Lavoratori d’Italia: invadiamo la Libia

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a cura del prof. Giovanni Pascoli

La grande proletaria si deve muovere ancora.

Vedete i sui lavoratori immobili, a guardare lo schermo mentre altri lavoratori, africani, rumeni, sudamericani arrivano in patria – troppi – e devono lavorare per troppo poco. Arrivano oltre alpi e oltre mare a tagliare istmi, a forare monti, ad alzar terrapieni, a gettar moli, a scavar carbone, a scentar selve, a dissodare campi, a iniziare culture, a erigere edifizi, ad animare officine, a raccoglier sale, a scalpellar pietre; a fare tutto ciò che è più difficile e faticoso, e tutto ciò che è più umile e perciò più difficile ancora: ad aprire vie nell’inaccessibile, a costruire città, dove era la selva vergine, a piantar pometi, agrumeti, vigneti, dove era il deserto; e a pulire scarpe al canto della strada.

Il mondo li ha presi a opra, i lavoratori extracomunitari; e più ne ha bisogno, meno mostra di averne, e li paga poco e li tratta male e li stranoma. Dice negri! Vu vumprà! Terrorista! Scimmia!

Sono diventati un po’ come i negri, in America e come i negri ogni tanto sono messi fuori della legge e della umanità, si linciano.

E i lavoratori italiani? Poggiati al divano, alla loro patria, alla patria nobilissima su tutte le altre, che aveva dato i più potenti conquistatori, i più sapienti civilizzatori, i più profondi pensatori, i più ispirati poeti, i più meravigliosi artisti, i più benefici indagatori, scopritori, inventori, del mondo, lontani o vicini che fossero, queste opre erano costretti a dormire, a replicare, a crollare come crolli d’Italia.

Era una vergogna e un rischio farsi sentire a dir Si, come Dante, a dir Italia, come Mussolini, a dir Forza come Berlusconi.

Si diceva: – Dante? Ma voi siete un popolo d’analfabeti! Mussolini? Ma l’avete appeso a testa in giù con i ciocccolatini degli americani! Berlusconi? Ma vostra è l’onorata società della camorra e della mano nera! Viva Putin!

I miracoli degli anni sessanta non erano più ricordati, o, appunto, ricordati come miracoli di fortuna e d’astuzia. Non erano più quelli del boom economico, gl’italiani: erano i vinti ai Mondiali di calcio del 2014. Non avevano essi mai impugnato il fucile, puntata la lancia, rotata la sciabola: non sapevano maneggiare che il telecomando.

Così queste opre lasciavano la patria poveri come sempre e peggio contenti di sempre, e si perdevano oscuramente nei gorghi delle altre nazionalità.

Ma la grande Proletaria ha trovato luogo per loro: una vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano, come sentinelle avanzate, piccole isole nostre; verso la quale si protende impaziente la nostra isola grande; una vasta regione che già per opera dei nostri progenitori fu abbondevole d’acque e di messi, e verdeggiante d’alberi e giardini; e ora, da un pezzo, per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose, è per gran parte un deserto.

Una terra da cui – oggi – salpano lavoratori pigri, su barconi malevoli che chiattano di isola in isola con la speranza di sbarcare nella nostra Italia, di mangiare nei nostri piatti, di soffocare la nostra Madonnina con il sangue del loro dio violento, di prendere i nostri benefici statali e rubare per sé quel poco lavoro che ancora esiste in Italia.

Ma la grande Proletaria ha detto basta. Ha detto se Maometto viene alla montagna, anzi, al giardino d’europa, sarà quella montagna, quel giardino a schiacciare Maometto. E’ giunta l’ora di dire basta.

Lavoratori d’Italia: invadiamo la Libia.

Là i lavoratori saranno, non l’opre, mal pagate mal pregiate mal nomate, degli stranieri, ma, nel senso più alto e forte delle parole, agricoltori sul suo, sul terreno della patria; non dovranno, il nome della patria, a forza, abiurarlo, ma apriranno vie, colteranno terre, deriveranno acque, costruiranno case, faranno porti, sempre vedendo in alto agitato dall’immenso palpito del mare nostro il nostro tricolore.
E non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d’un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci.
Veglieranno su loro le leggi alle quali diedero il loro voto. Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa, con frapposta la strada vicinale del mare. Troveranno, come in patria, ogni tratto le vestigia dei grandi antenati.
Anche là è Roma.

E Rumi saranno chiamati. Il che sia augurio buono e promessa certa. SI: Romani. SI: fare e soffrire da forti. E sopra tutto ai popoli che non usano se non la forza, imporre, come non si può fare altrimenti, mediante la guerra, la pace.

- Ma che? – Il mondo guarda attonito o nasconde sotto il ghigno beffardo la sua meraviglia. – La Nazione proletaria, quella con un PIL col segno meno, quella del debito infinito, quelli di Papi e Selfie di regime, va a conquistar la Libia? Ma il mondo non ricorda che si diceva bensì che era una potenza; e invero aveva avuto un cotal risveglio che ella chiama risorgimento.

Ora l’Italia, la grande martire delle nazioni, dopo soli centocinquant’anni ch’ella rivive, si è presentata al suo dovere di contribuire per la sua parte all’umanamento e incivilimento dei popoli; al suo diritto di non essere soffocata e bloccata nei suoi mari; al suo materno ufficio di provvedere ai suoi figli volenterosi quel che sol vogliono, lavoro; al suo solenne impegno coi secoli augusti delle sue due Istorie, di non esser da meno nella sua terza era di quel che fosse nelle due prime; si è presentata possente e serena, pronta e rapida, umana e forte, per mare per terra e per cielo.
Nessun’altra nazione, delle più ricche, delle più grandi, è mai riuscita a compiere un simile sforzo. Che dico sforzo? Tutto è sembrato così agevole, senza urto e senza attrito di sorta! Una lunghissima costa era in pochi giorni, nei suoi punti principali, saldamente occupata. Due eserciti vi campeggiano in armi. O Tripoli, o Beronike, o Leptis Magna (non hanno diritto di porre il nome quelli che hanno disertato o distrutta la casa!), voi rivedete, dopo tanti secoli, i coloni dorici e le legioni romane!

Guardate in alto: vi sono anche le aquile!

Ecco, le ombre che da lì vi cadono sono le nostre escrescenze. Addio Gheddafi, addio tendoni da circo, addio ballerine siliconate. Tutto cade dalle aquile, liquami, odori, merde d’Italia. Tutta si copre la Libia del limo su cui ricostruiremo un nuovo ecosistema. Nuovi uffici comunali. Nuova Irap, nuove Tarsu, nuovi calcoli Irpef. Fioriranno ancora call-center, tutto faremo di nuovo in terra libica, lì porteremo ancora gli avamposti d’Italia. Spazzeremo il kebab con l’odore della nostra pizza, della nostra italica pastasciutta.

E’ una nuova crociata, lavoratori d’Italia, a cui vi chiama la grande Proletaria, ancora gravida, è sempre gravida la proletaria d’Italia. Dal suo ventre escono ancora italici esseri che muovono manine, agitano gambette, guardano con orrore l’orrore che gli abbiamo allestito.

violenza sangue droga sesso e discriminazione pegi diciotto

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{tre dodicenni in auto}

- tu cosa stai giocando?
– io sto giocando a un pegi diciotto
– ah come è?
– violenza sangue sesso, ma non droga e niente discriminazione
– forte. anche io un pegi diciotto violenza, droga ma non sangue e non sesso
– violenza ma non sangue, sicuro?
– gli spacca la testa su un lavandino
– ah ok. e discriminazione?
– ma cosa si intende per discriminazione?
– dunque, cosa si intende per discriminazione… guarda un negro!
– uh, dove?
– questa è discriminazione

***

- in super mario bros deluxe c’è anche un fungo viola
– uh, non mi risulta
– sì è un fungo viola che vuole uccidere mario
– ah, è vero
– e lo insegue anche
– che se poi ci pensi, perché un fungo viola dovrebbe voler uccidere mario?
– beh, è così in tutti i videogiochi. prendi i terroristi. perché vogliono sempre fare saltare in aria tutto?
– eh, scusa, i terroristi avranno le loro ragioni
– infatti. anche il fungo viola avrà le sue ragioni

venerandi contro la lettura interstiziale

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- perché venerandi il futuro è la lettura interstiziale
– uh, la lettura inter…
– ma sì venerandi, ebook short, che durano quanto un viaggio in metropolitana
– a genova non…
– perché capisci, sali in metro, devi aspettare, e non ti metti a leggere guerra e pace, ti serve qualcosa che dura il tempo del viaggio
– capisco
– allora tac, scarichi l’ebook che dura tre fermate e quando scendi hai finito di leggerlo
– tac
– esatto, perché la gente mica si può mettere a leggere guerra e pace è troppo lungo e…
– senti
– eh
– non so come dirtelo
– cosa
– io ho letto guerra e pace
– ah. lo fanno ancora?
– guarda, quello che volevo confessarti è che non l’ho letto tutto insieme
– ah
– non è che sono sceso in metro e mi sono detto, “eh venerandi, ora cosa potresti leggere? ma sì dai, facciamoci fuori guerra e pace!” e poi mi sono messo a leggere ininterrottamente guerra e pace e non sono sceso dalla metropolitana per due mesi
– anvedi
– ne ho letto un pezzetto, e poi quando dovevo scendere ho chiuso il libro
– ah, cavolo, ingegnoso
– poi la volta dopo l’ho riaperto e ho continuato un altro pezzetto
– a questo non ci avevo pensato
– e così via, ci sono anche dei cosi di cartoncino che puoi mettere in mezzo per ricordarti dove eri arrivato
– no, perché io pensavo che se tu iniziavi un libro in metro e poi quando dovevi scendere non l’avevi finito, basta, lo avevi bruciato
– dovevi buttarlo
– eh sì, non avevi fatto in tempo, basta, avevi perso
– mentre con la lettura interstiziale…
– ce la fai.
– ecco
– te lo assicuro. anche se si uno che dura poco, arrivi sempre alla fine
– ecco

le tette della dandini

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- ciao venerandi
– uh, chi sei, io…
– sono la dandini
– la dandini
– la dandini hai presente
– sai cosa mi viene in mente se penso la parola “dandini”?
– uh, non le tette spero
– no. mi viene in mente una bandiera del pds e linus
– linus
– anche cuore, ma dopo michele serra
– capisco, io…
– tutto un mondo verde carta che è stata la mia sinistra post pci. la dandini, fossati che fa la canzone popolare, le videocassette in allegato con l’unità, la dandini. i comici
– hai detto due volte la dandini
– poi lo tolgo. e poi coso, quello che metteva le videocassette con l’unità, coso
– veltroni
– brava, veltroni. tutto questo gruppo di sinistra marzapane che pensava che la lotta di classe fosse farci fare due risate la sera. in prima serata
– capisco, venerandi, io…
– sai a che ora mi svegliavo io ai tempi di veltroni all’unità?
– uh, no
– alle cinque
– ah. per lavorare?
– ma che lavorare. per intercettare le videocassette in allegato prima che finissero
– ah
– mi alzavo alle cinque e andavo dall’edicolante in via balbi ad aspettare che gli mandassero le prime unità con le videocassette, così riuscivo a prenderne una
– eroico
– e poi tornavo a casa da elettra con la videocassetta e con la brioches calda
– bei tempi
– la grande macchina da guerra. la quercia. la cosa. moretti. linus. la dandini
– cuore
– dopo michele serra, però, cuore periodo debosciato
– sì
– quando credevamo ancora in un futuro possibile raggiungibile solo con il telecomando, rai3 e le videocassette di ferreri
– la cultura
– giusto, la stavo dimenticando. la cultura. che salverà il mondo e farà diventare tutto di sinistra
– la grossa coperta calda della cultura
– la grossa coperta di linus e faccia fra le tette
– della dandini
– no, dandini, niente di personale, ma sei troppo mamma per me, davvero io…
– venerandi?
– eh?

Adesso siamo nel boh

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[esperimento di scrittura in diretta senza rilettura e senza editing. durata dell'esperimento: 3 ore]

boh

Non so proprio cosa scrivere. Non l’ho mai saputo in verità. Per cominciare posso dire dove sono e perché sto scrivendo e soprattutto come sono entrato. Sono al Salone del Libro di Torino a scrivere in diretta. Poi dico anche perché. Anzi lo dico subito, il fatto è che devo dei soldi a Venerandi e non li ho e allora lui mi costringe a fare cose come scrivere in diretta al Salone del Libro. Come sono entrato. Ho telefonato a Venerandi e mi è venuto a prendere presso una grata in un punto poco lontano dalla biglietteria. Ha manomesso la grata e da lì siamo penetrati in un cunicolo illuminato da una luce soffusa, tubi correvano sul soffitto, faceva un po’ paura. Alla fine del tunnel c’era una luce, era il padiglione 1 del Salone del Libro. Venerandi ha detto beh benvenuto Koch.
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Antonio Koch scrive al Salone del Libro di Torino, giovedì CM

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giovedì CM Antonio Koch, proprio lui, autore di “Verrà Harry Potter e avrà i tuoi occhi” sarà al salone del libro di torino (da ora in poi ‪#‎salto14‬ nel testo), non per presentare il suo ebook, non per firmare autografi, non per altre pratiche che ora non mi vengono manco in mente quanto sono stanco, ma per scrivere. si metterà seduto e starà tutto il pomeriggio allo stand di quintadicopertina a scrivere, non so nemmeno cosa, manco lui. chi passa potrà vederlo scrivere e magari consigliargli cosa cambiare, cose di questo tipo. toccarlo. cose di questo tipo. oh, parlo di antonio koch, il vero antonio koch. perché qua o si fa la letteratura o si muore o si sta male male.