la morte di mio padre

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Sono lì e ad un certo punto mi arriva un sms, è di mio fratello e l’sms dice ‘papà è morto’. Resto a fissare il piccolo display colorato con scritto papà è morto e non so se essere più stupito perché mio papà è morto o perché mio fratello ha imparato ad usare gli sms.
Sono in ufficio, sono passato a prendere del materiale personale che avevo lasciato quando era scaduto il contratto a termine, ‘materiale personale’ è un espressione dei miei ex datori di lavoro, non mia. Sono dei cd, un vocabolario di latino, una copia di un libro di Sallustio, alcune buste paga di tre anni fa.
Metto tutto in un sacchetto della Basko che mi ero portato dietro, faccio un gesto come un saluto a quelli che sono rimasti, guardo per l’ultima volta il computer con cui ho lavorato in questi ultimi sei anni e poi esco e penso che mio papà e morto e che in quegli uffici non ci metterò più piede.
Mio padre aveva qualcosa che non andava al sangue, non so esattamente cosa, non perché sono un cattivo figlio, ma perché mio padre non ci voleva mai parlare di queste cose. Lo vedevo in casa con la faccia verde che tirava cazzotti contro il tavolo alle cinque del mattino, non sapevo perché lo facesse. Poi dopo qualche mese ci diceva che era stato male, che aveva rischiato di morire, ma non ce lo aveva detto per non farci preoccupare.
Aveva questo senso eroico all’agamennone, una morale alla de amicis che faceva sempre incazzare mio fratello, un senso del martirio neorealista che non avrebbe sfigurato in un film del dopoguerra, ma che adesso nel, governo del reality, era solo ridicolo. Mio fratello si incazzava, io sotto sotto ero contento di non averlo saputo, non perché sarei stato in pensiero, ma perché avrei avuto dei sensi di colpa. Avrei continuato a vivere come al solito e magari mi sarebbe venuto il senso di colpa che invece avrei dovuto soffrire, passare le mie giornate all’ospedale con lui, tenergli il catetere, pulirgli la schiena ascoltarlo mentre si lamentava di me e della mia vita. Oppure avrei potuto scrivere un romanzo di successo per fargli vedere che gli anni in cui mi aveva pagato gli studi non era stati proprio buttati via.
L’atteggiamento di mio padre nei confronti della mia attività di scrittore era quella che aveva verso ogni altra cosa che facessi e avessi sempre fatto, ovvero io entravo in casa con il mio ultimo romanzo, gli dicevo papà ho pubblicato un romanzo, lui alzava gli occhi dal Corriere della Sera e mi diceva, posalo lì sul tavolo del tinello che poi ci do un’occhiata. Io lo posavo sul tavolo, me ne andavo e di quel libro non si parlava più.
Se proprio poi avessi ancora tirato in ballo il discorso, errore che evitavo di fare, lui avrebbe detto che sì, avevo scritto un romanzo, ma mi pagavano? Se gli dicevo che mi pagavano, lui mi avrebbe detto, beh ma non abbastanza. Se gli dicevo che la casa editrice era importante, mi avrebbe detto che boh, lui non l’aveva mai sentita prima, magari era famosa tra i miei amici. E poi mi diceva che dovevo un po’ smettere di giocare, che dovevo scrivere qualcosa che piacesse alla gente, che dovevo scrivere un romanzo ‘vero’.
Questa distinzione tra romanzo ‘vero’ e il romanzo che avevo scritto io era la madre di ogni suo discorso di letteratura e poteva durare anche ore. Se un giorno fossi corso da lui con un mio romanzo pubblicato da Einaudi Stile Libero, dicendo guarda papà questo me lo ha pubblicato Einaudi Stile Libero e mi hanno anche pagato, lui avrebbe alzato gli occhi dal Corriere, avrebbe guardato l’Einaudi Stile Libero e mi avrebbe detto, beh già che c’eri potevi farti pubblicare negli Struzzi Einaudi, ti sei sbattuto tanto, almeno potevi farti pubblicare negli Struzzi che è una collana Einaudi più prestigiosa, e avrebbe riabbassato la testa sul giornale.
Diciamo che in generale l’unico modo di colpire mio padre con l’uscita di un mio romanzo era scrivere un romanzo fiume e mirare alla testa.
Quando chiamo, mio fratello sta balbettando e la cosa mi preoccupa perché in famiglia quello che balbetta sono io.
“Ivo, dividiamoci le psicopatologie”
“Non, non sto balbettando, sono. Sono nervoso, dobbiamo andare all’ospedale”
“Sto già andando, ci vediamo davanti all’ingresso del pronto soccorso”
“Cristo Fabrizio”
“Cosa?”
“Non è al pronto soccorso, è alle camere mortuarie. È morto”
“Ivo, è solo per darci un appuntamento”
“Ok”
“In un posto che conosciamo, capisci, l’ingresso del pronto soccorso”
“Ok”
“Arrivo, sto correndo, ho un sacchetto della Basko in mano, ma sto arrivando”
“Ok, mi hanno telefonato, una voce femminile”
“Ho un vocabolario di latino nel sacchetto, ma sto correndo”
“Mi hanno detto che era morto e che alle nove avrebbero fatto il rosario, manca mezz’ora”
“Tra mezz’ora ci siamo tutti e due, tu dove sei adesso? Sei già lì?”
“…”
“Ivo?”
“Sono nella tenda, io non so…”
“Cristo, esci da quella tenda del cazzo e vieni in ospedale, adesso!”
“Io, non so…”
“Ivo!”
“…”

L’ospedale in cui è ricoverato mio padre è –di fatto– un riciclo di una struttura di fine ottocento: soffitti altissimi, marmi cimiteriali, corridoi chilometrici che avrebbero spezzato le gambe di un buon camminatore, figurati quelle dei degenti di ortopedia.
In fondo al corridoio principale, nel punto in cui svolta verso una zona moderna di ambulatori anni ottanta, ci sono le camere mortuarie.
Io e mio fratello siamo lì, ci guardiamo attorno senza vedere niente, cerchiamo di imprimerci bene nella testa tutto quello che vediamo. La cosa più terribile, per me, è che in quel momento, il momento in cui io sto per vedere mio padre morto, io sto pensando che devo ricordare tutto.
Guardo i particolari, la faccia di quelli che piangono, i vestiti del matrimonio dei parenti lontani venuti ad ascoltare il rosario di uno sconosciuto. L’odore nauseabondo dei fiori misto a quello dell’incenso, il corpo scuro di una donna buttato sul cadavere del marito, il suo gemito e i suoi baci.
Cerco di fotografare tutto nella mia testa e quello che è orribile è che lo faccio perché so che poi dovrò scriverlo.
Ho un virus dentro che si mangia ogni cosa che faccio e che vivo, non me la fa godere mai perché deve prendere nota di quello che succede. Divora ogni mio momento.
Poi penso a quello che dovrò fare io, piangere, abbracciare gente che non vedo da anni, stare in piedi con lo sguardo concentrato, occuparmi della vendita dell’appartamento in cui viveva mio papà, le pratiche testamentarie, stare in stanze con mio fratello e discutere della divisione delle cose di mio padre e pensare che sia io che mio fratello lo faremo controvoglia, con rancore e nello stesso tempo con la voglia di fare una cosa ben fatta, non far nascere casini, sapendo che le cose da dividere sono niente.
Mio fratello mi dice il numero della stanza in cui hanno messo mio padre, mio fratello è vestito per metà da boy scout, per metà con una giacca che probabilmente lui crede elegante. L’effetto finale è allucinante, come al solito.
Quando arriviamo alla camera c’è già della gente dentro, mio fratello mi guarda panico, teme che ci sia nostra madre, che abbiano avvertito prima lei di noi, dice ‘la mamma cazzo’ e io a mia madre non ci penso, entro dentro, ci saranno dieci persone attorno al letto con sopra il cadavere e queste dieci persone, quando entriamo, ci fissano con uno sguardo strano, insapore.
Io guardo il cadavere sul letto, gli occhi chiusi, le mani raccolte, la giacca elegante. Mi giro verso mio fratello che ha la mascella aperta, come certi morti.
Non è papà.
Quel morto non è mio padre, lentamente ci ritiriamo facendo numerosi segni della croce e usciamo fuori.

Fuori dalla stanza gli dico Ivo se è un cazzo di scherzo, inizio a scaldarmi, agito il sacchetto, Ivano non mi risponde, scuote la testa e poi ad un certo punto si irrigidisce e fissa un punto dietro di me.
“Eccoli i due stronzi!”
Mi giro, lentamente. Fotogramma dopo fotogramma, vedo il volto di mio fratello che sta iniziando a digrignare i denti, vedo la finestra del corridoio e poi mi giro del tutto e vedo mio padre, in pigiama, con il tubicino del catetere che gli esce dai pantaloni azzurri, scende quasi fino alle pantofole e poi risale fino a un bastone metallico da cui pende un sacchetto pieno di liquido giallastro, come una bandiera di qualche stato africano.
“Eccoli i due stronzi!” ripete mio padre con un ghigno sulle labbra, aggrappandosi al bastone del catetere per non cadere. “Sono sei mesi che sono chiuso qua dentro e nessuno di questi due stronzi mi è mai venuto a trovare!”
Non parla a noi, sta parlando direttamente a tutti i parenti dei morti. È uno spettacolo.
“Dovevo crepare per farvi venire!” urla, ha i capelli sporchi, unti, la barba sfatta, gli occhi vitrei. “Dovevo crepare!” ripete e scuote il bastone di metallo facendo ballare pericolosamente il sacchetto di plastica. “Ma io non crepo!” aggiunge di nuovo con una specie di risucchio della bocca.
Ora ci stanno fissando tutti.
“Ma papà…” inizio facendo un passo verso di lui, e in quel momento arriva quello strano gorgoglio alle mie spalle, qualcosa mi colpisce con una spinta rabbiosa, mi ritrovo contro la parete del corridoio e vedo mio fratello con la pesante struttura metallica di un portamozziconi di sigarette brandito sulla testa che manda una specie di urlo strozzato e fa dei salti incerti verso mio padre, mentre alle sue spalle sbuffano via nubi di cenere, in una pioggia di filtrini abbandonati e bubble-gum masticati alla nausea.

Di mia madre non si parlerà in questo romanzo perché ho perso la scheda del personaggio.

(dalla bozza di “È facile smettere di scrivere se sai come farlo” aka “life in a day”)

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