Il mio curriculum vitae spiegato a mio figlio

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Fabrizio Venerandi nasce a Genova nel 1970, ma smette quasi subito. Il padre, maker ante-litteram, lo apre alla bellezza dell’elettronica e della catalogazione semantica, dandogli l’opportunità fin da bambino di distribuire in scatolette di plastica circolare centinaia e centinaia di fisher e viti parker fuori misura, cosa che faciliterà il percorso prettamente umanistico del nostro.

Il primo libro che il venerandi prende in mano è senza copertina. Dovrà leggerlo fino alla fine prima di capire di aver letto i racconti fantastici di edgar allan poe e questo segnerà il suo percorso narrativo, facendogli prediligere testi in cui apparati paratestuali vivono in un altrove virtuale rispetto al testo stesso.

Il primo lavoro in poesia del venerandi è commissionato dalla professoressa di italiano, ed è un testo sulla primavera. Esortato dalla professoressa a continuare, il venerandi scriverà alcuni testi riguardanti la reincarnazione che costeranno ai genitori una chiamata a colloquio riguardo l’adesione o meno a qualche setta parareligiosa.

In seconda media il venerandi incontra tre grandi cose che gli cambieranno la vita: l’alfabeto farfallino, l’informatica e gli ormoni. Due di queste tre cose non lo abbandoneranno mai. Fevefarafemenfete.

Mentre la zia persegue senza fortuna il metodo educativo del dott. Spock, la madre del Venerandi usa gli zoccoli, fattore che spinge il giovane scrittore a lunghe passeggiate fuori casa.

Il primo amore del Venerandi è una ragazza, detta anche “do ut non des”. Tipico amore platonico, ma più sul versante Talete: tutto è umidità, l’amore sopra ogni cosa.

Nel frattempo il Venerandi si iscrive al liceo classico, dove scopre, nell’ordine: i fascisti, la genova bene, una stanza abbandonata con animali impagliati, i cure, i depeche mode, l’amore carnale, il macinato fresco

Terminato il liceo classico, il venerandi è indeciso tra lettere, ingegneria informatica e la panetteria “pan per focaccia”. Si consulta con i suoi compagni di classe e scopre che, essendo tutti figli di avvocato, faranno legge. Hanno la vocazione. Essendo lui figlio di operaio ansaldo, passa a lettere.

A lettere conosce molte ragazze strane che fanno con lui i corsi e con le quali programma il suo futuro percorso scolastico. Una di queste, durante una settimana di studio intensivo, gli posa il tallone del piede sulla spalla sinistra, cosa che colpisce molto il Venerandi. Anche perché erano entrambi in piedi.
Dopo meno di tre mesi si sono tutte ritirate.

A metà del percorso universitario lo stato scrive a Venerandi comunicandogli che è un disertore.

Negli anni del liceo a causa degli ormoni entra negli scout. Del metodo scoutistico fa una rigorosa cernita e tiene solo quello che gli pare importante: le scolte.

Lo stato manda il venerandi a fare servizio civile in una croce rossa di un piccolo paese di periferia. Passa dieci mesi a portare al pronto soccorso i volontari più giovani della croce che il sabato notte sfasciano le loro auto correndo come impazziti verso le luci stroboscopiche delle discoteche costruite nel mezzo del niente. Negli stessi anni impara a mescolare il cemento con il polistirolo. Si fa molte docce.

Verso la fine del percorso universitario in lettere incontra le post-neo-avanguardie poetiche, ma loro fanno finta di non conoscerlo. Prendono comunque degli aperitivi assieme.

Per errore inizia a frequentare alcuni coetanei della genova bene, ma non benissimo. Viene portato in appartamenti di trecentometri quadri dove vivono in tre, padre madre e figliogenito. Lì trascorre alcuni pomeriggi chiuso in camere con ragazzi che si fanno le canne ridacchiando e crollando poi ore a dormire su divani. Interdetto, per passare il tempo si mette a leggere un libro di stefano benni trovato intonso sotto un mobile. Ride. Conosce Winnie the pooh. Di persona.

Per fare dei soldi comincia a fare lavori borderline come mettere le pubblicità nelle cassette della posta. Un suo collega, polacco, gli dà alcuni vinili di musica heavy metal polacca. La missione è copiarle su musicassette cromo due. Sono anni molto confusi. Si compra uno scooter. Inizia ad avere incidenti automobilistici.

All’università si trova a seguire esami di cinema, film, musica, arte, teatro, drammaturgia, letteratura e capisce di aver scelto una facoltà che lo ridurrà alla fame.

Compra il suo primo modem e si connette alla NUA della NASA. Si sente Dio e guarda fuori dalla finestra per vedere se arrivano le auto dell’FBI ad arrestarlo. Invece niente.

Inizia a studiare la tariffazione urbana a tempo.

Per fare soldi comincia a lavorare per due case editrici come impaginatore. Durante questa esperienza impara alcune nozioni basilari per il lavoro editoriale: – gli autori sono in genere degli psicopatici; – il manoscritto inviato in redazione e quello pubblicato hanno in comune due o tre aggettivi e alcune forme verbali ; – l’editore non capisce niente di editoria; – l’editore pensa di essere un imprenditore geniale e meno sa più è geniale; – l’editore ha dei soldi che non si sa bene da dove tiri fuori; – questi soldi, che non provengono certamente dalla vendita dei libri, si rivelano essenziali per il proseguimento delle attività della casa editrice; – l’editore ha sempre un figlio adolescente che deve far lavorare in casa editrice; – il figlio/figlia dell’editore ha capacità specifiche ed esclusive nella rimozione di materiali costrittivi dal naso; – chiunque lavori nella casa editrice, dal redattore fino al lavavetri, ha cura di convincerti che lui saprebbe mandare avanti la casa editrice molto molto meglio di come stiano facendo tutti gli altri in quel momento; – in genere chi fa di queste confidenze ha difficoltà anche per ordinare un panino al bar; – i redattori pensano che i grafici siano delle scimmie con il mouse; – i grafici pensano che i redattori siano seguiti dai servizi sociali; – i disegnatori presentano il disegno di una manina che ride come se fosse un decennale prodotto di graphic design londinese; – è meglio chiudere con attenzione la porta del cesso comune dell’ufficio.

Ad un certo punto a Venerandi viene fatto credere che la facoltà di lettere stia per chiudere, e quindi decide di laurearsi per davvero.
Con l’ausilio di un piccolo cappello e alcune decine di strisce di carta, compone alcuni possibili titoli di tesi di laurea che propone a diversi relatori per valutarne la fattibilità.

Negli anni successivi imparerà che i relatori in genere sono affetti da preoccupanti disturbi della personalità, soprattutto (ma non solo) del disturbo schizotipico di personalità. Amanti degli A4, i relatori passano nel giro di pochi minuti dall’insulto verbale (con o senza schizzetti) a imbarazzanti inviti a pranzo presso la loro dimora. Abituati al tempo senza tempo dell’università i relatori hanno anche altri doni: l’”ubiquità scomposta”, che permette loro di essere in un altro posto mentre dovrebbero essere al ricevimento studenti, ma contemporaneamente di apparire per pochi secondi nel corridoio che porta alla zona di ricevimento studenti confermando in qualche modo la loro presenza; la “narcolessia del pensiero” che permette loro di parlare per svariate ore al dottorando della tesi di laura di un altro dottorando, senza però che nessuno dei due se ne renda conto; la “creatività del dito fra il pollice e il medio” che permette loro di operare drastici cambiamenti all’indice della tesi a pochi giorni dalla rilegatura della stessa; la “sindrome di Scotty” che permette al relatore di diventare lentamente evanescente e sparire nel nulla per svariate settimane.

Improvvisamente qualcosa nel processo di depistaggio del relatore si guasta e venerandi riesce a chiudere la tesi e discuterla. L’unica cosa che gli astanti ricordano di quel giorno è il negroni.

Durante un deserto di preghiera Venerandi incontra Dio. Di persona. L’incontro – durato pochi minuti – si svolge in un clima di reciproca cordialità, ma non dà luogo a nessun progetto di lavoro comune. Si scambiano comunque i biglietti da visita.

C’è un Venerandi prima di Wargames e un venerandi dopo Wargames. E’ un epifania, pur non essendo pasqua.

Per amore di una ragazzina Venerandi si iscrive, adolescente, a un corso di ballo liscio. Impara la mazurka, il valzer lento, il cha cha cha, la polka, il valzer viennese e le specifiche del tango. Partecipa ad alcune gare di ballo, vince alcune coppe. Di seguito compra “Socialismo e barbarie” dei CCCP e si rasa la testa a zero. Termina brillantemente il secondo album delle figurine di Candy Candy. Chiede ai genitori un cane per il suo amico immaginario. Nasce suo fratello. In quest’ordine.

Scene di vita familiare

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- ho capito primogenito il progetto che vorresti fare con me con arduino
- allora?
- ma ci metteremo mesi!
- eh lo so
- e poi. soprattutto: perché?
- perché cosa?
- perché dovremo farlo? è una cosa che ci metteremo mesi e che non serve a niente
- vero
- perché dovremmo farlo?
- papà
- eh
- per vantarcene
- ah
- per vantarcene, cavolo
- inizio a scaricare le specifiche

***

- secondogenito
- eh
- qua nel tuo compito dovevi descrivere gli esperimenti di scienze che avete fatto in classe giusto?
- sì
- leggo “La terza volta abbiamo fatto un esperimento in cui alcuni compagni si sono mangiati metà del punto di riferimento”
- sì, era un esperimento con gli orsetti aribò di gelatina
- ah
- erano gruppi di tre orsetti, i primi li mettevamo nell’acqua calda, i secondi nella fredda, i terzi facevano da punto di riferimento
- ah
- ma ci sono stati problemi con i terzi
- capisco

***

- ah primogenito cosa stai giocando?
- non è un gioco, è una simulazione del decadimento alfa del polonio. in pratica…
- non voglio sapere altro
- ma papà!
- non. voglio. sapere. altro.

***

- no papà questa cosa non possiamo farla
- eh ma dobbiamo farla
- no, è tecnicamente impossibile, ci sono otto pin in uscita noi ne abbiamo sette
- eh dobbiamo trovare il modo, perché…
- non è possibile. noi abbiamo delle risorse e dobbiamo trovare un obiettivo che sia raggiungibile con quelle risorse
- no, noi abbiamo un obiettivo e dobbiamo trovare delle risorse che ci permettano di arrivare all’obiettivo
- non sono d’accordo
- io non sono d’accordo con te
- mumble
- mumble

***

- mi vedi primogenito?
- sì, cosa…
- ho fatto uno webcam streaming locale, così posso vederti dal computer di sotto mentre fai i compiti di sopra
- meraviglioso. ma c’è un problema
- uh, aspetta scendo

(…)

- eccomi. perché dici che c’è un problema? lo streaming funziona
- quello sei tu
- ah
- c’è un lag di trenta secondi
- vedo. mi fa una certa impressione vedere me stesso in streaming
- eh, ora stai per scendere le scale e arrivare qua
- sembra un dannato film di lynch
- ora stai scendendo le scale, tra poco apparirai alla porta
- piantala, mi stai spaventando
- ora sei entrato in camera
- oh basta! ok spengo tutto, tanto i compiti li fai, no?
- certamente

***

- come mai hai messo questo vecchio cd? non hai sempre detto che lo odiavi?
- sì
- e allora?
- ho nostalgia degli anni in cui lo odiavo

***

secondogenito: quale è il colmo per un pappagallo?
primogenito: quale è il colmo per un pappagallo?
secondogenito: giusto!
primogenito: sì! Allora i test di logica a qualcosa servono…

***

- papà ora posso parlarti o sei ancora arrabbiato con me?
- sono ancora arrabbiato ma nonostante questo puoi parlare con me
- anche di scienze?
- anche
- anche del big bang?
- e vabbé
- pensavo, nel momento del big bang i corpi si sono espansi nell’universo perché non c’era nulla
- ok
- non c’era nessun attrito perché non c’era niente, quindi sarebbero andati avanti all’infinito? non c’era nessuna forza uguale e contraria a rallentarli
- così dicono. io non c’ero
- ma poi hanno iniziato a rallentare, perché la gravità che gli stessi corpi creavano creava forme di attrazione
- sì
- e poi si potrebbero anche fermare
- pensa che dicono che non solo si fermeranno, ma poi torneranno a contrarsi
- eh
- ma la cosa che a me sconvolge, primogenito, è che ci siamo noi
- cioè?
- migliaia di stelle, pianeti, un universo in espansione, e noi quattro in auto che andiamo a scuola imprecando contro questo cretino davanti che immagino che sia morto in auto il mese scorso dalla velocità con cui sta andando
- noi non stiamo imprecando
- tu no, io dentro di me infinitamente. non ti rovini la milza così a gratis
- capisco
- comunque, quando penso all’universo, mi chiedo perché noi qua sopra, come dei parassiti, a costruire orrori, farci del male e poi alzare la testa e capire l’universo. che senso ha averci piazzati qua a creare consapevolezza della struttura
- nessuno ci ha piazzato
- peggio ancora, noi a guardare una struttura che non sappiamo da dove viene, non sappiamo dove va, che è immensa, inimmaginabile rispetto a noi, e noi siamo qua a decifrarla, soli, con anche problemi legati alla sfera delle relazioni sociali, fragilissimi
- tipo che sei arrabbiato con me
- tipo
- però papà, noi conosciamo pochissimo di questa roba, non sappiamo nemmeno il cinque per cento dell’universo
- cinque per cento è un casino di roba
- quello sappiamo. comunque secondo me alla fine le galassie inizieranno a scontrarsi fra di loro
- ah
- finirà tutto così
- un enorme tamponamento a catena

***

{primogenito gioca con secondogenito a battaglia navale. sta vincendo secondogenito, gioca con tattica ed è determinato. primogenito gioca, sorride, manda le sue bombe, ma sembra non avere tattica, quando colpisce qualcosa non continua nel mare intorno per affondare la nave. io lo guardo e lui alza le spalle come dire, succede, a volte si vince a volte si perde. poi finiscono la partita, si alzano, se ne vanno a correre nel prato. mi cade l’occhio sulle caselle bombardate da primogenito. le bombe, nel reticolo, non sono buttate a caso come mi era sembrato, ma compongono enorme la scritta “CIAO”. era quella la sua tattica: riuscire a scrivere CIAO con le bombe prima di essere annientato}

Sinistre sintonie

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Sono seduto, sono tranquillo in auto accendo l’autoradio e riesco a sintonizzarmi su Radio3. In genere non ce la faccio, Radio3 è sempre soffocata da altre radio e in certe zone di Genova non si prende, spesso quelle dove ce ne sarebbe più bisogno. Tipo casa mia.
Comunque, sono in auto e sento Radio3, sto ascoltando questa trasmissione di cinema che ascolto da una vita, è una trasmissione che una volta ho vinto anche un libro indovinando il film della settimana, ho telefonato e ho detto “secondo me è la carne di Ferreri” e loro mi hanno detto bravo ha vinto, e io ho detto posso aggiungere una cosa, e loro mi hanno detto certo ci mancherebbe, e io ho detto “uccidete Silvano Agosti”. E loro non hanno detto più niente, poi mi hanno ritelefonato e mi hanno detto se volevo partecipare alla trasmissione il giorno dopo e spiegare a Silvano Agosti perché dovevano ucciderlo.
E io ho detto va bene.

Oggi, a vent’anni di distanza mi pento di aver usato quell’espressione, “uccidete”, perché la gente è peggiore di quello che pensavo all’epoca. Oggi direi qualcosa di diverso, culturalmente più preciso, ma all’epoca dissi quello.

Il giorno dopo mi ritelefonarono e io rimasi in attesa del mio momento e intanto preparavo da mangiare per una donna paralizzata e un vecchio con un tumore alla testa, li controllavo dalla porta per essere sicuro che non si facessero del male, e intanto aspettavo di parlare alla trasmissione e dire quello che dovevo dire a Silvano Agosti. Avevano un grosso telefono grigio a disco, come usava in quegli anni. Con un odore di persona e plastica e circuiteria. La signora fissava il vuoto scuotendo leggermente la testa, l’uomo stava con i pugni l’uno sopra l’altro, poggiati sul tavolo, e la sua testa posata sui pugni. Un terzo del cranio era coperto dalle bende di medicazione del tumore, che poi avrei dovuto pulire.

Quindi quella trasmissione l’ho ascoltata per tanti anni, e nel momento in cui inizia questo racconto sono in auto e sento che parlano di un documentario, e questo documentario è su Berlinguer. E io ascolto e sento parole nobili su Berlinguer e dopo un po’ capisco che chi sta dicendo queste parole nobili e un po’ retoriche su Berlinguer è Veltroni, e che la persona che ha fatto questo documentario è proprio lui, Veltroni. Mi vedo la sua faccia da pesce, serio, gli occhi che strabuzzano e sento la sua voce nelle casse.

Quando realizzo che sto ascoltando Veltroni parlare del suo documentario su Berlinguer su Radio3, mi accascio sul volante, accosto. Metto la fronte sul cerchio gommoso del volante e alla cieca, con la mano destra, schiaccio, finché non cambia la stazione e non parte qualche radio per le etnie sudamericane.

scuola 3.0

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- quindi niente signor venerandi, suo figlio nelle ore di scienze è distratto
- è strano perché a lui la sua materia piace
- eh
- tipo oggi è tornato a casa e si messo a parlare della terza fascia degli elettroni
- ah
- ha detto che c’era una cosa che non aveva capito a scuola, sul numero di elettroni presenti nella terza fascia
- capisco
- ed è stato un’ora su internet a cercare spiegazioni che non trovava sul libro di testo, quindi…
- signor venerandi
- eh
- noi stiamo facendo i globuli bianchi
- ah
- non abbiamo mai fatto gli elettroni
- capisco

dialoghi familiari

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{a cena}
- figli, invece di una stampante tridimensionale potremmo comprarne una quadrimensionale, così se non ci serve invece che restituirla possiamo non averla comprata mai
- ah ah l’ho capita, papà. ma non sono d’accordo con il tuo concetto di quarta dimensione
- era solo una battuta
- ma presuppone che la quarta dimens…
- primogenito: era solo una battuta

{dopocena: lavando i piatti}
- papà perché ascolti la radio spenta?
- non è spenta, è musica concreta
- uh, è spenta non si sente niente
- è una radio di musica sperimentale
- papà ti dico che non esce suono
- io la sento
- papà, ti assicuro…
- è un brano di Feldman, si chiama musica per Beckett
- sarebbe un brano di Feldman, se fosse partito
- Beckett è teatro dell’assurdo, molti silenzi, si vede che Feldman…
- papà, ho l’orecchio sull’ipad, non esce suono
- io lo sento, senti questo ronzio di tanto in tanto?
- è la calderina
- è Feldman
- è la calderina che riavvia il motorino
- mh, a volte la musica concreta…
- mi fai un piacere papà?
- eh
- premi qua sul sito della tua radio sperimentale, qua dove c’è scritto “play”
- uh, aspetta
(suoni)
- ah, ecco, *questa* è la tua musica sperimentale, prima era spenta!
- vai a letto
- ma papà…
- fila a letto

cofanetto volume .+? ghost in the shell stand alone complex (second gig)*

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{da mediaword alla fiumara}

- salve commesso generico reparto informatica, sono venerandi e volevo chiedere una cosa
- dica
- quei monitor HP che tenete in alto
- eh
- quelli che ce ne sono almeno venti nuovi affiancati uno all’altro
- eh
- non trovo le specifiche tecniche o il prezzo, perché io…
- quelli non esistono
- uh
- sono monitor di sette, otto anni fa
- ah
- sono lì, ma non sono in vendita
- li tenete per bellezza
- chiamala bellezza

(…)

- salve commesso generico reparto dvd, sono venerandi e volevo chiedere una cosa
- dica
- è una cosa curiosa perché mi è successa identica a saturn
- mh
- non so se avete presente saturn, sono dei vostri colleghi
- dica
- questo che vede nella mia mano destra è il cofanetto volume uno ghost in the shell stand alone complex second gig, tre dvd
- sì
- questo che vede nella mia mano sinistra è il cofanetto volume due ghost in the shell stand alone complex, tre dvd
- esatto. se li prendi tutti e due hai la serie completa
- ecco, arrivo al punto, no
- no?
- no, perché quello che tengo nella mano destra è il cofanetto volume uno ghost in the shell stand alone complex second gig, dove second gig significa seconda serie, mentre nella mano sinistra il cofanetto volume due ghost in the shell stand alone complex, non second gig, ovvero la prima serie
- non capisco
- state vendendo il primo cofanetto della seconda serie e il secondo cofanetto della prima
- ah
- chi li compra tutti e due e li guarda di seguito gli sembrerà di vedere un film di lynch
- non è possibile, si sta sbagliando
- guardi sono abbastanza sicuro
- il computer mi dice che lei si sta sbagliando
- per *abbastanza sicuro* intendo dire, sono *maniacalmente certo* di quello che sto dicendo; è roba nerd
- il computer dice che questo è il primo cofanetto della prima serie, non della seconda
- il computer
- il computer
- dica al suo computer di collegarsi ad amazon
- uh, il male
- ci provi, faccia questo sforzo
- eccoci, siamo connessi, le giro il monitor
- ecco, guardi questo cofanetto che le indico lo vede?
- sì
- quello è il primo cofanetto della prima serie, è blu, lo vede
- uh, è diverso dal nostro, il nostro è verde
- eh ci credo, il vostro è il primo cofanetto della seconda serie
- uh, forse, dico forse lei ha ragione
- eh
- ma vuole che le ordini il primo cofanetto della prima serie?
- no, mica lo voglio
- ah
- non ho i soldi
- ah, ma allora perché è venuto qua per dirmi che i cofanetti…
- per correttezza

la fiducia nell’azione cattolica e nel prossimo nell’era del capitalismo

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Quindi quando ero bambino vado a questo gruppo per bambini gestito da qualche associazione paracattolica, forse azione cattolica, non ricordo, e ci portano in un prato fangoso vicino a una villa e facciamo dei giochi e poi dicono che facciamo un gioco sulla fiducia.
Ci spiegano che faremo un gioco per capire il valore della fiducia e ci fanno mettere in cerchio e ci fanno tenere per mano.
‘Tu’ dicono a uno, ‘lasciati andare all’indietro. E voi che siete vicini, appena sentite che sta cadendo dovete reggerlo tenendolo forte con le mani’.
Il bambino, timoroso, si lascia andare all’indietro e i due bambini ai lati lo tengono per mano in modo che dondoli per forza di gravità e non cada per terra.
Il bambino ride, i capi dicono va bene basta, e fanno fare la stessa cosa a qualche altro bambino perché tutti capiscano bene.
Tutti capiamo bene.
‘Ok’ dice il capo. ‘Ora viene il difficile. Diremo ad ognuno di voi, nell’orecchio, un numero. Un numero segreto. Poi noi – ad alta voce – inizieremo a gridare un numero. Chi di voi sente pronunciato il proprio numero deve lasciarsi andare. Con fiducia. I due bambini a fianco che sentiranno il bambino che cade dovranno reggerlo e riportarlo su. Poi noi diremo un altro numero, e così via. Ognuno di voi deve fidarsi dei suoi vicini. E se voi sentite il vostro amico che sta cadendo, dovete aiutarlo a non cadere: lui si fida di voi. È chiaro?’.
Tutti diciamo che abbiamo capito.
‘Bene’ dice il capo e inizia a passare, bambino per bambino, sussurra un numero all’orecchio di tutti. Quando è il mio turno dice ‘novantasei’, sottovoce. Annuisco.
Alla fine ci riprendiamo per mano, il capo si mette nel mezzo del cerchio e chiede se siamo pronti. Siamo pronti.
‘Novantasei!’ urla.

Il mio numero.

Mi lascio andare, lentamente, con fiducia. Con un sorriso sulle labbra, giro la testa verso il mio vicino di destra che mi sorride tenendomi per mano. Guardo il cielo.

Mi rendo conto che non mi stanno tenendo, sto cadendo.

Mi giro verso il mio amico di destra, adesso non sorrido ho la faccia preoccupata, e vedo che anche il mio amico non sorride più, anche lui ha la faccia terrorizzata, sta crollando all’indietro, e con la coda dell’occhio vedo che tutti i bambini si stanno lanciando a peso morto all’indietro e dopo un attimo lunghissimo crolliamo a terra sulla schiena, sul prato fangoso e freddo. Si sentono gemiti di dolore.
Ci poggiamo sui gomiti doloranti e vediamo i capi che ridono. Sono felici. ‘Che numero avevi tu?’ chiedo al mio amico di destra. ‘Novantasei’ dice lui, e mi giro verso quello di sinistra che si sta fregando i gomiti sbucciati e lui mi dice, ‘novantasei, anche io’.
I capi avevano detto a tutti i bambini lo stesso numero.

Nessuno ci avrebbe salvato.

‘Questo’ dice alla fine il capo facendoci segno di rialzarci, ‘per farvi capire cosa succederà a chi avrà fiducia nel capitalismo durante la grande crisi del duemila e quattordici. Non dimenticatelo’.

Nespresso

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Volevo raccontare di quella volta che sono andato a comprare le cialde per il caffè presso il punto-vendita Nespresso. Che poi alla fine non ho comprato nulla perché c’era due ore da aspettare e io dovevo andare a lavoro. Che era una cosa per il lavoro, mi avevano chiamato dal lavoro, dal ristorante, io faccio il cameriere, mi avevano chiamato dal ristorante, mi avevan detto: passa un attimo dal punto-vendita Nespresso, per favore, per comprare le cialde per il caffè, perché siamo rimasti senza. Mi avevano chiesto per favore, questo è da sottolineare. Allora io sono andato al punto-vendita Nespresso, era il 23 dicembre, si poteva pensare di essere morti e il punto-vendita Nespresso era una sorta di anticamera per l’Inferno. C’era molta gente, cappotti, c’era così rumore che sembrava che c’era silenzio. C’era un buttafuori, una guardia del corpo, qualcuno, un tipo, che gli usciva il tatuaggio dal collo della camicia, sulla nuca, e gli girava intorno al collo, e il collo era gonfio e rosso e anche la faccia, gonfia e rossa come se stesse per scoppiare da un momento all’altro, tranne che sorrideva, ho pensato che se sorrideva andava tutto bene, non sarebbe scoppiato. Se devi scoppiare non è che ti metti a sorridere. Questo tipo dava dei foglietti con dei numeri. Questo tipo comandava la situazione. Vedeva tutto, sapeva tutto. Dava dei foglietti. Mi sono avvicinato, mi ha dato un foglietto con sopra il numero 547. Mi ha guardato e ha fatto una faccia come per dire che non c’era bisogno di parlare, e mi ha esortato a guardare verso il counter dei numeri, il conteggio delle persone che erano in fila per comprare cialde del caffè. Il conteggio era fermo al numero 99. Io ho guardato il counter, ho guardato il foglietto che avevo in mano, ho guardato il tipo. Ho guardato i muri. I muri erano ricoperti di cialde di caffè di vari colori. C’erano delle scritte, non le leggevo bene, ero miope e lo sono tuttora. Lo sono da molti anni. Il tipo mi ha detto eh, c’è da aspettare due ore e quaranta. Come minimo, ha detto il tipo. Hm hm, ho detto io. Intorno a noi sciamavano signore e signorine in pelliccia e tipi loschi con lunghi cappotti neri che cercavano di intrufolarsi nei meandri del punto-vendita sprovvisti di numero, di foglietto, di credenziali. Tipi con le lenti degli occhiali molto pulite, la faccia arrossata e ben rasata. Ma il tipo che dava i foglietti diceva scusate, ok, ecco il vostro biglietto, e intanto che diceva queste cose allargava le braccia, era molto alto, con le braccia molto lunghe, ghermiva tutti senza far sembrare che stesse ghermendo, trascinava le signore aggressive senza far sembrare che stesse trascinando, le metteva a posto, all’inizio della fila, gli dava il biglietto, sorrideva e diceva scusate, ok, c’è due ore e cinquanta da attendere, come minimo. Scusate. Tre ore. Ok. Le signore dicevano ha, ha, si mettevano in fila, si toccavano i capelli. Scusate, diceva il tipo. Io allora ho regalato il mio foglietto col numero a qualcuno e sono scappato fuori e sono andato a lavorare, per rilassarmi.

Prendete peppa pig

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Essere padri – ora posso dirlo – è meraviglioso. Dovrei scriverci un libro sopra. Volete passare un ora sul divano a guardare deliziosi cartoni animati? Basta avere una figlia sotto i tre anni ed è fatta. Volete passare una serata a sfide a giochi in scatola fichissimi come ai tempi della preadolescenza? Ecco due maschi combattivi con principi di antagonismo pronti a battersi con voi fino alle prime ore della notte.
In pratica essere padri è bello come essere madri, ma senza quei fastidiosi sensi di responsabilità e di colpa che hanno le donne.
E il mercato lo sa.
Quando il mercato dell’entertainment produce qualcosa per i vostri figli in realtà pensa che questi figli avranno qualcuno al loro fianco che dovrà essere compiaciuto. Prendete peppa pig. Peppa pig sembra un cartone animato per bambini con ritardi di comprensione, in realtà è un cartone animato per padri con un ottimo senso dell’umorismo e figli con ritardi di comprensione. Io con peppa pig rido, quando inizia sono contento, mi siedo con terzogenita e dico, guarda peppa pig! e terzogenita è contenta, guarda peppa pig che gioca, grandi disegni, molto chiari, e io rido e mi identifico in papà pig che mi somiglia davvero tanto.
È incredibile come mi somigli papà pig. Ho come l’impressione che peppa pig sia stato concepito da un team di padri disegnatori e sceneggiatori. Infatti mamma pig è un personaggio abbastanza scialbo.
Papà pig invece è perfetto. Va in biblioteca a riporta un libro preso un po’ di tempo prima ‘Le avventure nel meraviglioso mondo del calcestruzzo’ e si scopre che lo ha in prestito da dieci anni. E rido. All’uscita prende un nuovo libro in prestito ed è ‘Le nuove avventure nel meraviglioso mondo del calcestruzzo’. E rido. Arriva il postino, dice c’è un pacco per voi e papà pig dice ah, deve essere il blocco di cemento armato che stavo aspettando. Fantastico. Io rido. E così via, dopo un po’ rido sulla fiducia. Papà pig sbaglia, è entusiasta, ha passioni, fa disastri, finge di essere il leader della casa e ogni tanto ci riesce ogni tanto no. Fallisce, ci rimane male, chiede aiuto. Il vero protagonista di peppa pig è in realtà papà pig.
Ma questo perché i creatori di peppa pig fanno contenuti trasversali che dicono cose a mia figlia terzogenita ma contemporaneamente anche a me. Usano linguaggi diversi per masse diverse e le raggiungono tutte e due.
Prendete la melevisione invece. La melevisione è fatta per bambini. Quando inizia e sono con terzogenita sul divano inizia a contorcersi lo stomaco perché non reggo la sceneggiatura, i faccioni dei personaggi, i dialoghi al rallentatore, la bontà sulfurea che aleggia su tutto il fantabosco. Ma questo perché la melevisione non è pensata per me, è pensata per terzogenita che – in genere – quando inizia la melevisione si alza dal divano e se ne va.