivano oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada.

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Le vere foto di quello che Israele ha fatto ai palestinesi

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Avete presente Facebook, è un posto dove tutti vanno a cazzeggiare, scrivono cose, condividono, si indignano. In questo periodo due cose si sono incrociate, le azioni militari di Israele ai danni di Gaza e i mondiali di calcio: su Facebook è scattato il cortocircuito.
Nel senso che ho iniziato a leggere commenti di gente che parlava del conflitto tra Israele e Palestina con gli stessi toni con cui avrebbe commentato al bar una partita di calcio, dicendo – ad esempio – che i palestinesi si sono presi “varie batoste nel ’56, ’67, ’73, ’82, ’06…”. Ma si rifaranno nel prossimo campionato.
L’indignazione è equamente distribuita.

La cosa che mi ha fatto pensare sono state le foto, decine di foto condivise di bambini estratti dalle macerie, con le gambe staccate dal corpo, sanguinanti e circondati da militari. Benché fosse sgradevole ho tagliato quelle immagini e ho cercato le fonti, per vedere se effettivamente si trattasse di immagini reali. In genere le immagini erano reali, ma spesso non avevano niente a che fare con il conflitto attuale. Alcune erano di due, tre anni fa. Alcune, molto dolorose, non erano nemmeno relative a Gaza.

I pensieri sono stati diversi. Erano comunque immagini reali, gente davvero morta sotto altri bombardamenti, ma non erano legate al fatto di cui si parlava nel post. Il loro utilizzo era deformato nella forma, non nella sostanza, ma ne inficiava anche la sostanza: perché c’è bisogno di usare dolore di repertorio al posto di quello reale di questi giorni? Forse perché sono immagini più vendibili, più esemplari e condivisibili in rete, sui social.

E la dietrologia: chi mi dice che quelle immagini decontestualizzate non siano messe in rete da chi vuole farne successivamente emergere la falsità per indebolire la portata dell’indignazione? Nel momento in cui cede l’autorevolezza di una fonte, tutto è possibile.

Ma la cosa che mi ha più amareggiato è legata alla Siria. Una foto in particolare mostrava un bambino con le gambe recise di netto. Il bambino vivo, insaguinato. Ho cercato l’immagine, e non è di ieri e non è nemmeno di Gaza. È un immagine di un anno e mezzo fa e il bambino è siriano, di Aleppo. Qui il cortocircuito mediatico e sociale è spesso: io quell’immagine sui social, un anno e mezzo fa, non l’ho vista circolare. La Siria non è un prodotto mediatico capace di entrare nel gioco delle tifoserie contrapposte, perché è un argomento più complesso, meno immediato. Non entra in 140 caratteri. Fa ancora più male pensare che quell’immagine, il bambino con le gambe recise, funzioni meglio a Gaza, oggi, che in Siria un anno e mezzo fa.
Gente che non condividerebbe la foto legata ad Aleppo, la usa oggi per Gaza perché è infinitamente più facile indignarsi per questo, invocare la pace, mostrare l’infanzia distrutta.

Siamo più generazioni, i nostri padri, parte di noi, molti nostri figli, che hanno ancora una coscienza collettiva catodica. Riesciamo a focalizzare la nostra attenzione solo su un fatto alla volta, per un tempo non troppo lungo, e solo se è qualcosa in cui non siamo soli. Ci troviamo rassicurati nelle grandi partite del mondiale o nell’indignazione contro il male, finché questo ci rende meno soli e finché i concetti di questo ambiente in cui ci muoviamo restano a livello disneyano. I buoni, i cattivi, l’ingiustizia, il bene. Ogni altra cosa, ovvero il 90% del reale, ci confonde, ci richiede un tempo e una capacità decisionale meno chiara e pulita.
Ci annoia.

E allora cambiamo canale, c’è sempre la fiction e la nera, per sopravvivere fino a lunedì.