le specifiche della bellezza

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Sono le otto del mattino sto correndo in discesa per una creuza ripidissima che porta alla scuola dei miei figli, dietro di me ci sono i miei figli che corrono a dirotto dietro di me, la teoria è che io sto davanti così se uno dei figli si inciampa e cade rotola fino a me e non fino al fondo valle, comunque stiamo tutti correndo, tutti in silenzio, quando capisco che è il momento e mi fermo.
I figli avvertono in ritardo questo mio cambiamento e iniziano a frenare emettendo dei gemiti, io mi giro e metto avanti i palmi delle mani con un sorriso, finché non sento i loro corpicini che sbattono contro le mie mani. “Ma papà!” dice il primogenito ansimando e io dico a loro: “ragazzi, perché noi siamo al mondo? Quale è il nostro scopo nel mondo?”.
Primogenito alza gli occhi al cielo, secondogenito si mette a pensare. “Per andare a scuola” dice secondogenito. “Andare a scuola” ripeto io. “Buona risposta”. Primogenito ci pensa anche lui e dice “far continuare l’esistenza della razza umana”. Annuisco. “Anche questa è una buona risposta” dico e annuisco. Lascio cadere le mani e ne alzo una in cielo. “Ma c’è una ragione in più. Una missione che noi abbiamo” dico.
Primogenito e secondogenito mi fissano aspettando che io continui. Sembrano interessati. “Che missione?” chiede primogenito.
Mi gratto la testa e dico che sto leggendo un libro, un libro di uno scrittore. “Quando questo scrittore era bambino, la nonna gli dice che loro sono nati per essere fregati. E lo scrittore bambino sta zitto e dentro la sua testa pensa che no. Il suo scopo non è essere fregato. Il bambino pensa che il suo scopo è quello di riempire il mondo con la bellezza” dico e mi fermo a guardarli negli occhi.
E vedo che i loro occhi per un attimo brillano. È il sole alle mie spalle che è spuntato da dietro il tetto della scuola e ora li sta illuminando. Primogenito ripete, riempire il mondo con la bellezza, e si rimette a correre per la discesa. Mi supera. Secondogenito mi prende per mano e non dice niente, mi stringe la mano.
Iniziamo a camminare.
Poi mi chiede delle cose, delle specifiche della bellezza.

Hogwarts anche bacio lesbo

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mi è successa questa cosa che ero nella scuola di Hogwarts, ero una giovane maga e vado da questa mia amica che sta mangiando un calippo e mi dà questo calippo e io lo assaggio e sento che non è freddo ma caldo e che sostanzialmente ha il gusto di membro maschile

e la mia amica mi spiega che è una magia che fanno le ragazze a Hogwarts, vanno in giro con calippi ma in realtà si tratta dei membri maschili dei maghi con cui escono e quindi leccano succhiano questi calippi ma intanto in realtà il mago collegato al calippo gode, è una magia

e la cosa che mi colpisce è che è possibile collegare più calippi allo stesso membro maschile e quindi la mia amica mi dà un calippo e mi dice che è un secondo calippo collegato al membro maschile del suo ragazzo e io e lei iniziamo a succhiarlo leccarlo, ognuno il proprio calippo collegato però allo stesso membro, e penso lui che sente questa cosa doppia di due lingue che contemporaneamente lo leccano e lo succhiano

dopo nel sogno un calippo mi penetra, si allarga tutto e mi penetra e io sono ermione e penso a chi sarà il mago collegato a questo calippo, allora vado nelle docce e ci trovo una maghetta che mi confida che era lei che si era collegata al mio calippo, che è da anni innamorata di me e che essendo una magia poteva collegare il calippo a se stessa e godeva e io godevo di lei allora mi avvicino e la bacio con la lingua dentrissimo

e intanto penso forte questa Hogwarts anche bacio lesbo

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Mi infilo nel letto di mio figlio, è mattina prestissimo, lo abbraccio è un ranuncolo ispido e dal buio mi dice papà perché sei nel mio letto? Aggiunge: ero tranquillo, perché sei nel mio letto? E io gli dico non ti fa piacere che sto un po’ con te nel letto? E lui dice no, papà, hai le mani fredde e io ero tranquillo. E io gli dico vuoi che me ne vada, e lo abbraccio e lui dice, sì voglio che tu te ne vada e io, come un lenzuolo, svolazzo via, scompaio dalla camera pensando bella merda i figli, proprio una bella merda manco mi posso scaldare, con ‘sto freddo: e scivolo al piano di sotto dove c’è l’altro di figlio. È seduto a tavola che guarda nel vuoto. Mi vede.
Mi dice, papà, perché un oggetto non può andare più veloce di duecentonovantanove milioni di metri al secondo? Mi fermo. Sai, Einstein, aggiunge. Hai presente, chiede. Penso a una qualunque risposta che possa pararmi il culo, non la trovo, mi sono appena svegliato e gli dico, nicco, non ne ho la più pallida idea. Lui mi guarda, alza un sopracciglio. Non ne ho la più pallida idea, ripeto e lui dice, ma papà, è importante! Mi siedo.
Lo so, dico, per questo ti ho generato. Non potendo pensare io a tutto ho generato te così puoi occuparti di queste cose relative alla fisica dei corpi. Lui sorride, scuote la testa e poi dice, per otto anni.
Per otto anni, ripeto.
Per otto anni, dice lui.
E dopo otto anni che succede, chiedo. E lui mi fissa negli occhi e dice dopo otto anni sono maggiorenne e me ne vado di casa. Ah faccio io. Eh, fa lui. Ma, chiedo, continuerai a tenermi informato sulle cose della fisica, chiedo, e lui risponde non credo. E io capisco che è vero.

io ce e billy

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Esco dall’ufficio senza passare per il VIA, nel senso che non mi pagano lo stipendio dicono che con gli euro hanno un po’ di ritardo, io dico che il mio mutuo è sempre lì che aspetta come un avvoltoio e loro ridono beate, stelle dell’ufficio personale, e io le abbandono, giro per la città, passo per i parchi della vittoria e per i bastioni gran sasso, per introdurmi poi nel mio vicolo stretto, dove svetta la mia casetta verde con il simbolo della doccia e del telefono, avrei fatto meglio a comprare l’azienda acqua e gas o le ferrovie dello stato quando ne avevo ancora possibilità.
Alla finestra della suddetta casetta c’è Cecilia che mi aspetta con niccolotto in braccio, bel semidivezzo, e che sventola una busta chiusa.
“Uh” faccio io scendendo dal motorino, “Qualche editore?”.
“È del fisco” fa lei.
“Un cartolina con gli auguri natalizi?” chiedo senza molte speranze.
“Non credo, è una lettera. Non l’ho ancora aperta, non ho il coraggio”
“O sono imprevisti o probabilità” dico io e le spiego che tutta la vita è fatta di imprevisti, che sono arancioni, e di probabilità che sono invece verdoline. “Gli imprevisti sono la sfiga, nel senso che tu fai tutta una serie di cose giuste e poi ti dicono che ne hai saltata una e che quindi vieni colpito dalle avversità dello stato, tipo un giobbe laico, tanto per capirci”
“Quello che ci succede sempre con l’ici” fa lei e io dico precisamente, o anche con il modello unico, abbiamo sbagliato a fare un calcolo algebrico infinitesimale e quindi adesso dobbiamo pagare una valanga di soldi perché sbagliare vuol dire essere disonesti.
Mi gratto una guancia e guardo il mare lontano e continuo a parlare e spiego che invece le probabilità sono quasi l’opposto degli imprevisti, nel senso che sono cose che potrebbero darti un po’ di respiro prima di precipitare di nuovo nell’abisso dei pagamenti. “Ma sono solo palliativi, cosette una tantum” aggiungo, ti illudono che la sorte sia benigna, prima di toglierti con un imprevisto quello che ti ha dato la probabilità, il monopoli è scuola di vita e dietro l’angolo c’è sempre la prigione, anzi non è dietro l’angolo, è proprio un angolo se ricordo bene.
“Allora la apro?” chiede Cecilia indicando la busta che adesso è passata nelle mani del coccolotto che inizia a mangiucchiarla avidamente.
Annuisco con lentezza, togliendomi il casco e vedo che Cecilia strappa la busta al nostro abbastanza amato figlio, la apre, tira fuori il foglio inumidito dalla bava della nuova generazione, restituisce la busta vuota al figlio che guarda perplesso l’interno busta e poi l’esterno, e poi l’interno e poi l’esterno e poi l’interno e così via, probabilmente precisando dentro a sé chissà quali variabili binarie, e infine lei, Cecilia, soggetto di questo lungo periodo sintattico, inizia a leggere con malcelata avidità il foglio del fisco, girando la testa a destra e sinistra, a seguire il campo arato dal nero seme eccetera è letteratura, un indovinello.
“Imprevisti o probabilità?” chiedo con preoccupazione alla mia consorte.
“Uh” fa lei. “Come hai detto che si chiamano i biglietti neri?” aggiunge staccando la testa dal foglio, e io le rispondo che non ci sono biglietti neri, ma solo rossi che è il male, e verdi che è la speranza, e lei mi dice che noi ne abbiamo uno nero, che è la morte cicca quella con le ossa messe a ics. Insomma, mi enuncia che il nostro conto in banca sta per subire l’ennesimo attacco del fisco e questa volta non potrà sopravviverne, è meglio festeggiare, oggi ha fatto grandi spese.
“In che senso grandi spese?” faccio io preoccupato, rimettendomi il casco.
“La parola chiave è billy! ” esclama Cecilia radiosa, che bel sorriso che ha, e mi rivela che oggi è stata all’ikea, lasciamo perdere i debiti, ci penseremo poi.
‘Cristo’ penso io, e stramaledico tutti gli svedesi, popolo di freddolosi bastardi tranne strindberg poverino, ho tutti i suoi libri, basta lui a farmi accettare l’ikea.
L’ikea altro non è che una multinazionale che cerca di farti credere che vivere in mobili fatti con i frullati dei legnetti delle cassette della frutta voglia dire libertà. Alla prima lagunosa pisciata del tobbia la colla si sfarina e la plastichetta che copre il frullato viene via, e lo stesso frullato di legnetti si sfrigola in un pastone orrendo che ti fa capire perché questa roba costi comunque più di quello che vale.
“E chi è billy?” chiedo, ma lei è tornata dentro casa trascinando con sé la carne della mia carne che nel frattempo ha accartocciato la busta, mescolando così l’interno con l’esterno, ci potrei scrivere una storiella zen.
Sospiro.
Guardo lo scooter e penso alla fuga. Ma poi mi tolgo il casco, lo metto sotto il sellino e decido di andare avanti, in fondo al via mancano due o tre caselle potrei farcela e con la rincorsa finire nel vicolo stretto e sarei in salvo per un po’ di tempo, ho fatto così per trent’anni e mi è quasi andata bene.
Appena entro in casa vedo una serie sovrapposta di larghi e piatti cartoni ikea, e sopra a tutti il niccolotto che si è arrampicato e mi sorride facendomi la faccetta che vuol dire, “oh!” mio figlio ha due o tre espressioni base che vogliono dire “oh!” e per ora sa dire cacca, che vuol dire culo, e poi sa dire mamma che vuol dire praticamente tutto, da Cecilia, al venerandi, alla merda, tutto il cosmo è mamma, tranne il culo che si chiama cacca, vallo a capire.
“Ecco billy! ” esclama la mia consorte indicando la catasta di cartoni ikea e mi spiega che billy è la libreria giovane per tenerci i libri che sono due anni che abbiamo chiuso nelle scatole è l’ora di tirarli fuori, stanno ammuffendo, noi siamo gente di cultura.
“Sono librerie dannatamente sottili” ammetto guardando i cartoni, saranno profondi cinque centimetri, ma Cecilia dice che sono un cretino, vanno montati, dobbiamo aiutare l’ikea, e quindi facciamo opera di montaggio, sballiamo tutto e iniziamo a incastrare queste belle librerie ikea fatte col macinato di cassette di frutta, e alla fine stanno anche bene, sembrano delle vere librerie, fanno anche il loro effetto, e noi siamo soddisfatti perché è come se fossimo degli operai aggiunti dell’ikea, sappiamo pure montare delle librerie, mica cazzi.
“Va bene” dico a Cecilia. “Tu fai la pappa al bambino, io inizio a mettere i libri dentro alle librerie” e finalmente apro le scatole dei libri che dall’ultimo trasloco giacevano in cantina a prendere acqua, e in effetti quando afferro i libri in mano e li sfoglio, penso che potrei usare le pagine come salviettime umidificate per il culetto del niccolotto, sembrano fazzoletti intrisi, ma si legge ancora quello che c’è scritto, la letteratura ha vinto.
Inizio a mettere i libri nei ripiani e poi mi dico, tanto vale che li metta già in ordine e decido di metterli in ordine per autore, e così allineo i libri aalto, aavv, alliende eccetera, e dopo che ne ho messi un bel po’ vedo che stanno male esteticamente, perché viene fuori un libro basso accanto ad uno altissimo, o uno bello rilegato vicino ad una edizione straeconomica tutta scollata, ma almeno sono comodi, becchi subito il libro che ti interessa, e mentre sto aprendo il quarto scatolone arriva Cecilia con il niccolotto in braccio e osserva il mio lavoro e dopo qualche secondo che mi sento le pugnalate dei suoi occhi nella schiena sento che dice che già che li tiravo fuori potevo anche metterli secondo un ordine.
“È quello che sto facendo” protesto e le dico che li sto mettendo in ordine per autore. Cecilia mi guarda con uno sguardo compassionevole, e anche Niccolò mi osserva come se avessi detto una puttanata e poi sospirano tutti e due, ogni tanto penso che Niccolò sia solo un burattino e che Cecilia sia una specie di ventriloqua, e comunque la madre mi dice che no, davvero non si mettono così i libri in ordine, ma vanno messi per casa editrice. “E all’interno di una casa editrice vanno messi per collana” e sospira ancora e se ne va fuori scena, va in cucina, e io bestemmio, per così dire, e tiro giù tutti i libri e inizio a metterli per casa editrice, e all’interno della casa editrice li metto per collana, e devo ammettere che così stanno molto meglio, sembra di essere in una libreria, però se ne dovessi cercare uno ci metterei mezz’ora, ma contenta lei.
Mentre apro la quinta scatola torna Cecilia, sempre con il niccolotto in braccio che sugge il suo biberon, e di nuovo si ferma ad osservarmi da dietro e io ancora sento una fitta ai reni, e dopo un po’ la voce della mia compagna mi dice che sto sbagliando, che i libri di filosofia vanno tutti assieme, che non posso mescolare i libri di filosofia con i romanzetti.
“Hei hei” faccio io girandomi e reggendo un vocabolario a mo’ di difesa.
“Tu hai detto per casa editrice” protesto, e lei dice che è vero ha detto per casa editrice, ma ci sono delle eccezioni, bisogna distinguere saggistica da narrativa, e la saggistica va da una parte, divisa per tematica, e la narrativa da un’altra parte, divisa per casa editrice e poi per collana.
“Queste cose le sanno anche i bambini” dice lei guardando il Niccolò che le sorride e dice mamma.
Se ne vanno, beati gli uni negli occhi degli altri e io impreco e tiro giù tutti i libri di saggistica e li metto assieme e cerco di ricomporre i buchi che si sono creati, e mi rendo conto che è un casino perché devo anche considerare l’altezza del libro, e il fatto che magari una collana mi finisce a tre quarti di ripiano, mentre un’altra eccede di due libri e quindi ho due coralli einaudi che vanno a finire nel mezzo dei rilegati feltrinelli e non ci stanno per niente bene, non so come fare, comunque vado avanti, tolgo qui, attacco la, copio da una parte e incollo dall’altra, alla fine sto per aprire il sesto scatolone quando torna Cecilia con suo figlio in braccio e si mette di nuovo a guardare quello che faccio, e anche questa volta manda le sue stilettate nel retro del venerandi, e ad un certo punto dice che ho sbagliato di nuovo. “Dumas padre devi tenermelo tutto assieme, non puoi mettermi i tre moschettieri da una parte e il visconte di bragelonne, che è il seguito, dall’altra solo perché sono di due collane diverse! Dumas padre si prende tutto assieme, è un unico corpo narrativo diviso per storie, non puoi sezionarlo come fosse un freddo cadavere” e io mi giro e vedo il suo viso sofferente ad immaginarsi dumas padre fatto a brani, e mio figlio che fa pure i labbroni, una scena madre.
“Povero Dumas” dico beffardo e chiedo che cazzo di metodologia di catalogazione è quella che dice che Dumas padre deve stare assieme, e lei risponde che è un metodo per tipologia e poi per case editrici e per collane, però ibrido a tensione autorale, e già che ci sono quel vecchio baol di benni lo devo mettere nei ripiani in basso quelli che non si vedono.
Mi volto verso la sezione economici feltrinelli e vedo la mia vecchia copia sberciata di baol, circondato da altri economici feltrinelli e chiedo perché dovrei togliere baol dai feltrinelli, collana economica, quello è il suo posto!
“Perché è tutto rotto, è brutto” mi spiega Cecilia cortese e mi fa capire che il significato di un libro non è solo il suo contenuto, ma anche il paratesto, quindi l’edizione, piuttosto che la copertina, piuttosto che lo stato di conservazione e quindi bisogna attuare una catalogazione per tipologia e poi per case editrici e collane, ibrido autorale, ma con sottoclassificazione paratestuale.
La osservo, poi abbasso lo sguardo al mio figliuolo che mi dice con serietà ‘mamma’, che in questo caso vuol dire paratestuale, anche lui è d’accordo ovviamente e io mi giro e resto in silenzio non dico più nulla, e metto in basso baol e continuo la mia opera, la risposta migliore è il silenzio, poi tanto me li risposto come pare a me, penso, ma mi accorgo che Cecilia è restata alle mie spalle, questa volta controlla il lavoro sul campo e infatti mi blocca quasi subito, mentre metto a posto un libro che si chiama fine del mondo, una cosa giapponese della marsilio, e mi dice che quel libro glielo ha regalato sua sorella, che si è laureata in lingua giapponese.
“Un’informazione interessante” dico infilando il libro nella sezione marsilio, ma la sento scuotere la testa, un rumore sordo.
“Non vorrai confondere i pochi libri di autori giapponesi che abbiamo in mezzo al mare della letteratura europea? Non vorrai mescolare la cultura millenaria di un fiero popolo orientale, con la miriade di autori occidentali di cui siamo circondati? Non vorrai soprattutto infilare gli amorosi regali di mia sorella, così a casaccio nel mezzo di libri comprati con il vile denaro? Non si può mescolare il sentimento con la pecunia fabrizio, dovresti saperlo! ” mi apostrofa e poi aggiunge che sua sorella tutte le volte controlla se abbiamo tenuto i suoi dannati libri cinesi o giapponesi cosa sono, e passa anche il dito sulla costina per vedere se li abbiamo letti. Vanno tenuti tutti insieme in un angolino.
Io resto gelato, con il marsilio in mano che diventa di colpo pesantissimo, e sento che la voce di Cecilia continua il suo monologo, e mi dice che in effetti nella catalogazione dei libri è molto importante anche il sito di provenienza del libro, e che quindi dovremo tenere conto anche di quella variabile, per fare una corretta catalogazione per tipologia e poi per case editrici e poi per collane, ibrido autorale, con sottoclassificazione paratestuale, e per sito di provenienza.
“In questo caso il sito di provenienza è la casa di mia sorella, non il giappone” precisa, e quindi mi segnerà con una matita tutti i libri giapponesi che le ha regalato sua sorella, per non mescolarli con altri libri giapponesi che potremmo avere in casa.
Io mi giro lentamente e osservo la mia compagna e mollo il libro giapponese per terra e poi vado dagli scaffali e prendo tutti i libri e li butto per terra, faccio una grossa catasta di libri, libero tutte le librerie billy e senza fare parola getto tutto in un unico mucchio indistinto.
Cecilia mi guarda con timore e si stringe al petto il niccolotto, forse per paura che nella furia io voglia gettare anche lui nell’ammasso letterario che si è venuto a creare.
“Ceci -dico alla fine ansimando per la fatica- ti propongo un metodo alternativo per la catalogazione dei libri”. Mi avvicino alla libreria sull’estrema destra e batto la mano sopra due o tre volte. “Questa -dico- è la tua libreria billy e ci puoi mettere i libri come cazzo vuoi”. Poi vado alla libreria dalla parte opposta e batto la mano due o tre volte pure su quella. “Quest’altra è invece la mia e qua io i libri ce li metto come cazzo voglio io”. Poi mi metto al suo fianco e le passo un braccio attorno al collo, con amore ma il collo è fragile, bisogna stare attenti.
“Per quanto riguarda le tre librerie che stanno in mezzo tra la mia e la tua, più sono vicine alla tua, più subiscono l’influenza del tuo metodo di catalogazione, più si avvicinano alla mia, più sono sotto il potere della mia catalogazione. Quella che resta in mezzo sarà una sorta di deriva, due isole vicine che congiungono le loro spiagge, acqua bassa insomma”.
Cecilia non dice niente, resta a guardare le cinque librerie vuote, poi si gira verso di me e mi dà un bacio, così a gratis, e mi chiede come si chiama quel metodo di catalogazione e io le rispondo che è il metodo di io e Cecilia.

Niccolotto nel frattempo si è divincolato dalle braccia materne ed è salito sul mucchio di libri e quando è in cima ci guarda con l’espressione “Oh!” e dice cacca.

(Tratto da “Io e ce: office edition”)