A cosa serve la letteratura? A dare orgasmo

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Koch sono stato ieri su un sito, non ti dirò l’indirizzo di questo sito che si chiama hysterical literature, non farò mai questo stupido errore, è successo che moriccaz mi fa avere questo link, niente altro, solo il link, io mi collego e ci sono dei video, cinque o sei, fondo nero, video in bianco e nero, una ragazza seduta ad un tavolo con in mano un libro o un ebook reader, a seconda della ragazza, e la ragazza dice il suo nome e inizia a leggere alcuni grandi classici della letteratura americana o inglese e dopo un po’ che legge inizia a fare dei versi, non poetici, versi con la bocca, poi dei mugolii, poi in pratica, per fartela breve, prima o poi, inizia a ad avere orgasmi, più o meno, orgasmi koch quanto è che non senti questa parola, finché ne ha uno abbastanza pieno da farle smettere di leggere, si ferma proprio, abbassa il capo, fa i versi del caso, in alcuni momenti stropiccia le pagine del libro e allora si ferma, dice il suo nome e quello che stava leggendo e si ferma.
il primo che ho visto ho detto ok, va bene, ma poi ho letto le specifiche del progetto e ho scoperto che mentre la ragazza legge, sotto al tavolo c’è un operatore che la stimola con un vibratore. il cuore del progetto è questo koch, una ragazza che legge i grandi classici mentre sotto al tavolo viene stimolata con un vibratore fino a raggiungere l’orgasmo.

puoi capire. ho pensato koch che noi dobbiamo fare uguale. ma senza vibratore. le cose che scriviamo koch devono fare questo, portare orgasmo nel mondo koch, ma non solo alle ragazze in età da orgasmo koch, no accidenti, anche ai maschi, uomini, donne, relitti, alla resistenza umana. e soprattutto senza vibratore. dobbiamo scrivere per fare esplodere la testa alle persone, per infilarci dentro e fargli venire il cervello, immaginati il cervello come un grosso muscolo apocefalo, immaginati due mani che lo prendono e lo portano fino a schiumare intelligenza, passione, odori fuori dai pori, dai gangli nervosi, dagli episticchi cromatici che arrivano fino al solido osseo, al cuoio cappelluto, alle antenne azzurre che certe ragazze nascondono alla base del collo.

è questo che dobbiamo fare koch. e abbiamo così poco tempo, così tanto rumore di fondo e così tanti occhi da abbagliare.

donna che ti fissa con un libro in mano

Caro Koch

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Antonio Koch è un po’ che non scrivo, che non ti scrivo e questo perché ho molto da fare. Questo non significa che la mia vita sia molto attiva, che io abbia sempre da fare, ma significa che ho molto da fare e quando non faccio sono così. Cambio i miei stati di facebook e friendfeed e non riesco a scrivere. Penso al tempo che ci vuole per scrivere e lascio perdere. Ricordi quei tempi in cui volevamo pubblicare? E ti ricordi quelli successivi in cui non volevamo più pubblicare? E quelli ancora dopo in cui non volevamo manco scrivere?
Ecco qui siamo nei tempi successivi, i tempi wtf.
Tu sai quanta gente scrive Koch? Tanta. Sai quanta gente legge? Tanta. A dispetto delle cose che dicono che in Italia si legge poco. La gente che legge è invece fin troppa, considerato cosa legge.
Credo di averti sognato qualche giorno fa, Koch, anzi ne sono sicuro. Ero a Bologna.
Non mi ricordo il sogno ma se mi permetti me lo invento. Per non lasciarti un vuoto narrativo.
Eravamo io e te in una grossa casa. Stavamo parlando.

KOCH: quindi hai conosciuto Mr Minghini?
VENE: quando?
KOCH: alla festa.
VENE: non ero alla festa.
KOCH: io c’ero alla festa. Ti ho visto.
VENE: sono andato via quasi subito.
KOCH: dormivi sul divano con Mr. Minghini quando ti hanno sbattuto fuori perché non c’era più nessuno.
VENE: non credo fosse Mr. Minghini.
KOCH: Mr. Minghini è ok.
VENE: Mr. Minghini è morto.
KOCH: è stato un incidente. Non è stata colpa tua.
VENE: non mi crederanno.
KOCH: è meglio se per un po’ cambi giro, se stai fuori da Bologna.
VENE: ho una pianta.
KOCH: può essere un problema.
VENE: una pianta.
KOCH: non dovevi avere oggetti affettivi, lo sapevi.
VENE: volevo dire una palma, non una pianta.
KOCH: (ti sei acceso una sigaretta, nel sogno)
Non cambia molto.
VENE: la butterò via.
KOCH: non bisogna uccidere cose viventi. Fa male al Karma.
VENE: il karma.
KOCH: stiamo parlando di energia cosmica.
VENE: Mr Minghini mi ha parlato del Karma. Ha detto che aveva dei videotape.
KOCH: Mr Minghini aveva videotape su tutto.
VENE: mi ha parlato del Karma e di questi videotape.
KOCH: letteralmente su tutto. Letteralmente.

Nel sogno reale ad un certo punto alzavi la testa dal tavolo, o forse ero io, e urlavamo cosa cazzo ci stiamo facendo qua? Non era un urlo, era più un grido. Poi si faceva silenzio e prendevamo la penna e il foglio che ci avevi dato. Tu eri Mr Minghini e ci guardavi che iniziavamo a scrivere ancora, avevi uno sguardo che sembrava la morte, verrà Mr Minghini e avrà i tuoi occhi, Koch. Poi si è sentita la voce di Laura Paused che di

buona pasqua koch

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è morto sai baba, koch, sono stato dai miei genitori e gli ho chiesto di farmi vedere le mie foto di quanto ho fatto la mia comunione e loro hanno tirato fuori il “mio” album delle foto ed è stato inopportuno. c’ero io negli anni settanta, negli anni ottanta e ancora qualcosa degli anni novanta, c’ero io al liceo, io vestito da scout, io vestito da donna, io bambino con la cuffia di plastica rossa al bordo della piscina, io appena nato nelle mie braccia, cioè in quelle di mio padre solo che in quella foto sembro io, io vestito da ballo con al fianco la mia compagna di ballo, è stato inopportuno. è stato inopportuno koch, il giorno in cui è morto sai baba poi.

non so niente di sai baba koch, niente, ma in quel momento mi sono ricordato perché non ho mai voluto che mi facessero delle foto, ho sempre odiato che mi facessero delle fotografie, mentre sfogliavo quell’album lo capivo, era perché quelle foto erano tremende. quei posti, quei vestiti, quei tinelli, quelle tende, quegli oggetti sembrava di essere finito in una specie di macchina del tempo e di vivere in un mondo parallelo a questo, ma carico di negatività.

in quelle foto ogni cosa era carica di negatività se avessi aperto uno di quegli armadi che si vedevano nella foto sarebbero usciti dei pezzi di carne, corpi umani, tibie, era un mondo parallelo a questo dove io ero cresciuto nutrendomi di carogne, di cadaveri che i miei genitori tenevano ben serrati negli armadi e dietro gli sportelli del tinello, ecco perché tutti quei sorrisi.

l’orrore delle foto è che fotografano veramente un momento qualunque e lo fanno con una spietatezza che è scorretta, è impietosa. io non ero lì dentro, non ho mai vissuto quella roba, e se l’ho fatto ho cercato di fare in modo di dimenticarlo nel minor tempo possibile. la scrittura esiste perché non fa vedere le cose come sono, ma te le fa desumere koch.

koch non ho morale a sai baba che muore il giorno di pasqua, non ho morale al fatto che oggi non sono morto in auto, nonostante avessi avuto dei presagi al riguardo. la morale è che ho nausea, che ho dentro di me ancora i cadaveri che ho mangiato negli ultimi quarant’anni e che mi stanno soffocando la gola, il pancreas, sono arrivati fino ai reni, hanno ramificato fino a quel punto; vorrei che non fosse così, vorrei farmi un buco nel ventre e farli uscire, ma so che come al solito bucherei l’intestino o il colon e uscirebbe quella massa verdastra, quella paccottiglia molla e appiccicosa e rimarrei in ginocchio sulle piastrelle a fissarla senza fare niente as usually.

buona pasqua koch.

il giorno dell’incendio

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Ho capito il natale guardando “polar express”. È un film di animazione che ho visto alla televisione l’altro ieri, parla di una gruppo di bambini che salgono su di un treno magico che va al polo nord dove c’è babbo natale.
In quel film c’è un sacco di america e c’è tutto lo spirito vero del natale, ad esempio non nasce nessuno.
Il natale viene spogliato da tutti i rami secchi della benevolenza e della compassione cattolica per diventare una schietta festa imperialista che segue un unico imperativo: believe. Tu devi credere. A cosa? A babbo natale? A Cristo? No. Tu devi credere al benessere.
Il natale è un rito collettivo furioso di mantenimento del consumo. Se ve lo raccontassero, il natale, non ci credereste. Se vi dicessero che su un pianeta alieno, una volta all’anno, tutti devono comprare qualcosa, nello stesso momento, tutti devono andare e consumare freneticamente merce, devono bruciare prodotti, imballi, risorse, una quantità esasperante di merce di cui nessuno ha davvero bisogno e che, in buona parte, verrà buttata via nelle settimane seguenti, ecco pensereste che quello è un pianeta da colonizzare. Un pianeta rozzo e violento, barbaro.
Ed è quello che penseremmo anche noi se fossimo messi di fronte al fatto nudo e crudo. Oggi dobbiamo consumare, abbiamo vergogna di questo rito laico e dionisiaco, abbiamo anche vergogna a insegnarlo ai nostri figli e infatti abbiamo creato un mito che ci copra. Non siamo noi a consumare. Questa plastica che brucia, questo inutile cartone in quadricromia, queste bottiglie bevute controvoglia, non siamo noi a comperarle. È lui.
È babbo natale, piccolo.
È lui che in questo giorno prepara il grosso consumo occidentale, che apparecchia il rito dell’acquisto del superfluo, anni fa, cambio discorso, leggevo un saggio di Maeterlinck che parlava della vita delle formiche e di come le formiche secernessero un liquido nutriente dal fondoschiena e che le formiche stesse non potessero nutrirsi del proprio liquido ma fossero costrette a succhiare quello delle altre formiche. Ogni formica secerneva nutrimento, ma non poteva bere il proprio, aveva bisogno di quello degli altri.
Non è una comunità, è appetito.
Il natale è lo scarico di adrenalina invernale del consumismo, forse un modo per superare una depressione gelida e umida. E babbo natale è un’icona di una tristezza profonda.
I bambini smettono di credere in babbo natale, perché babbo natale è sgradevole, sarebbe bene dichiarare le cose schiettamente: il 25 dicembre è il giorno dell’incendio.
Believe: il senso più nero di polar express non è vedere una natività senza nessun nato, ma la richiesta da parte del mondo adulto di credere. A cosa? A niente.
Tu devi credere che starai bene, quindi a niente. Devi credere e accettare che esista il giorno dell’incendio in cui tutto si contrae e si rilascia in un solo attimo, lo scarico di adrenalina del consumo; nel momento più freddo non ci prenderà lo sconforto della notte e dell’inverno, di un altro anno che è passato, perché ci saremo scaldati ancora una volta al fuoco del consumo.

Quando tocchiamo qualcosa che non sappiamo cosa è, e nessuno sa cosa è, possiamo fare due cose: o cerchiamo di circoscrivere e di capire chi siamo e cosa diavolo stiamo facendo, o ci colleghiamo all’App Store. Oh-oh-oh.

Non puoi scrivere queste cose su di un blog vol.8

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Pensare forte agire forte. Tipo lui è scomparso di nuovo. Pensare alla grande. Hanno fatto dei segni sul mio monitor, sono come delle righe bianche. Lo hanno fatto di nuovo. Lo rifaranno. Ero a tavola ieri, ero con mio figlio. Nessuno parlava eravamo soli, stavamo mangiando. Se piangevo; mio figlio ecco che mi riempie il bicchiere di vino.
Mio figlio è molto cortese. O forse mi vuole ammazzare con calma; a tempo debito.
Gli dico, mi giro verso di lui. Gli chiedo figlio & amore mio, lui si gira. Gli dico siamo tutti amici & fratelli, lui guarda il mio bicchiere; non è vuoto. Lo riempie lo stesso, il vino cade sulla tovaglia.
Gli dico ma è meglio farsi capire o fare i soldi, più o meno così, poi piango & mio figlio guarda il bicchiere. Ha la bottiglia in mano non sa cosa fare. Nella bottiglia galleggiano; cosa; galleggiano cadaveri piccoli di vespa.
Mio figlio posa la bottiglia e mi fissa e poi alza le spalle & a questo punto sparisce di nuovo. Scende dalla sedia & dice vado là. Sento la porta che si chiude & io guardo il muro: dietro al muro c’è la strada che adesso mio figlio sta andandoci sopra. Io vedo solo il muro. Mi viene da piangere di nuovo. Piango. Ma farlo da solo mi sento male.
Guardo la bottiglia & penso chissà come sono. Mi alzo e lo cerco. Nelle posate: non c’è. Nei piatti: non c’è. Pentole? Non c’è. Alla fine è nello scolapiatti, lo prendo & penso come potrei fare. Prendo una pentola. Una pentola non è mai una cattiva idea. Prendo la pentola & torno al tavolo.

Al tavolo.
Sul tavolo c’è dei piatti & della carne, forchette (due), un bicchiere (pieno) & una bottiglia. La bottiglia contiene piccoli pezzi di vespa. Chissà come sono. Prendo la bottiglia & la metto sul lavandino, poi prendo quella cosa & la metto tra la bottiglia & la pentola & poi rovescio il vino nella pentola & in quella cosa rimangono i pezzi di vespa, i cadaverini.
Finisco. Poso la bottiglia. Prendo quella cosa che avevo cercato & dentro ci sono i cadaverini. Penso ancora chissà come sono.
Prendo la forchetta & ne infilzo uno, si sfalda. Posa la forchetta. Prendi il cucchiaio.
Fatto.
Prendo il cucchiaio & gratto per prendere il cadavere sfaldato di vespa, mi chiedo chissà come è & me lo infilo in bocca. Sembra annodato, sa di vino & di marcio. Non è un cattivo gusto tutto sommato. Mi sono tolto la cosa. Ho voglia di piangere ancora.
Poso il cucchiaio, mi siedo, guardo il bicchiere. Prendo il bicchiere (pieno) & bevo, tutto mi cade attorno & poi poso il bicchiere (vuoto).
Mi giro verso mio figlio & non c’è, sento che mi manca. Piango. Guardo il bicchiere, è restato vuoto. Piango più forte.
Batto un pugno contro il tavolo. Aspetto. Non è successo niente.

Non puoi scrivere di nuovo queste cose su un blog vol.1

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Quindi entra mio nipote in auto, circa cinque anni e io sto ascoltando Frank Zappa, you can’t do that on stage anymore vol.2, appena comprato al music store, 15 euro, e si siede si allaccia la cintura, non ci riesce, vuoi che ti aiuto, si fabrizio aiutami, e io gli allaccio la cintura e in quel momento mi dice, fabrizio bella musica, chi è il batterista? e io rimango fermo e dico, uh non lo so se vuoi poi guardo sul cd, e lui dice occhei, e questa cosa che mio nipote di cinque anni mi chieda una cosa del genere mi fa capire che Continua a leggere

il mio superpotere preferito è l’angoscia

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oggi il computer si è aperto con un nuovo gadget del cazzo, una minchiata, si chiama bromosauro e serve per salvarmi la vita, per non pensare alla morte. i computer hanno delle minchiate inside in modo che non pensiamo alla morte. chi non pensa alla morte si salva la vita, giorno per giorno, pensare alla morte significa rendersi conto del fatto che negli ultimi vent’anni, stiamo parlando di un dato scientifico, negli ultimi vent’anni la vita è andata in merda. c’è anche un grafico interessante con delle icone, c’è anche l’icona della merda, ha forma piramidale, come quelle egizie, ma è molla, a onde. la linea comunque ci finisce dentro come una mosca, in picchiata, non tutti sanno che il falco pellegrino, il rapace dico, è capace di precipitare da grandi altezze per afferrare in picchiata piccoli roditori o serpenti o bestie in genere. questo grazie anche alla sua vista speciale. Continua a leggere

con tutto il realismo possibile

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da qui dal divano di mio padre. mio padre entra in casa tutto felice, è stato da solo in piazzola a comprare roba per 220 euro. tipo quattro paia di scarpe, un cappello, dei cappotti, delle cose che indosserò io fra sette anni.
è bello vedere mio padre felice.
voi, che fortunatamente non siete mio padre, non comprate niente oggi. potete farcela, non è difficile come sembra.
e che a essere violenta sia solo la musica.

[ repost_marzo2007 ] io, amanda e david bowie

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“Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso.” guy debord_la società dello spettacolo

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Stanotte ho sognato che io e Amanda avevamo ammazzato David Bowie e non sapevamo come fare, dovevamo sbarazzarci del corpo, o forse io avevo ammazzato David Bowie e Amanda mi aveva sorpreso nell’atto di trascinare il cadavere e mi aveva chiesto cos’era successo a David Bowie, cosa gli avevo fatto, Continua a leggere