Lavoratori d’Italia: invadiamo la Libia

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a cura del prof. Giovanni Pascoli

La grande proletaria si deve muovere ancora.

Vedete i sui lavoratori immobili, a guardare lo schermo mentre altri lavoratori, africani, rumeni, sudamericani arrivano in patria – troppi – e devono lavorare per troppo poco. Arrivano oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada.

Il mondo li ha presi a opra, i lavoratori extracomunitari; e più ne ha bisogno, meno mostra di averne, e li paga poco e li tratta male e li stranoma. Dice negri! Vu vumprà! Terrorista! Scimmia!

Sono diventati un po’ come i negri, in America e come i negri ogni tanto sono messi fuori della legge e della umanità, si linciano.

E i lavoratori italiani? Poggiati al divano, alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costretti a dormire, a replicare, a crollare come crolli d’Italia.

Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Si, come Dante, a dir Italia, come Mussolini, a dir Forza come Berlusconi.

Si diceva: – Dante? Ma voi siete un popolo d’analfabeti! Mussolini? Ma l’avete appeso a testa in giù con i ciocccolatini degli americani! Berlusconi? Ma vostra è l’onorata società della camorra e della mano nera! Viva Putin!

I miracoli degli anni sessanta non erano più ricordati, o, appunto, ricordati come miracoli di fortuna e d’astuzia. Non erano più quelli del boom economico, gl’italiani: erano i vinti ai Mondiali di calcio del 2014. Non avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola: non sapevano maneggiare che il telecomando.

Così queste opre lasciavano la patria poveri come sempre e peggio contenti di sempre, e si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità.

Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto.

Una terra da cui – oggi – salpano lavoratori pigri, su barconi malevoli che chiattano di isola in isola con la speranza di sbarcare nella nostra Italia, di mangiare nei nostri piatti, di soffocare la nostra Madonnina con il sangue del loro dio violento, di prendere i nostri benefici statali e rubare per sé quel poco lavoro che ancora esiste in Italia.

Ma la grande Proletaria ha detto basta. Ha detto se Maometto viene alla montagna, anzi, al giardino d’europa, sarà quella montagna, quel giardino a schiacciare Maometto. E’ giunta l’ora di dire basta.

Lavoratori d’Italia: invadiamo la Libia.

Là i lavoratori saranno, non l’opre, mal pagate mal pregiate mal nomate, degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo, sul terreno della patria; non dovranno, il nome della patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, colteranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall’immenso palpito del mare nostro il nostro tricolore.
E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d’un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci.
Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati.
Anche là è Roma.

E Rumi saranno chiamati. Il che sia augurio buono e promessa certa. SI: Romani. SI: fare e soffrire da forti. E sopra tutto ai popoli che non usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante la guerra, la pace.

- Ma che? – Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo la sua meraviglia. – La Nazione proletaria, quella con un PIL col segno meno, quella del debito infinito, quelli di Papi e Selfie di regime, va a conquistar la Libia? Ma il mondo non ricorda che si diceva bensì che era una potenza; e invero aveva avuto un cotal risveglio che ella chiama risorgimento.

Ora l’Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli centocinquant’anni ch’ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all’umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare per terra e per cielo.
Nessun’altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Beronike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane!

Guardate in alto: vi sono anche le aquile!

Ecco, le ombre che da lì vi cadono sono le nostre escrescenze. Addio Gheddafi, addio tendoni da circo, addio ballerine siliconate. Tutto cade dalle aquile, liquami, odori, merde d’Italia. Tutta si copre la Libia del limo su cui ricostruiremo un nuovo ecosistema. Nuovi uffici comunali. Nuova Irap, nuove Tarsu, nuovi calcoli Irpef. Fioriranno ancora call-center, tutto faremo di nuovo in terra libica, lì porteremo ancora gli avamposti d’Italia. Spazzeremo il kebab con l’odore della nostra pizza, della nostra italica pastasciutta.

E’ una nuova crociata, lavoratori d’Italia, a cui vi chiama la grande Proletaria, ancora gravida, è sempre gravida la proletaria d’Italia. Dal suo ventre escono ancora italici esseri che muovono manine, agitano gambette, guardano con orrore l’orrore che gli abbiamo allestito.

violenza sangue droga sesso e discriminazione pegi diciotto

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{tre dodicenni in auto}

- tu cosa stai giocando?
- io sto giocando a un pegi diciotto
- ah come è?
- violenza sangue sesso, ma non droga e niente discriminazione
- forte. anche io un pegi diciotto violenza, droga ma non sangue e non sesso
- violenza ma non sangue, sicuro?
- gli spacca la testa su un lavandino
- ah ok. e discriminazione?
- ma cosa si intende per discriminazione?
- dunque, cosa si intende per discriminazione… guarda un negro!
- uh, dove?
- questa è discriminazione

***

- in super mario bros deluxe c’è anche un fungo viola
- uh, non mi risulta
- sì è un fungo viola che vuole uccidere mario
- ah, è vero
- e lo insegue anche
- che se poi ci pensi, perché un fungo viola dovrebbe voler uccidere mario?
- beh, è così in tutti i videogiochi. prendi i terroristi. perché vogliono sempre fare saltare in aria tutto?
- eh, scusa, i terroristi avranno le loro ragioni
- infatti. anche il fungo viola avrà le sue ragioni

venerandi contro la lettura interstiziale

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- perché venerandi il futuro è la lettura interstiziale
- uh, la lettura inter…
- ma sì venerandi, ebook short, che durano quanto un viaggio in metropolitana
- a genova non…
- perché capisci, sali in metro, devi aspettare, e non ti metti a leggere guerra e pace, ti serve qualcosa che dura il tempo del viaggio
- capisco
- allora tac, scarichi l’ebook che dura tre fermate e quando scendi hai finito di leggerlo
- tac
- esatto, perché la gente mica si può mettere a leggere guerra e pace è troppo lungo e…
- senti
- eh
- non so come dirtelo
- cosa
- io ho letto guerra e pace
- ah. lo fanno ancora?
- guarda, quello che volevo confessarti è che non l’ho letto tutto insieme
- ah
- non è che sono sceso in metro e mi sono detto, “eh venerandi, ora cosa potresti leggere? ma sì dai, facciamoci fuori guerra e pace!” e poi mi sono messo a leggere ininterrottamente guerra e pace e non sono sceso dalla metropolitana per due mesi
- anvedi
- ne ho letto un pezzetto, e poi quando dovevo scendere ho chiuso il libro
- ah, cavolo, ingegnoso
- poi la volta dopo l’ho riaperto e ho continuato un altro pezzetto
- a questo non ci avevo pensato
- e così via, ci sono anche dei cosi di cartoncino che puoi mettere in mezzo per ricordarti dove eri arrivato
- no, perché io pensavo che se tu iniziavi un libro in metro e poi quando dovevi scendere non l’avevi finito, basta, lo avevi bruciato
- dovevi buttarlo
- eh sì, non avevi fatto in tempo, basta, avevi perso
- mentre con la lettura interstiziale…
- ce la fai.
- ecco
- te lo assicuro. anche se si uno che dura poco, arrivi sempre alla fine
- ecco

le tette della dandini

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- ciao venerandi
- uh, chi sei, io…
- sono la dandini
- la dandini
- la dandini hai presente
- sai cosa mi viene in mente se penso la parola “dandini”?
- uh, non le tette spero
- no. mi viene in mente una bandiera del pds e linus
- linus
- anche cuore, ma dopo michele serra
- capisco, io…
- tutto un mondo verde carta che è stata la mia sinistra post pci. la dandini, fossati che fa la canzone popolare, le videocassette in allegato con l’unità, la dandini. i comici
- hai detto due volte la dandini
- poi lo tolgo. e poi coso, quello che metteva le videocassette con l’unità, coso
- veltroni
- brava, veltroni. tutto questo gruppo di sinistra marzapane che pensava che la lotta di classe fosse farci fare due risate la sera. in prima serata
- capisco, venerandi, io…
- sai a che ora mi svegliavo io ai tempi di veltroni all’unità?
- uh, no
- alle cinque
- ah. per lavorare?
- ma che lavorare. per intercettare le videocassette in allegato prima che finissero
- ah
- mi alzavo alle cinque e andavo dall’edicolante in via balbi ad aspettare che gli mandassero le prime unità con le videocassette, così riuscivo a prenderne una
- eroico
- e poi tornavo a casa da elettra con la videocassetta e con la brioches calda
- bei tempi
- la grande macchina da guerra. la quercia. la cosa. moretti. linus. la dandini
- cuore
- dopo michele serra, però, cuore periodo debosciato
- sì
- quando credevamo ancora in un futuro possibile raggiungibile solo con il telecomando, rai3 e le videocassette di ferreri
- la cultura
- giusto, la stavo dimenticando. la cultura. che salverà il mondo e farà diventare tutto di sinistra
- la grossa coperta calda della cultura
- la grossa coperta di linus e faccia fra le tette
- della dandini
- no, dandini, niente di personale, ma sei troppo mamma per me, davvero io…
- venerandi?
- eh?

Adesso siamo nel boh

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[esperimento di scrittura in diretta senza rilettura e senza editing. durata dell'esperimento: 3 ore]

boh

Non so proprio cosa scrivere. Non l’ho mai saputo in verità. Per cominciare posso dire dove sono e perché sto scrivendo e soprattutto come sono entrato. Sono al Salone del Libro di Torino a scrivere in diretta. Poi dico anche perché. Anzi lo dico subito, il fatto è che devo dei soldi a Venerandi e non li ho e allora lui mi costringe a fare cose come scrivere in diretta al Salone del Libro. Come sono entrato. Ho telefonato a Venerandi e mi è venuto a prendere presso una grata in un punto poco lontano dalla biglietteria. Ha manomesso la grata e da lì siamo penetrati in un cunicolo illuminato da una luce soffusa, tubi correvano sul soffitto, faceva un po’ paura. Alla fine del tunnel c’era una luce, era il padiglione 1 del Salone del Libro. Venerandi ha detto beh benvenuto Koch.
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Antonio Koch scrive al Salone del Libro di Torino, giovedì CM

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giovedì CM Antonio Koch, proprio lui, autore di “Verrà Harry Potter e avrà i tuoi occhi” sarà al salone del libro di torino (da ora in poi ‪#‎salto14‬ nel testo), non per presentare il suo ebook, non per firmare autografi, non per altre pratiche che ora non mi vengono manco in mente quanto sono stanco, ma per scrivere. si metterà seduto e starà tutto il pomeriggio allo stand di quintadicopertina a scrivere, non so nemmeno cosa, manco lui. chi passa potrà vederlo scrivere e magari consigliargli cosa cambiare, cose di questo tipo. toccarlo. cose di questo tipo. oh, parlo di antonio koch, il vero antonio koch. perché qua o si fa la letteratura o si muore o si sta male male.

l’oblolescenza condannata

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Siccome mi accusano di non essere un buon padre oggi ho deciso di portare simone (il nome è di fantasia) figlio novenne, in uno di quei posti dove possono vedere le reliquie del passato, le radici della nostra memoria, toccare oggetti appartenenti ormai alla storia, eppure così vicini ancora al nostro tempo. Sono quindi andato a scuola a prenderlo, l’ho abbracciato, ne ho sentito tutto il suo odore bambino e gli ho detto che oggi si andava al museo! Entusiasmo! Museo! Lui non ha mostrato alcun entusiasmo, anzi ha iniziato a fare come i gatti quando toccano l’acqua ma io l’ho convinto a minacce e blandizie che il museo è cultura, e poi si cammina fai anche un po’ di ginnastica.

Poi siamo andati mano a mano al mercatino dell’usato.
“Questo non è un museo” mi ha detto, guardandosi attorno e iniziando a guardarmi malissimo.
“E’ uguale ad un museo, ma è gratis” gli ho detto sorridendo e l’ho condotto rapidamente verso la parte che custodisce gli oggetti di elettronica. Pat pat bottarelle sulla schiena.
Lui ha sospirato finché non ha visto un organo a condensatori. Un vero organo a condensatori. Si è avvicinato, lo ha toccato. “Non suona” mi ha detto e io ho iniziato a dirgli, beh certo è un organo a condensatori bisogna attaccare la spina e lui ha detto, gli organi veri mica vanno a elettricità, e io gli ho detto gli organi forse no, ma i condensatori evidentemente sì, e tanto gli è bastato. Non avevo mai visto un organo a condensatori, 120 euro era bellissimo.

“E questo cosa è?” gli ho chiesto indicando un aggeggio che occupava mezzo tavolo e lui ha detto, una stampante.
“No” ho fatto io scuotendo la testa sorridendo.
“Uh, un proiettore per vedere i film”
“No”
“Non lo so allora”
“E’ un registratore” gli ho detto, indicando le due enormi bobine a nastro che manco antonioni. E ho aggiunto che un tempo quella roba costava un botto di soldi e ora te la porti a casa per due lire, se non hai una moglie che poi la seppellisce in giardino, intendo.
Lui lo guarda, va avanti guardando gli oggetti sul tavolo e poi va prendere una telecamera a mano, identica a quella di blow-up, venti euro ed è mia, Simone dice che sembra un pistola, me la punta contro e in effetti penso io e penso anche, guardandomi intorno a quante cose ancora si potrebbero fare con quei tv catodici, quei nastri a bobina, registratori a nastro, telecamere, vecchi computer e schermi bombati. Un esercito di creativi lì dentro potrebbe creare il mondo usando solo pezzi di recupero, fino a finire i materiali di consumo, non si chiamano materiali di consumo, ora non ricordo c’è un termine apposta. Cadaveri, carogne, forse, non ricordo. “Cosa ci compriamo?” mi chiede Simone e io prendo in mano un posacenere a forma di struzzo morto e gli dico non lo so, forse un gelato, prima che si sciolga, dico, e andiamo a prenderlo.

Il mio curriculum vitae spiegato a mio figlio

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Fabrizio Venerandi nasce a Genova nel 1970, ma smette quasi subito. Il padre, maker ante-litteram, lo apre alla bellezza dell’elettronica e della catalogazione semantica, dandogli l’opportunità fin da bambino di distribuire in scatolette di plastica circolare centinaia e centinaia di fisher e viti parker fuori misura, cosa che faciliterà il percorso prettamente umanistico del nostro.

Il primo libro che il venerandi prende in mano è senza copertina. Dovrà leggerlo fino alla fine prima di capire di aver letto i racconti fantastici di edgar allan poe e questo segnerà il suo percorso narrativo, facendogli prediligere testi in cui apparati paratestuali vivono in un altrove virtuale rispetto al testo stesso.

Il primo lavoro in poesia del venerandi è commissionato dalla professoressa di italiano, ed è un testo sulla primavera. Esortato dalla professoressa a continuare, il venerandi scriverà alcuni testi riguardanti la reincarnazione che costeranno ai genitori una chiamata a colloquio riguardo l’adesione o meno a qualche setta parareligiosa.

In seconda media il venerandi incontra tre grandi cose che gli cambieranno la vita: l’alfabeto farfallino, l’informatica e gli ormoni. Due di queste tre cose non lo abbandoneranno mai. Fevefarafemenfete.

Mentre la zia persegue senza fortuna il metodo educativo del dott. Spock, la madre del Venerandi usa gli zoccoli, fattore che spinge il giovane scrittore a lunghe passeggiate fuori casa.

Il primo amore del Venerandi è una ragazza, detta anche “do ut non des”. Tipico amore platonico, ma più sul versante Talete: tutto è umidità, l’amore sopra ogni cosa.

Nel frattempo il Venerandi si iscrive al liceo classico, dove scopre, nell’ordine: i fascisti, la genova bene, una stanza abbandonata con animali impagliati, i cure, i depeche mode, l’amore carnale, il macinato fresco

Terminato il liceo classico, il venerandi è indeciso tra lettere, ingegneria informatica e la panetteria “pan per focaccia”. Si consulta con i suoi compagni di classe e scopre che, essendo tutti figli di avvocato, faranno legge. Hanno la vocazione. Essendo lui figlio di operaio ansaldo, passa a lettere.

A lettere conosce molte ragazze strane che fanno con lui i corsi e con le quali programma il suo futuro percorso scolastico. Una di queste, durante una settimana di studio intensivo, gli posa il tallone del piede sulla spalla sinistra, cosa che colpisce molto il Venerandi. Anche perché erano entrambi in piedi.
Dopo meno di tre mesi si sono tutte ritirate.

A metà del percorso universitario lo stato scrive a Venerandi comunicandogli che è un disertore.

Negli anni del liceo a causa degli ormoni entra negli scout. Del metodo scoutistico fa una rigorosa cernita e tiene solo quello che gli pare importante: le scolte.

Lo stato manda il venerandi a fare servizio civile in una croce rossa di un piccolo paese di periferia. Passa dieci mesi a portare al pronto soccorso i volontari più giovani della croce che il sabato notte sfasciano le loro auto correndo come impazziti verso le luci stroboscopiche delle discoteche costruite nel mezzo del niente. Negli stessi anni impara a mescolare il cemento con il polistirolo. Si fa molte docce.

Verso la fine del percorso universitario in lettere incontra le post-neo-avanguardie poetiche, ma loro fanno finta di non conoscerlo. Prendono comunque degli aperitivi assieme.

Per errore inizia a frequentare alcuni coetanei della genova bene, ma non benissimo. Viene portato in appartamenti di trecentometri quadri dove vivono in tre, padre madre e figliogenito. Lì trascorre alcuni pomeriggi chiuso in camere con ragazzi che si fanno le canne ridacchiando e crollando poi ore a dormire su divani. Interdetto, per passare il tempo si mette a leggere un libro di stefano benni trovato intonso sotto un mobile. Ride. Conosce Winnie the pooh. Di persona.

Per fare dei soldi comincia a fare lavori borderline come mettere le pubblicità nelle cassette della posta. Un suo collega, polacco, gli dà alcuni vinili di musica heavy metal polacca. La missione è copiarle su musicassette cromo due. Sono anni molto confusi. Si compra uno scooter. Inizia ad avere incidenti automobilistici.

All’università si trova a seguire esami di cinema, film, musica, arte, teatro, drammaturgia, letteratura e capisce di aver scelto una facoltà che lo ridurrà alla fame.

Compra il suo primo modem e si connette alla NUA della NASA. Si sente Dio e guarda fuori dalla finestra per vedere se arrivano le auto dell’FBI ad arrestarlo. Invece niente.

Inizia a studiare la tariffazione urbana a tempo.

Per fare soldi comincia a lavorare per due case editrici come impaginatore. Durante questa esperienza impara alcune nozioni basilari per il lavoro editoriale: – gli autori sono in genere degli psicopatici; – il manoscritto inviato in redazione e quello pubblicato hanno in comune due o tre aggettivi e alcune forme verbali ; – l’editore non capisce niente di editoria; – l’editore pensa di essere un imprenditore geniale e meno sa più è geniale; – l’editore ha dei soldi che non si sa bene da dove tiri fuori; – questi soldi, che non provengono certamente dalla vendita dei libri, si rivelano essenziali per il proseguimento delle attività della casa editrice; – l’editore ha sempre un figlio adolescente che deve far lavorare in casa editrice; – il figlio/figlia dell’editore ha capacità specifiche ed esclusive nella rimozione di materiali costrittivi dal naso; – chiunque lavori nella casa editrice, dal redattore fino al lavavetri, ha cura di convincerti che lui saprebbe mandare avanti la casa editrice molto molto meglio di come stiano facendo tutti gli altri in quel momento; – in genere chi fa di queste confidenze ha difficoltà anche per ordinare un panino al bar; – i redattori pensano che i grafici siano delle scimmie con il mouse; – i grafici pensano che i redattori siano seguiti dai servizi sociali; – i disegnatori presentano il disegno di una manina che ride come se fosse un decennale prodotto di graphic design londinese; – è meglio chiudere con attenzione la porta del cesso comune dell’ufficio.

Ad un certo punto a Venerandi viene fatto credere che la facoltà di lettere stia per chiudere, e quindi decide di laurearsi per davvero.
Con l’ausilio di un piccolo cappello e alcune decine di strisce di carta, compone alcuni possibili titoli di tesi di laurea che propone a diversi relatori per valutarne la fattibilità.

Negli anni successivi imparerà che i relatori in genere sono affetti da preoccupanti disturbi della personalità, soprattutto (ma non solo) del disturbo schizotipico di personalità. Amanti degli A4, i relatori passano nel giro di pochi minuti dall’insulto verbale (con o senza schizzetti) a imbarazzanti inviti a pranzo presso la loro dimora. Abituati al tempo senza tempo dell’università i relatori hanno anche altri doni: l’”ubiquità scomposta”, che permette loro di essere in un altro posto mentre dovrebbero essere al ricevimento studenti, ma contemporaneamente di apparire per pochi secondi nel corridoio che porta alla zona di ricevimento studenti confermando in qualche modo la loro presenza; la “narcolessia del pensiero” che permette loro di parlare per svariate ore al dottorando della tesi di laura di un altro dottorando, senza però che nessuno dei due se ne renda conto; la “creatività del dito fra il pollice e il medio” che permette loro di operare drastici cambiamenti all’indice della tesi a pochi giorni dalla rilegatura della stessa; la “sindrome di Scotty” che permette al relatore di diventare lentamente evanescente e sparire nel nulla per svariate settimane.

Improvvisamente qualcosa nel processo di depistaggio del relatore si guasta e venerandi riesce a chiudere la tesi e discuterla. L’unica cosa che gli astanti ricordano di quel giorno è il negroni.

Durante un deserto di preghiera Venerandi incontra Dio. Di persona. L’incontro – durato pochi minuti – si svolge in un clima di reciproca cordialità, ma non dà luogo a nessun progetto di lavoro comune. Si scambiano comunque i biglietti da visita.

C’è un Venerandi prima di Wargames e un venerandi dopo Wargames. E’ un epifania, pur non essendo pasqua.

Per amore di una ragazzina Venerandi si iscrive, adolescente, a un corso di ballo liscio. Impara la mazurka, il valzer lento, il cha cha cha, la polka, il valzer viennese e le specifiche del tango. Partecipa ad alcune gare di ballo, vince alcune coppe. Di seguito compra “Socialismo e barbarie” dei CCCP e si rasa la testa a zero. Termina brillantemente il secondo album delle figurine di Candy Candy. Chiede ai genitori un cane per il suo amico immaginario. Nasce suo fratello. In quest’ordine.