Non bisogna mai pensare di notte

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È notte. Sono le quattro di notte. Guarda il buio. In questa casa non si vede niente, quando si abbassano le tapparelle viene il nero più completo. Potrebbe essere in qualsiasi posto. Aveva anche letto un libro di uno che di notte pensava di essere in luoghi del passato e con la mente ricostruiva nel buio le architetture delle camere. Chi era? David Foster Wallace. No. Non era lui, ma avrebbe potuto. Proust. Era Proust.
I romanzi e la distribuzione del libro erano perfetti per la ristretta elite di lettori borghesi. I tempi cambiano, anche i dinosauri. Un tempo i dinosauri divoravano incauti viaggiatori del tempo, ora fanno pulcini.
Le quattro di notte, la sveglia ha suonato per mezz’ora, poi Enzo l’ha spenta. Segnava le ventuno e dieci, ma erano le quattro di notte. Era sballata, era di suo figlio. Si era messo la sveglia per ricordarsi di vedere The Mentalist. Il nostro giudizio critico sulle cose nasce dalle rose.
Allunga la mano per sentire se accanto a lui c’è ancora qualcosa. Sente, tocca. Una parte interna del suo cervello è ancora abbagliata dai led dei due cellulari. Per quanto ne sa potrebbe essere su una navicella orbitante attorno a saturno. I rumori dell’ambiente. L’astronave non fa suono. Anche il de-gravitatore gira all’interno di cerchi bagnati in olio. Uno scroscio lontano: qualcuno, da qualche parte, ha cessato.
Allunga ancora la mano. One piece. Il brizzolato dei fantastici quattro. Anche loro allungavano gli arti se non ricorda male. Allunga ancora la mano.

Fa freddo.

Enzo si stringe nel piumone. Sente il suo odore che sale da sotto. Lasciamo più denti, capelli, odori che pensieri, post mortem. La sua ambizione si è scontrata con quella degli altri. Espressione latina: vaso di coccio circondato da vasi di rame. Forse non era rame. Non se la ricorda. Di lui diranno:[ ]*. Saranno le cinque ormai, pensa.
Essere felici non è difficile, se sei nello stato d’animo adatto. Tipo se sei vivo. Le ginocchia sbucciate. Perché da ragazzo si sbucciava sempre le ginocchia, la terra dentro. Il gusto del sangue quando inizia a raddensarsi. Era felice da ragazzo? Non lo so, era come adesso. Enzo pensa. Sono cambiato come i dinosauri. Come il tempo. Come il dolore.
Non bisogna mai pensare di notte. Di notte non si pensa, si aprono le falle. Immaginatevi una nave, un bianco fuscello che salta sulel o

rifaccio: immaginatevi una nave, ampia, grande rugginosa, che va diritta con difetto di bussole, ampie vetrate e equipaggio scomparso da tempo. Di notte qualcuno scende nelle fondamenta della nave, nel cemento armato incastrato nel fondo marino e apre le finestre sotterranee. Le lavatrici oceaniche. Così Enzo. Entra acqua sporca, cadaveri di girini e altri piccoli rettili, vestiti di gente mai vista sui cui galleggiano insetti dentati, pronti a saltare e succhiare ogni cosa per sopravvivere fino all’alba.

Saranno le cinque di notte, le quattro. Enzo ha freddo, tanto vale che mi alzo, pensa. Se mi alzo il freddo aumenta. Pensa. Si alza, pensa, e va a sbattere contro un mobile che non c’era. Scopre di essere in un altra casa. Nella camera da letto di Proust. Piante marce, quadri, odore di chiuso e spezie. L’ottocento, l’arrivo del novecento. Fa un freddo bastardo, pensa. I klingon. Enzo pensa a come potrebbe scaldato.

Vidi una donna, alta, nobile in viso e in aspetto, di fragile fattura, con gamba sinistra parzialmente mutila e leggero strabismo, che reggeva in mano una bilancia e in seconda mano una cornucopia di profilassi varie. Ella, vestita di radi lenzuoli azzurri che più mostravano che coprivano, venne verso Enzo con un sorriso che mostrava numero due lingue parzialmente retrattili e denti incidentalmente tutti canini. Che cazzo. Ella disse parole oscene che non posso riportare ma che Enzo comprese con lieve inchino. Sangue si sposta. Chissà perché siamo fatti così, pensa Enzo. Le estremità del corpo. La riproduzione. Ella, mostro lui una piaga suppurosa. Enzo non distoglie lo sguardo. Lo sventurato rispose.

La mia casa editrice

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Quando torno a Genova, non piango, non batto la testa contro il muro, ma penso a questa mia altra idea, che è quella di farmi da me la mia casa editrice che pubblica i miei stessi libri, ho già il nome pronto si chiamerebbe ‘i soldi di papà’ e avrebbe una sola collana con i miei libri, ma in realtà se proprio dovessi fare una casa editrice avrei delle idee molto più fiche, tipo la più fica è quella della casa editrice con le imitazioni, tipo una collana di libri che scriverei tutti io ma sotto falso nome, e sarebbero delle imitazioni, come le addas che sono le scarpe imitazioni delle adidas, e tipo pubblicherei ‘il pendolo di focò’ di u. eco, dove la u viene spiegato in terza di copertina sta per ulberto e la storia sarebbe identica al pendolo vero quello di umberto eco, ogni sera mi leggo un capitolo e lo riscrivo io più o meno con le stesse cose, ma in stile più sciatto e un po’ più corto, e ci farei tutta una collana così di roba semplificata di grandi successi, tipo ‘dài, dove ti porta il cuore?’ di susanna tanaro, ‘il come della rosa’ o mi inventerei veri e propri scoop tipo pubblico ‘giro giro tondo’ il romanzo giovanile di qulicchia che ha poi ispirato ‘tutti giù per terra’ e in pratica anche in questo caso mi rileggo tutti giù per terra e lo riscrivo magari con qualche errore giovanile, se c’è gente che compra il fermo e lucia del manzoni vuoi che non ci sia chi compra ‘giro giro tondo’ e io credo che questa casa editrice venderebbe libri come fossero panini all’olio, non solo perché attirerebbe la fascia di mercato di quelli che vanno in libreria due volte all’anno e quindi si compererebbero ‘il pendolo di focò’ tutti convinti di avere tra le mani un libro dell’eco originale, e non solo perché io questi libri mica li distribuirei nelle librerie, ma li distribuisco nelle edicole specie quelle delle grandi stazioni ferroviarie dove la gente che prende il treno e si accorge di non avere niente da leggere prende qualunque stronzata ci sia nell’edicola tipo ‘pratica e teoria del frutteto misto nel settecento’ ho visto titoli nelle edicole delle stazioni ferroviarie che secondo me sono studiati apposta per le edicole della stazione, ma anche perché attirerei tutti i lettori new radical chic che troverebbero la cosa molto graziosa e fichetta e li prenderebbero per tirarli fuori nel mezzo di una festa mondana tipo -oh raga sapete che mi sono preso ‘la rabbia e il cordoglio’ della doriana fallaci, e giù risate e passarsi il libro di mano in mano, oh mica faccio delle parodie, grande professionalità, la prima cosa è una grande professionalità e poi risparmio su tutto il resto, cioè i libri li scrivo io e avendo già la storia scritta non è neppure questo grande sforzo un capolavoro della narrativa al mese ce le faccio senza grossi problemi, la copertina la faccio io, ci vuole solo un grosso investimento per cominciare anche perché un’operazione del genere si baserebbe principalmente sulla promozione, copertine di merda, carta di merda, rilegatura a sputo e speranza e tanta tanta promozione e distribuzione, tanto i libri mica li rileggi e la casa editrice si chiamerebbe ‘effetto doppler’ e la collana la intitolerei qualcosa tipo ‘Le Grandi Opere della Narrativa del Nuovo Millennio’ o altra cosa molto nulla, ci sono frasi che più le gonfi più diventano asettiche e nulle si neutralizzano, uno non le legge neppure, oppure altra idea molto fica è quella di fare i sequel, al cinema tutti vogliono i sequel e in narrativa sarebbe anche facile da fare tipo dei grandi classici come ‘i promessi sposi II: il ritorno di rodrigo’, e tu prendi renzo e lucia che vanno a vivere sul lago di como e di notte dal lago esce questo morto vivente che è don rodrigo che è uno zombi che si nutre di sangue e qui viene fuori uno splatter mica male, o anche un episodio laterale tipo ‘dante’s mistery books’ una serie di noir in cui dante -che nella fiction fa l’investigatore per i ghibellini- indaga su omicidi avvenuti nella Firenze del 1200 e parte del libro si svolge nella Firenze del 1200 e parte all’inferno dove dante scende per ritrovare il morto e cercare di avere da lui indizi sull’assassinio anche questa sarebbe una collana fichissima che ci si potrebbero anche trarre dei film di grande successo di pubblico, da quello di dante ci verrebbe bene anche una serial-tv, anche in questo caso i sequel li scriverei io per risparmiare o potrei assoldare scrittori famosi come busi per fare gli episodi d’autore un po’ come quentin tarantino che ha diretto una puntata di CSI, e potrei fare anche una seconda collana con i remake, pago scrittori famosi per fare remake di libri classici che magari sono un po’ pallosi da leggere, tipo ‘Guerra e pace’ rifatto in volumetto singolo e riscritto da Paolo Nori, centoventi paginette sottili sottili scritte con quel simpatico tono colloquiale di paolo nori e in un colpo solo leggi sia Tolstoj che Nori, il nome della collana potrebbe essere two gust is better than one che fa tanto metalinguaggio, le idee poi vengono, non è difficile avere idee, c’è uno che conosco che ha fatto lo scrittore che dice che ha smesso perché la cosa più bella dei libri è avere le idee dei libri, che sono molto più interessanti di quello che poi scrivi nel libro, che è invece una cosa noiosissima e imperfetta un po’ come -dice lui- capire come va scritto un algoritmo per un programma di computer è una cosa fica, venerandi, hai questa intuizione logica del codice che devi scrivere, non è una frase non è neppure una idea è una cosa senza forma che ti danza nella testa e danzando muove altre forme attorno, capisci, è l’algoritmo la serie di istruzioni che fanno la cosa, ed è quello il momento venerandi, solo in quel momento, poi il resto è la decomposizione, la noia, la fallibilità del mezzo bla bla bla ecco cosa mi dice di solito questo ex scrittore e mi fa sempre questi esempi informatici perché lui ha smesso di scrivere per mettersi a fare programmazione di gestione mense aziendali e dice che adesso è molto più felice e sereno di quando faceva lo scrittore, perché il microcosmo della scrittura è fatto dagli scrittori che sono esseri patetici in quanto la stessa scrittura altro non è che uno sfogo sopravvalutato di una patologia psicologica, vagamente psicotica (sono parole sue), e come se questo non bastasse di solito gli scrittori sono pure un po’ stronzi e alienati quindi non è bella gente da starci assieme e quindi dopo aver pubblicato e venduto migliaia di copie dei suoi libri lui ha preferito smettere di stare con gli scrittori perché al di là del fatto fisico di scrivere il libro c’era anche tutto un mondo di relazioni umane che lo rattristava e lo rendeva un uomo sostanzialmente insoddisfatto e cose del genere.
E pensando tutte queste cose ho finito di salire le scale e credo che farsi la propria casa editrice potrebbe essere una soluzione, considerato che l’editore di Bologna mi ha detto merda, che ho perso il manoscritto e che l’editore romano mi ha letteralmente vomitato addosso, che quello del vercellese mi ha chiesto dei soldi e poi ci ha anche provato, ecco, credo che farmi una mia casa editrice risolverebbe eccetera, penso cose del genere, mi chiedo cosa dovrei fare per fare una casa editrice se dovrei chiedere il permesso a qualcuno o cosa, pensieri di questo tipo e quando sto per aprire la porta di casa mia la porta si apre da sola e vedo il volto di mio fratello, immerso nell’oscurità e mio fratello sorride e dice ciao ti aspettavo e dice ancora che l’ha fatto.
“Cosa.. Non hai mica aperto il frigo?”
“No, lascia perdere il frigo. Ora sto meglio. Mi sono iscritto a geriatria. Per il tuo romanzo”

(tratto dall’inedito romanzo che ho scritto davvero ma non ho voglia di pubblicare “è facile smettere di scrivere se sai come farlo e hai una vita reale”)

A cosa serve la letteratura? A dare orgasmo

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Koch sono stato ieri su un sito, non ti dirò l’indirizzo di questo sito che si chiama hysterical literature, non farò mai questo stupido errore, è successo che moriccaz mi fa avere questo link, niente altro, solo il link, io mi collego e ci sono dei video, cinque o sei, fondo nero, video in bianco e nero, una ragazza seduta ad un tavolo con in mano un libro o un ebook reader, a seconda della ragazza, e la ragazza dice il suo nome e inizia a leggere alcuni grandi classici della letteratura americana o inglese e dopo un po’ che legge inizia a fare dei versi, non poetici, versi con la bocca, poi dei mugolii, poi in pratica, per fartela breve, prima o poi, inizia a ad avere orgasmi, più o meno, orgasmi koch quanto è che non senti questa parola, finché ne ha uno abbastanza pieno da farle smettere di leggere, si ferma proprio, abbassa il capo, fa i versi del caso, in alcuni momenti stropiccia le pagine del libro e allora si ferma, dice il suo nome e quello che stava leggendo e si ferma.
il primo che ho visto ho detto ok, va bene, ma poi ho letto le specifiche del progetto e ho scoperto che mentre la ragazza legge, sotto al tavolo c’è un operatore che la stimola con un vibratore. il cuore del progetto è questo koch, una ragazza che legge i grandi classici mentre sotto al tavolo viene stimolata con un vibratore fino a raggiungere l’orgasmo.

puoi capire. ho pensato koch che noi dobbiamo fare uguale. ma senza vibratore. le cose che scriviamo koch devono fare questo, portare orgasmo nel mondo koch, ma non solo alle ragazze in età da orgasmo koch, no accidenti, anche ai maschi, uomini, donne, relitti, alla resistenza umana. e soprattutto senza vibratore. dobbiamo scrivere per fare esplodere la testa alle persone, per infilarci dentro e fargli venire il cervello, immaginati il cervello come un grosso muscolo apocefalo, immaginati due mani che lo prendono e lo portano fino a schiumare intelligenza, passione, odori fuori dai pori, dai gangli nervosi, dagli episticchi cromatici che arrivano fino al solido osseo, al cuoio cappelluto, alle antenne azzurre che certe ragazze nascondono alla base del collo.

è questo che dobbiamo fare koch. e abbiamo così poco tempo, così tanto rumore di fondo e così tanti occhi da abbagliare.

donna che ti fissa con un libro in mano

Caro Koch

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Antonio Koch è un po’ che non scrivo, che non ti scrivo e questo perché ho molto da fare. Questo non significa che la mia vita sia molto attiva, che io abbia sempre da fare, ma significa che ho molto da fare e quando non faccio sono così. Cambio i miei stati di facebook e friendfeed e non riesco a scrivere. Penso al tempo che ci vuole per scrivere e lascio perdere. Ricordi quei tempi in cui volevamo pubblicare? E ti ricordi quelli successivi in cui non volevamo più pubblicare? E quelli ancora dopo in cui non volevamo manco scrivere?
Ecco qui siamo nei tempi successivi, i tempi wtf.
Tu sai quanta gente scrive Koch? Tanta. Sai quanta gente legge? Tanta. A dispetto delle cose che dicono che in Italia si legge poco. La gente che legge è invece fin troppa, considerato cosa legge.
Credo di averti sognato qualche giorno fa, Koch, anzi ne sono sicuro. Ero a Bologna.
Non mi ricordo il sogno ma se mi permetti me lo invento. Per non lasciarti un vuoto narrativo.
Eravamo io e te in una grossa casa. Stavamo parlando.

KOCH: quindi hai conosciuto Mr Minghini?
VENE: quando?
KOCH: alla festa.
VENE: non ero alla festa.
KOCH: io c’ero alla festa. Ti ho visto.
VENE: sono andato via quasi subito.
KOCH: dormivi sul divano con Mr. Minghini quando ti hanno sbattuto fuori perché non c’era più nessuno.
VENE: non credo fosse Mr. Minghini.
KOCH: Mr. Minghini è ok.
VENE: Mr. Minghini è morto.
KOCH: è stato un incidente. Non è stata colpa tua.
VENE: non mi crederanno.
KOCH: è meglio se per un po’ cambi giro, se stai fuori da Bologna.
VENE: ho una pianta.
KOCH: può essere un problema.
VENE: una pianta.
KOCH: non dovevi avere oggetti affettivi, lo sapevi.
VENE: volevo dire una palma, non una pianta.
KOCH: (ti sei acceso una sigaretta, nel sogno)
Non cambia molto.
VENE: la butterò via.
KOCH: non bisogna uccidere cose viventi. Fa male al Karma.
VENE: il karma.
KOCH: stiamo parlando di energia cosmica.
VENE: Mr Minghini mi ha parlato del Karma. Ha detto che aveva dei videotape.
KOCH: Mr Minghini aveva videotape su tutto.
VENE: mi ha parlato del Karma e di questi videotape.
KOCH: letteralmente su tutto. Letteralmente.

Nel sogno reale ad un certo punto alzavi la testa dal tavolo, o forse ero io, e urlavamo cosa cazzo ci stiamo facendo qua? Non era un urlo, era più un grido. Poi si faceva silenzio e prendevamo la penna e il foglio che ci avevi dato. Tu eri Mr Minghini e ci guardavi che iniziavamo a scrivere ancora, avevi uno sguardo che sembrava la morte, verrà Mr Minghini e avrà i tuoi occhi, Koch. Poi si è sentita la voce di Laura Paused che di

buona pasqua koch

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è morto sai baba, koch, sono stato dai miei genitori e gli ho chiesto di farmi vedere le mie foto di quanto ho fatto la mia comunione e loro hanno tirato fuori il “mio” album delle foto ed è stato inopportuno. c’ero io negli anni settanta, negli anni ottanta e ancora qualcosa degli anni novanta, c’ero io al liceo, io vestito da scout, io vestito da donna, io bambino con la cuffia di plastica rossa al bordo della piscina, io appena nato nelle mie braccia, cioè in quelle di mio padre solo che in quella foto sembro io, io vestito da ballo con al fianco la mia compagna di ballo, è stato inopportuno. è stato inopportuno koch, il giorno in cui è morto sai baba poi.

non so niente di sai baba koch, niente, ma in quel momento mi sono ricordato perché non ho mai voluto che mi facessero delle foto, ho sempre odiato che mi facessero delle fotografie, mentre sfogliavo quell’album lo capivo, era perché quelle foto erano tremende. quei posti, quei vestiti, quei tinelli, quelle tende, quegli oggetti sembrava di essere finito in una specie di macchina del tempo e di vivere in un mondo parallelo a questo, ma carico di negatività.

in quelle foto ogni cosa era carica di negatività se avessi aperto uno di quegli armadi che si vedevano nella foto sarebbero usciti dei pezzi di carne, corpi umani, tibie, era un mondo parallelo a questo dove io ero cresciuto nutrendomi di carogne, di cadaveri che i miei genitori tenevano ben serrati negli armadi e dietro gli sportelli del tinello, ecco perché tutti quei sorrisi.

l’orrore delle foto è che fotografano veramente un momento qualunque e lo fanno con una spietatezza che è scorretta, è impietosa. io non ero lì dentro, non ho mai vissuto quella roba, e se l’ho fatto ho cercato di fare in modo di dimenticarlo nel minor tempo possibile. la scrittura esiste perché non fa vedere le cose come sono, ma te le fa desumere koch.

koch non ho morale a sai baba che muore il giorno di pasqua, non ho morale al fatto che oggi non sono morto in auto, nonostante avessi avuto dei presagi al riguardo. la morale è che ho nausea, che ho dentro di me ancora i cadaveri che ho mangiato negli ultimi quarant’anni e che mi stanno soffocando la gola, il pancreas, sono arrivati fino ai reni, hanno ramificato fino a quel punto; vorrei che non fosse così, vorrei farmi un buco nel ventre e farli uscire, ma so che come al solito bucherei l’intestino o il colon e uscirebbe quella massa verdastra, quella paccottiglia molla e appiccicosa e rimarrei in ginocchio sulle piastrelle a fissarla senza fare niente as usually.

buona pasqua koch.

il giorno dell’incendio

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Ho capito il natale guardando “polar express”. È un film di animazione che ho visto alla televisione l’altro ieri, parla di una gruppo di bambini che salgono su di un treno magico che va al polo nord dove c’è babbo natale.
In quel film c’è un sacco di america e c’è tutto lo spirito vero del natale, ad esempio non nasce nessuno.
Il natale viene spogliato da tutti i rami secchi della benevolenza e della compassione cattolica per diventare una schietta festa imperialista che segue un unico imperativo: believe. Tu devi credere. A cosa? A babbo natale? A Cristo? No. Tu devi credere al benessere.
Il natale è un rito collettivo furioso di mantenimento del consumo. Se ve lo raccontassero, il natale, non ci credereste. Se vi dicessero che su un pianeta alieno, una volta all’anno, tutti devono comprare qualcosa, nello stesso momento, tutti devono andare e consumare freneticamente merce, devono bruciare prodotti, imballi, risorse, una quantità esasperante di merce di cui nessuno ha davvero bisogno e che, in buona parte, verrà buttata via nelle settimane seguenti, ecco pensereste che quello è un pianeta da colonizzare. Un pianeta rozzo e violento, barbaro.
Ed è quello che penseremmo anche noi se fossimo messi di fronte al fatto nudo e crudo. Oggi dobbiamo consumare, abbiamo vergogna di questo rito laico e dionisiaco, abbiamo anche vergogna a insegnarlo ai nostri figli e infatti abbiamo creato un mito che ci copra. Non siamo noi a consumare. Questa plastica che brucia, questo inutile cartone in quadricromia, queste bottiglie bevute controvoglia, non siamo noi a comperarle. È lui.
È babbo natale, piccolo.
È lui che in questo giorno prepara il grosso consumo occidentale, che apparecchia il rito dell’acquisto del superfluo, anni fa, cambio discorso, leggevo un saggio di Maeterlinck che parlava della vita delle formiche e di come le formiche secernessero un liquido nutriente dal fondoschiena e che le formiche stesse non potessero nutrirsi del proprio liquido ma fossero costrette a succhiare quello delle altre formiche. Ogni formica secerneva nutrimento, ma non poteva bere il proprio, aveva bisogno di quello degli altri.
Non è una comunità, è appetito.
Il natale è lo scarico di adrenalina invernale del consumismo, forse un modo per superare una depressione gelida e umida. E babbo natale è un’icona di una tristezza profonda.
I bambini smettono di credere in babbo natale, perché babbo natale è sgradevole, sarebbe bene dichiarare le cose schiettamente: il 25 dicembre è il giorno dell’incendio.
Believe: il senso più nero di polar express non è vedere una natività senza nessun nato, ma la richiesta da parte del mondo adulto di credere. A cosa? A niente.
Tu devi credere che starai bene, quindi a niente. Devi credere e accettare che esista il giorno dell’incendio in cui tutto si contrae e si rilascia in un solo attimo, lo scarico di adrenalina del consumo; nel momento più freddo non ci prenderà lo sconforto della notte e dell’inverno, di un altro anno che è passato, perché ci saremo scaldati ancora una volta al fuoco del consumo.

Quando tocchiamo qualcosa che non sappiamo cosa è, e nessuno sa cosa è, possiamo fare due cose: o cerchiamo di circoscrivere e di capire chi siamo e cosa diavolo stiamo facendo, o ci colleghiamo all’App Store. Oh-oh-oh.