la macchinetta del caffé

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macchinette. vado a quella che dispensa brioche. infilo due euro. scelgo una brioche gusto cioccolato che costa 50 centesimi. la macchinetta espelle la brioche. poi si sentono rumori di monete che cadono. numerosissime monete. sembra una slot-machine. guardo con orrore il buchetto raccogli resto in cui stanno tintinnando monetine su monetine.

non vedo che tipo di monetine, c’è un coso di metallo argentato che non fa vedere. tin tin, continuano a cadere. mi guardo attorno, non c’è nessuno. mastico la brioche e aspetto che il rumore cessi. cessa.
apro il buchino raccogli resto che tracima di monetine da 5 centesimi, una pesantissima manciata di monetine da cinque centesimi in cui brillano, come pepite d’oro, alcune fortunate monete da dieci.

“rari nantes in gurgite vasto” penso osservando quelle da dieci.

con la mano che trasuda monetine mi avvicino alla macchinetta lì vicino che fa la bevanda gusto caffé. inizio a infilare monetine da cinque centesimi. la macchinetta mi dice man mano quante ne ho messe e quante ne mancano. sembra che faccia il tifo. arrivo a 45 centesimi, costo effettivo della bevanda gusto caffé.

premo il pulsantino ‘caffé espresso” e la macchina si spegne.

dico sottovoce cazzo, e la macchina si riaccende, tutti i neon, la faccia della ragazza fica che beve la bevanda gusto caffé. solo che il display non indica più un credito di 45 centesimi ma mi dà non richieste informazioni sulla cpu e sul firmware della macchinetta stessa.
dopo qualche secondo la macchinetta torna normale e mi dice che se voglio un caffé devo inserire 45 centesimi. guardo la mia mano piena di monetine da 5 centesimi, guardo la scritta ‘gusto caffè” e rimetto altre nove monetine da cinque centesimi.

premo il tasto e questa volta la macchinetta capisce, non mi dà info sul suo firmware e sputa il suo caffé gusto bicchiere di plastica caldo. lo bevo osservando la macchinetta e pensando a dove poter iniziare a tirare dei calci per creare un danno vandalico di circa 45 centesimi.

in quel mentre, arriva un omino che mi passa davanti, infila una chiave dentro la macchina del caffé e la apre, mostrando le sue interiora: tubi, ganasce, plastica, polveri. infila la testa dentro e si mette a trafficare con una conca d’acqua.

allora io mi avvicino e dico, scusi la sua macchinetta mi ha appena mangiato 45 centesimi, dico, e io li rivorrei e spiego che non è una questione di principio, è proprio per i 45 centesimi

e lui dice ah, cinque centesimi? e prende in mano cinque centesimi, e io dico no, 45 e lui dice ah

gli dico che si è spenta e che poi mi ha dato delle informazioni sul firmware, dico anche la frase “numero battute” che era apparsa e che mi era rimasta impressa perché pensavo che si fosse messo a dispensare barzellette

lui mi ascolta, e mi dice, quello che mi ha raccontato è tecnicamente impossibile, con una certa professionalità devo dire

al che io gli rispondo, lo penso anche io, però, senta, se i neutrini vanno ad una velocità maggiore della luce, come possiamo noi… e sto per continuare quando, alla parola neutrini, l’omino prende 50 centesimi e me li dà.

con fare un po’ da mendicante

al che io, che sono un signore, prendo cinque centesimi dalla mia montagnetta e glieli porgo, ma lui fa un cenno come si gli avessi dato una merda schiacciata e mi allontana da sé. allora io la prendo male. ho come l’impressione che non mi creda.

e non me ne vado e gli dico, guardi che è vero si erano spente proprio le luci. era apparsa la scritta ‘numero battute’ lo ricordo distintamente. lui mi sorride e si mette di nuovo a trafficare con la vaschetta dell’acqua.

al che io dico, no davvero, e lui alza lo sguardo verso di me e mi fa di nuovo un sorriso vuoto, e poi rinfila la testa dentro la macchinetta e si mette a trafficare con l’acqua.

io resto ancora lì, finisco di bere la bevanda gusto caffé, butto il bicchierino nel cestino, mi guardo intorno, non c’è nessuno, e allora con un gesto energico e preciso sbatto lo sportello della macchinetta del caffé, come per chiuderlo, due o tre volte, con decisione e forza, finché non vedo che il corpo dell’omino non si agita più e resta immobile per terra, la testa dentro la macchinetta

allora prendo una monetina dalla mia montagna di monetine da 5 centesimi e la poso sul corpo sdraiato dell’omino, per la scientifica

e, niente, poi me ne vado

Peter & David

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Entro nella stanza e sono seduti, legati alla sedia come li avevo lasciati. David alza la testa e non dice niente.
David ha più di sessant’anni, ha la faccia un po’ grassa, un sorriso vuoto. Ha i capelli biondicci. L’altro, Peter, è un cinquantenne con i capelli bianchi, il pizzetto.
Appena entro Peter dice in cattivo italiano: “noi siamo vittime come te”.
Richiudo la porta.
Poso la borsa sul tavolo, mi tolgo la giacca. Peter ripete, “noi siamo vittime come te”.
Apro la borsa, tiro fuori una tenaglia, l’ho appena comprata da Leroy Merlin [sponsor].
David vede la tenaglia, dice “fuck”, crolla la testa. Ripete “fuck” sottovoce un po’ di volte.
Peter, da dove è legato, non può vedere che ho in mano la tenaglia e dice ancora “noi siamo vittime come te”.
Tenendo la tenaglia in mano vado allo stereo. Aspetto a scegliere. Ogni volta che tocca a Peter metto “Selling England by the pounds”. Quando è il turno di David metto “The man who sold the world”. Quindi appena metterò il cd, loro capiranno a chi tocca.
“Noi siamo vittime come te” dice ancora Peter e io metto “The width of a circle”. David manda un gemito. Dice ancora “fuck”, sottovoce, senza crederci.
Si sentono chitarre elettriche e poi la voce di David, cristallina e riconoscibile come un marchio registrato.
Peter sospira e poi piange; sembra un bambino.
Fa più male a me che a voi, vorrei dirgli.
Mi avvicino a David, lentamente, passo dopo passo, apro e chiudo la tenaglia e quando sono davanti a lui gli dico oggi tocca ai denti. Apro la mia bocca e li tocco con l’unghia, i denti, per fargli capire, ma lui non alza nemmeno la testa.
Lo prendo per i capelli, con delicatezza, tiro verso l’alto finché lui non mi guarda e sputa, così come può. Sento la sua saliva sulla guancia.
Alzo e lo colpisco con la tenaglia; nel momento del colpo chiudo gli occhi perché ho paura di quello che potrei vedere. Quando li riapro, David geme, perde sangue dalla bocca, dal labbro.
“Questo è per tutto quello che siete stati per me” dico, e lo colpisco di nuovo con la tenaglia, alla fronte. Chiudo gli occhi nel momento del colpo.
Peter da dietro di me dice, in cattivo italiano: “per piacere, scusa”.

Quando riapro gli occhi, David è un povero essere umano, un morto vivente.